«Riforme sottobanco, confuse, con ricatti: il nostro No al referendum»

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di ARMANDO MIRABELLA
Possibile

Il NO non significa immobilismo costituzionale. Una ottima Costituzione: durata settant’anni, ha obbligato con successo tutti a rispettarla. Noi che voteremo NO abbiamo assistito e spesso partecipato, spesso vincendole, a molte battaglie riformiste (legge elettorale, legge sui sindaci, abolizione di ministeri,…).

Come afferma il professor Pasquino: “Le riforme del governo sono sbagliate nel metodo e nel merito. Non si debbono, però, fare riforme con accordi sottobanco, approvate con poco più del 55% dei voti, presentate come ultima spiaggia, imposte con ricatti, confuse e pasticciate. Noi non abbiamo cambiato idea. Riforme migliori sono possibili. Il metodo da spavaldi rottamatori istituzionali ha inquinato tutto il procedimento riformatore e travolto quel patto costituzionale nel quale tutti i cittadini italiani avevano imparato a riconoscersi”.

Con il tradizionale rovesciamento del significato delle parole, Renzi e i suoi replicanti, ci imbrogliano dicendo che la riforma del Senato nasce dalla necessità di velocizzare il procedimento di approvazione delle leggi. Non c’entra nulla. I governi hanno traballato, con il Senato quasi ingovernabile, perchè è stato fatto grazie a quella orrenda legge elettorale che è il PorceIlum. Sarebbe bastato cambiare la legge elettorale in meglio, non in questa specie di “porcellinum”. Tra le altre cose non è affatto vero che gli esponenti del NO sono favorevoli al mantenimento del bicameralismo. Anzi in molti vorrebbero l’abolizione del Senato per approdare al monocaneralismo; altri ne vorrebbero una trasformazione profonda.

Di sicuro nessuno di noi sa, nel concreto, che tipo di Senato salterà fuori da una riforma incerta, che rimanda a successive leggi ordinarie o regolamenti attuativi materie fondamentali che riguardano la sua natura e, soprattutto, la sua definitiva composizione. Anche la matematica è contro ciò che si sta elaborando: a 100 Senatori, nessuno dei quali eletto ma variamente designati (per esempio la politica che nomina la politica con i consiglieri regionali che nominano senatori), si attribuisce addirittura il compito di eleggere due giudici costituzionali, mentre 630 Deputati eletti ne eleggeranno solo tre.

Il nebuloso processo legislativo prodotto dalla riforma, reso ancor più complicato da una suddivisione per materia tra le due Camere, ha già dato prova di non funzionare in passato, non trasformerà l’Italia in una democrazia decidente. “Piuttosto – prosegue Pasquino – avremo una democrazia non-decidente e appena decente, indecisa sulle attribuzioni legislative, piena di ricorsi alle Corte costituzionale. Il governo finirà per accentuare le sue propensioni alla decretazione per procurata urgenza. Impedirà con ripetute richieste di voti di fiducia persino ai suoi parlamentari di dissentire. Decreti e fiducia dovevano, debbono costituire l’oggetto di riforme per un buongoverno. Purtroppo, l’Italicum non selezionerà una classe politica migliore, ma consentirà ai capi dei partiti di premiare la fedeltà che non fa quasi mai rima con capacità”.

Questa riforma costituzionale va letta, analizzata e bocciata insieme alla machiavellica riforma del sistema elettorale. L’Italicum, infatti, squilibra tutto il sistema politico a favore del capo del governo, toglie al Presidente della Repubblica il potere reale (non quello formale) di nominare il Presidente del Consiglio, toglie anche il potere di non sciogliere il Parlamento, ovvero la Camera dei deputati, nella quale sarà la maggioranza di governo, ovvero il suo capo, a stabilire se, quando e come sciogliersi e comunicarlo al Presidente della Repubblica.
Invece, come qualche giorno fa ha scritto Gianmarco Capogna, va votato NO: “perché sono convinto che in Italia servano maggiori spazi di partecipazione politica dei cittadini e non una riduzione degli stessi attraverso le modalità della politica che nomina la politica in virtù del principio, discutibile, della mera governabilità. La stabilità del governo e del Parlamento raggiungiamola convincendo la maggioranza dei cittadini, e non solo di quelli che vanno a votare, sempre meno, a darci fiducia, rispettando il voto, i programmi”

Ad avvelenare intellettualmente il clima le frasi “chi vota no è come Casa Pound” della ministra Boschi che sono dello stesso spessore di “io c’ho il pallone e tu no, pappapero”. Frasi che se pronunciate da chi di fatto governa con tipi alla Verdini appaiono ancora più ridicole. Non manca poi il contributo del capo fiorentino che abbassa ulteriormente il livello con un bel: “se perdo me ne vado”, spacciato per coerenza istituzionale, ma che altro non è che il tentativo di plebiscitare il referendum costituzionale.

In conclusione quello che sta passando non è affatto l’ultimo treno delle riforme. Altre riforme verranno e hanno alte probabilità di essere preferibili e di gran lunga migliori del pasticciaccio brutto renzian-boschiano. Di sicuro non ci sono riformatori da una parte e immobilisti dall’altra. Da un lato ci sono cattivi e improvvisati riformatori accanto a personaggi che, senza capire la gravità della materia che maneggiano, useranno la chiamata referendaria per dimostrare la propria fedeltà al capo, e progettatori consapevoli e sistemici dall’altro. Il NO sbarra la strada ai cattivi ed improvvisati e la spiana ai progettatori e consapevoli e alle loro proposte da tempo scritte e disponibili.

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