Perché siamo ancora qui

Ci eravamo salutati alcuni giorni fa. Con un commiato che aveva il sapore dell’addio. E tale doveva essere.

Ci siamo ritrovati nello stesso posto a distanza di poco. Cosa è accaduto in quelle 76 ore? Nelle segreterie politiche, nelle redazioni dei giornali, tra gli addetti ai lavori e tra i destinatari del nostro lavoro sono iniziate a circolare le ipotesi: la principale era che il nostro destino fosse già scritto dal principio e che avessimo, inevitabilmente, i giorni contati perché eravamo una voce troppo fuori dal coro e dagli schemi. Le altre sostenevano che ci avessero tacitato per contanti o con un bonifico, a seconda della vulgata, e dopo avere incassato il prezzo del silenzio avessimo spento la corrente.

La verità è scritta in un foglio formato A4, sigillato con la ceralacca e qualche lacrimuccia subito nascosta con pudore. In quel foglio, insieme ai ragazzi che hanno dato vita a questo folle esperimento di comunicazione, avevamo scritto le tre condizioni che dovevano verificarsi per riaprire la redazione e riprendere le pubblicazioni. Non sono i tre segreti di Fatima. In corsivo, con grafia ferma a dispetto della commozione, avevamo messo che a) Se arriveranno almeno mille tra messaggi, sms, email che ci chiederanno di tornare, significa che la gente ci vuole e che abbiamo un significato per loro. E non potremo non tenerne conto b) Se il mondo politico, al quale non abbiamo finora né fatto sconti né risparmiato critiche, ci reclamerà in maniera bipartisan, significa che siamo stati scomodi in eguale misura. E non potremo non tenerne conto c) Se sarà chiaro che potremo diventare una realtà stabile e strutturata nel mondo della Comunicazione di questo territorio, non potremo non tenerne conto.

Un po’ come l’albero di Bertoldo, che non trovandone uno adatto evitò d’essere impiccato: condizioni che – personalmente – ritenevo impossibile si verificassero.

Invece la provincia di Frosinone ha detto il contrario. La gente della provincia di Frosinone ha riaperto questo blog: con le 1.264 tra mail, sms e messaggi arrivati in meno di tre giorni; gli stessi politici che ogni mattina chiamavano per protestare o lamentarsi hanno chiamato dicendo ‘Embé, che cosa vi passa per la mente?’ da ogni fronte. La terza condizione: sei imprenditori hanno bussato a questa porta chiedendo ‘Quanto costa l’impresa, siamo pronti a sostenerla’.

Li ringraziamo ma – come è di moda dire oggi – ‘Rifiutiamo l’offerta ed andiamo avanti‘. Riprendiamo le pubblicazioni e lanciamo una nuova sfida al territorio. Stiamo studiando una possibilità di crowdfounding: in altre parole, abbiamo chiesto di studiare una modalità per fare si che questo blog diventi proprietà di quelle oltre mille persone che ci hanno chiesto di tornare a scrivere e di tutti quelli che vorranno partecipare a questo sogno. Non è una questione di denaro. E’ un fatto di principio: questa terra non è schiava e chi la abita non è suddito. E può dimostrare di volere e di potersi liberare dalla servitù di un modo di fare politica, economia e gestione del potere che non rispondono più ai modelli dei tempi moderni.

Ci siamo dati tempo fino a Natale. Voi stateci vicini: con i Vostri messaggi, con i Vostri commenti, con i Vostri Mi Piace. Nel frattempo arriveranno le risposte dagli esperti ai quali abbiamo domandato in che modo il territorio potrà appropriarsi di questo mezzo. Nel mentre Alessio Porcu e la sua crew andranno avanti. Più numerosi prima: si sono aggiunti Durante Pantoli e Giulia Crescenzi, il nostro Redazione sta per riaggregarsi alla compagnia, tornerà presto Roberta Abbate.

Un grazie particolare va a quelle 1264 persone. Più una: Martina Ottaviani è stata l’anima della ribellione alla decisione di chiudere: cuore di donna ciociara, nonostante la giovane età. Il carattere non si vende al centro commerciale.

E ora, almeno fino a Natale, “Uomini (e donna) ai posti di combattimento”.

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