Qualunquemente al comando

Arturo Gnesi
di ARTURO GNESI
Sindaco di Pastena

 

Caro direttore,
nonostante le differenze di stile e le connotazioni ideologiche mi pare che il grido di battaglia sia “qualunquemente al comando”. E ove questo non riesca si inizia una faida sottorranea a colpi di sfiducia e di proclami che restano inascoltati.

Io non mi spavento di questa triste atmosfera che non illumina il futuro ma delimita la visione di un orizzonte senza grosse aspettative per la nostra terra.

Non ho ricevuto notizie dai “pezzi grossi” quando insistevo per far portare a termine un’indagine scientifica su un terreno dove si sospetta che la camorra con le solite complicità, abbia interrato rifiuti tossici.

Nessuna attenzione per un patto etico tra amministratori per combattere la mafia e le infiltrazioni criminali sul territorio che dovrebbero avere una regia in un osservatorio provinciale.

Nessuno ha risposto, né presidenti, né capigruppo, né l’Anci e altre cosiddette associazioni al servizio dei cittadini, alla richiesta di abbassare il numero degli iscritti per le scuole medie dei piccoli centri rurali.

Niente di niente e non perché la politica è assente, ma perché pensa ad altro. Bene la battaglia sui rifiuti, bene la contrapposizione con Acea, almeno i sindaci del territorio propongono una contropartita alle istituzioni e magari tentano di spezzare le logiche affaristiche dei grandi gruppi finanziari .

Ma il problema riguarda la reindustrializzazione dell’area del frusinate che a parte le grandi proposte ancora è rimasto tutto al palo con i sindacati succubi e ipnotizzati da logiche perverse che li condannano ad obbedire in nome delle cortesie reciproche e degli scambi di favori.

La politica deve portare rispetto alla gente e non deve sottostare alla logica del “qualunquemente al comando” se questa è la filosofia non c’è spazio per chi con la politica vuol essere al servizio dei cittadini e vuole rappresentare la voce della gente e il volto dello Stato.

Da alcuni anni va avanti una filosofia dominante che dal nord al sud vorrebbe la progressiva diminuzione del numero dei piccoli centri montani o rurali perché erroneamente ritenuti fonte di sprechi e di sperpero delle risorse pubbliche e di malgoverno causato principalmente dalla volontà di soddisfare gli interessi personali.

Analisi non del tutto errata e dettata da provate esperienze di malaffare e di concessioni di favori e di posti di lavoro a amici e parenti.

Con l’illusione di ridurre la spesa pubblica tagliando i poteri e le competenze dei piccoli Comuni siamo arrivati al punto che diventa sempre più precario e illusorio amministrare e programmare lo sviluppo economico, sociale e culturale delle nostre comunità.

Riduzione dei finanziamenti con restrizioni severe dei bilanci previsionali, limitazioni sul settore sociale e impossibilità di dare risposte ai bisogni delle fasce sociali più deboli, mancanza cronica di risorse per interventi strutturali sui centri storici e quasi nulla per la messa in sicurezza delle strade. Abbiamo un territorio che ha bisogno di interventi per ostacolare il dissesto idrogeologico e per evitare l’esondazione dei fossi, ma non abbiamo nulla per mantenere pulito gli alvei e gli argini dei corsi d’acqua e per rafforzare ponti e muri di supporto.

I fondi di sviluppo europei costringono a fare associazioni intercomunale e alla fine se si ottiene qualche finanziamento a malapena si riesce a risanare qualche piazza o qualche fontana malandata.

Non possiamo incidere sulla pianificazione sanitaria, non rientriamo nei piani di sviluppo dell’area industriale, ammesso che ci siano ancora imprese disposte ad investire in Ciociaria, non riusciamo a far ripianare le strade provinciali che sono utili alla promozione turistica del territorio e dulcis in fundo anche sulle bellezze naturalistiche vengono attuate politiche accentratrici che tolgono potere ai piccoli comuni.

Per le scuole mettono dei parametri di iscrizione studiati a tavolino che impediranno, in eterno, di avere la possibilità e la soddisfazione per i centri come Pastena, una scuola media funzionante ed orgoglio dell’intera popolazione. Ci lasciano annaspare nei problemi vecchi di vent’anni e oggi passano al setaccio tutti i finanziamenti concessi e le opere pubbliche realizzate sul territorio e in caso di assenza di qualche foglio, autorizzazione o firma chiedono la restituzione dell’intera somma, non agli impiegati pigri o ai tecnici incompetenti ma all’amministrazione in carica che rischia così di far pagare un tributo salato a tutti i cittadini.

Purtroppo ci rimangono le sagre, le feste, la gastronomia e le tradizioni popolari a rendere meno amara e funesta la vita dei nostri piccoli centri dove non è vero che la vita costa di meno o che l’orto sotto casa o il pollaio dei nonni riduce le spese familiari.

Occorre dare il giusto peso ai piccoli comuni perché già è difficile vivere in contesti con pochissime opportunità lavorative ma diventa impossibile se gli interessi e l’attenzione della politica si concentra nei grossi agglomerati urbani. La storia dell’Italia dimostra che i piccoli comuni sono l’architrave della democrazia e dell’ingegno umano e pertanto non possiamo distruggere questo immenso patrimonio culturale.

Qualunquemente al comando” e addio all’Italia.

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