Totò Riina e noi (di L. Marziale)

Lucio Marziale

Idee Controcorrente

di Lucio MARZIALE
Opinionista
Controcorrente

 

 

Sulla mafia, e sull’antimafia, mi riporto integralmente allo scritto di Leonardo Sciascia apparso sul Corriere della Sera del lontano 1987  (leggi qui), testo fondamentale della saggistica italiana in materia di mafia e di antimafia.

Il discorso su Totò Riina, oggi, riguarda invece la pena ed il carcere. Nodi cruciali e mai sciolti dal pensiero filosofico in secoli di storia.

L’Italia ha detto no alla pena di morte, espungendola persino dal Codice penale Militare di Pace. Eppure basta uno sguardo sulle bacheche di gente normale e tranquilla, addirittura di addetti ai lavori, per rinvenire l’humus profondo in cui la pena si trasmuta in vendetta, che ovviamente si vorrebbe affidata ai familiari delle vittime, o peggio ancora ad un indistinto corpo sociale che si ribella al concetto stesso di “fine pena”.

Aldo Moro (condannato alla pena di morte dal terrorismo delle Brigate Rosse) nelle sue lezione universitarie così avvertiva gli studenti, ma forse anche il legislatore e i politici: «Ricordatevi che la pena non è la passionale e smodata vendetta dei privati: è la risposta calibrata dell’ordinamento giuridico e, quindi, ha tutta la misura propria degli interventi del potere sociale, che non possono abbandonarsi ad istinti di reazione e di vendetta, ma devono essere pacatamente commisurati alla necessità, rigorosamente alla necessità, di dare al reato una risposta quale si esprime in una pena giusta».

Sui fascicoli di esecuzione penale, per gli ergastolani figura stampata la espressione “Fine Pena: Mai”.

E in effetti dal 1992 in Italia è stata introdotto l’istituto del cosiddetto “ergastolo ostativo”, pena perpetua che viene comminata a chi si è macchiato di delitti particolarmente gravi; una pena cioè che andrà scontata in maniera integrale, senza alcuno sconto di pena per buona condotta carceraria, senza alcun permesso premio per qualche giorno in famiglia.

Una pena di morte inflitta per tutta la vita a persone fatte rimanere vive. In Italia si stima siano un migliaio, fra cui ovviamente Totò Riina.

Da giovane avvocato, moltissimi anni fa venni designato dal mio Ordine Professionale ad assistere a diverse udienze in cui era imputato Totò Riina, che si collegava in video conferenza, sempre salutando i Magistrati e gli avvocati tutti, in brevi e per lo più silenziose presenze.

Oggi risulta affetto da neoplasia renale bilaterale, con gravissime incidenze cardiovascolari, che ne impongono lo stazionamento a letto.

Ha chiesto di poter usufruire del rinvio della esecuzione della pena, istituto disciplinato dall’art. 147 del Codice Penale allorché “una pena restrittiva della libertà personale deve essere eseguita contro chi si trova in condizioni di grave infermità psichica”.

Funziona così: l’avvocato propone l’istanza al Tribunale di Sorveglianza (un Tribunale specializzato nella fase esecutiva della pena carceraria), che dispone una perizia medica, di solito affidata a medici militari.

Oltre la sussistenza di una gravissima patologia, certificata dalla perizia, il Tribunale, dopo una modifica legislativa intervenuta nel 2001, deve altresì verificare che non sussista “il concreto pericolo della commissione di delitti” se il condannato dovesse lasciare il carcere.

In caso di ammissione al beneficio, ogni 6 mesi dovrà essere verificato lo stato di salute del condannato, sempre a mezzo di perizia, e se lo stato di salute dovesse essere migliorato, si ritorna in carcere a scontare la restante pena, la cui decorrenza resta nel frattempo sospesa.

Vale per tutti, e dovrebbe valere anche per Totò Riina; come doveva valere per Bernardo Provenzano o Michele Greco o Luciano Liggio, tutti lasciati invece a morire in carcere.

Deve valere per Totò Riina. Persino per Totò Riina, di tal che poi dovrà e potrà valere per tutti, il diritto di morire in un letto di ospedale assistititi da una moglie, un figlio, una madre.

Altrimenti sarà vendetta, non pena.

Altrimenti tanto varrebbe ripristinare la pena di morte, per i reati ritenuti di volta in volta più gravi: oggi quelli di mafia, domani quelli di comunisti o di fascisti, di islamici o di cattolici. Delitti sulle donne o sui bambini o sull’ambiente, o per un naufragio o per uno antipatico, e che non si è neanche “pentito”.

Occorre però coerenza, e soprattutto conseguenza nel ragionamento.

Spingere la polvere sociale sotto il tappeto penitenziario, riempire le carceri considerando risolto il problema del bene e del male, dei buoni e cattivi, chiudendo chiavistelli sempiterni, non risolve il problema.

O almeno, finora e da secoli non lo ha risolto.

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