Quell’aria di transizione definitiva

STEFANO DI SCANNO per L’INCHIESTA QUOTIDIANO

C’è sempre un tempo in cui è opportuno fare il bilancio dei danni. Accade dopo i disastri. L’inchiesta Mafia Capitale è molto simile ad un terremoto con le sue scosse di assestamento e la devastazione è, soprattutto, quella prodotta nella residua credibilità del Pd e della politica più in generale. Non è un caso se la tecnica dell’arrocco unisca in un solo blocco Marino, Zingaretti e Renzi. La partita che si gioca pare, infatti, caratterizzata da parecchie similitudini col passaggio vissuto nel 1992. Allora il sisma fu di ben altra portata ed i risultati rasero al suolo un’intera classe politica, trascinando nell’archivio della storia le sigle di partiti nati dalla Liberazione.

Oggi il sistema di Carminati e Buzzi non è neppure lontanamente paragonabile alla trama di tangenti e finanziamenti illeciti che ha sostenuto per decenni i partiti della prima Repubblica, ma è sufficiente ad innescare una pericolosa reazione a catena. Anche e soprattutto perché finisce con l’incendiare un terreno irrorato dalla benzina di una crisi economica ed occupazionale lunga e durissima, mai vissuta con questa intensità dal Paese in 70 anni di storia.

I sorrisi di scherno e le dita a “v” di Ignazio Marino contribuiscono a scavare un solco con la gente comune, sofferente e ormai allergica ai privilegi, che si riconosce tutta nel grido “onestà” partito dal pubblico del Campidoglio e dai banchi dei Cinquestelle.
La scommessa oggi è proprio sulla tenuta della “trincea” che separa la politica aggrappata alle ultime immunità e prerogative dal resto della società civile. Da quel territorio assediato ha parlato Zingaretti, l’altro giorno dall’assise della Pisana, per rivendicare il diritto alla differenza fra la gestione pubblica rimasta integra e corretta e la banda dei corrotti.

Di sicuro il punto critico, quello che potrebbe segnare un collasso del “nuovo” sistema dei partiti superstiti, è talmente vicino da essere quasi respirabile. Le ultime elezioni anche in provincia di Frosinone hanno visto la scomparsa dei simboli politici, le liste civiche imperversano e i più avveduti cercano di sbianchettare i propri curricula politici. Perché sanno bene che c’è bisogno di uomini nuovi per ricostruire case, strade e ponti. Gente di cui ci si possa fidare. Davvero.

Peraltro è uno sforzo senza soluzione di continuità quello che costringe a misurare la distanza tra le promesse della politica e delle istituzioni e la realtà dei fatti. I 1200 ex Videocon attendono da anni una via d’uscita. Con un atteggiamento tranquillo, esponendo i problemi, costretti perfino a rispondere in tribunale quando l’esasperazione ha prevalso sulle esigenze dell’ordine pubblico. L’accordo di programma è stato presentato come la soluzione ad una buona parte dei mali. Alla fine ne sono venuti fuori 150 possibili posti di lavoro grazie agli investimenti di due industrie farmaceutiche che avrebbero dovuto firmare il contratto con la Regione a febbraio, poi ad aprile, infine a giugno.

Di firme non se ne sono ad oggi viste e, nel frattempo, gli scenari cambiano e la riconversione all’insegna della green economy del compendio Vdc resta una prospettiva. Non solo. Una delle due multinazionali avrebbe cambiato governance ed anche interesse a potenziare il sito anagnino. I ragazzi di Garanzia giovani aspettano da mesi la paghetta regionale: convegni e passerelle hanno solo garantito pubblicità a buon mercato ai soliti noti.

Viene da dire… meno male che quelli della ex Multiservizi ci sono. Il via libera alla società pubblica in house e il riconoscimento del diritto contrattuale previsto nel codice degli appalti alla riassunzione in caso di subentro nei servizi pubblici, riaccendono la speranza in tante famiglie oltre a bocciare la strategia della giunta Ottaviani. Che s’è mantenuto per 430 giorni un gruppo di disoccupati in tenda come se nulla fossero.
La resistenza dei cittadini, dei comitati, delle associazioni forse la spunterà, prima o poi, anche arginando il crollo dei servizi sanitari e calmierando l’esosa gestione del servizio idrico. Bisogna solo vedere se anche queste svolte attese ed essenziali per la vita dignitosa delle fasce deboli della popolazione dipendano o meno dallo sfondamento di quell’ultima frontiera della politica dei privilegiati.

Lo si ripete spesso che uno viene eletto nelle istituzioni per rappresentare i cittadini e non per agire a seconda delle convenienze personali: ma la condotta quotidiana deve essere conseguente. Eppure su queste colonne l’ex consigliere regionale Gentile ha spiegato che “oggi, con la caduta delle ideologie, è venuto meno il senso di appartenenza per cui la coerenza non è più un valore”. Evidentemente (e fortunatamente) non è dello stesso avviso l’ex governatore Storace che nelle stesse ore ricordava a Marino Fardelli, divenuto da un pezzo come noto il trentesimo della coalizione che sostiene Zingaretti, una verità che tutti gli eletti dovrebbero tenere a mente (anche perché quello citato è un cambiamento di fronte del tutto modesto e non certo clamoroso): la volontà popolare non va mai tradita e tutti dovrebbero restare nel posto in cui l’hanno collocato gli elettori.
Paiono ovvietà. Se non fosse che anche pretendere atteggiamenti lineari e conseguenti dai personaggi pubblici rischia di essere un reato di lesa maestà. Sarà pur vero che, come scriveva Montanelli, solo i fanatici e le mummie non ondeggiano mai. Ma non si riferiva di sicuro ai mercati generali della politica di questi ultimi anni.

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