Un posto di lavoro? Ripassi tra cent’anni (di A.Gnesi)

di Arturo GNESI
Medico – Blogger
Sindaco di Pastena

 

 

Parlo per me, della mia esperienza e della comunità che , pro-tempore amministro. Tengo a distanza i ragionamenti sulle responsabilità della politica, evito di parlare dell’arrendevolezza delle forze sindacali e per non far venire il voltastomaco a qualcuno non accenno minimamente alla corruzione e alla presenza di interessi mafiosi sul nostro territorio.

Rimango fermo al tema del lavoro che non c’è, che diventa miraggio per alcuni, illusione per altri ma per tutti una speranza per cambiare la propria vita e il destino della società nella quale viviamo.

Dappertutto ci sono esempi virtuosi, a cominciare dalla classe imprenditoriale anche se nessuno può negare che molti di loro hanno divorato fortune e risorse pubbliche devastando il territorio e andando oltre le leggi e le stesse norme etiche.

Chi per il profitto, chi per i voti e chi per entrambi, il fatto indiscutibile sul quale siamo quasi tutti d’accordo riguarda il ritardo tecnologico della nostra provincia, la disoccupazione crescente, ramificata e distribuita su tutta l’area, in tutti i ceti e le fasce sociali.

Certamente la società civile non può fare la parte della vittima innocente perché avrebbe da tempo dovuto opporsi agli scambi di favore, ai ricatti, ai comparaggi e talvolta alla compravendita di posti di lavoro nel segno della complicità e del silenzio. Appalti pubblici che sono stati terreno di conquista di spregiudicati e moderni comitati d’affari, finanziamenti che spesso non andavano dove servivano quanto piuttosto dove accontentavano gli elettori e quella paludosa combriccola di affaristi che ricambiava la cortesia con soldi e consenso elettorale.

Se di tutto questo si potesse parlare al passato e divenisse oggetto di amari racconti per i libri di storia potremmo guardare con fiducia al futuro ma siccome il contagio persiste anche in forma sub-clinica c’è sempre da stare in campana perché prima o poi il bubbone riemerge.

Sul lavoro che non c’è si intrecciano più tematiche e ognuno dovrebbe farsi carico delle proprie competenze ed interrogarsi se è lecito rimanere passivamente a guardare o piuttosto non diventi un dovere fare qualcosa di concreto per dare speranze e certezze alle giovani generazioni.

Un sindaco che può fare? come si può impedire lo spopolamento dei piccoli centri e bloccare la fuga dei senza lavoro?
A chi possiamo raccontare le nostre preoccupazioni? Ed a chi possiamo suggerire ipotesi di soluzione di alcuni problemi che riguardano la nostra comunità?

A nessuno. Non ci ascolta nessuno benché ogni volta che si va nel palazzo della Regione ci sia un esercito di impiegati che transitano lungo i corridoi per poi prendere posto dietro una delle tante migliaia di scrivanie accalcate nelle stanze. Ne ho conosciuti parecchi, di bravi, competenti e professionali ai quali affidare pratiche e interpellanze e di altri imbucati là a loro insaputa con i quali si perde solamente tempo.

Le disposizioni nazionali e regionali ci tagliano i fondi per mantenere servizi essenziali e per eseguire interventi di manutenzione, ripristino e miglioramenti del centro storico, non ci consentono la riparazione delle strade, il mantenimento della scuola dell’obbligo, di conservare una rete di assistenza territoriale ai disabili e agli anziani e infine norme insensate dell’edilizia bloccano gli investimenti e i lavori di ristrutturazione dei privati.

Se la vita in un piccolo paese diventa difficoltosa e se la rete ospedaliera tutt’intorno ha vistose e carenze croniche, come fa un territorio a produrre ricchezza e benessere?

Chi dovrebbe investire in un realtà del genere se ogni estate scoppia la guerra per l’approvvigionamento idrico e persino per la lotta alle zanzare visto che non è facile trovare i fondi per la disinfestazione dei centri abitati.

Certo per creare lavoro i saggi diranno che ci vogliono le banche che mettono a disposizione i capitali, meno tasse sulle imprese, infrastrutture efficienti, la flessibilità dei contratti e tanto altro ancora.
Non ho risposte e soluzioni ma da quello che vedo in giro mi rendo conto che non siamo ancora posizionati sui nastri di partenza per un nuovo cammino dì innovazione e cambiamento della nostra civiltà provinciale.
C’è il turismo che potrebbe creare lavoro ma sono anni che si fanno tante chiacchiere e fatti zero.
Dagli umori politici di questi giorni si annuncia una stagione decisionista che non farà cambiare né marcia e né musica alla nostra provincia perché lo spartito sarà sempre scritto altrove e lontano dalla nostra gente.

A noi spetta il compito di non illudere la gente nè di ammazzare la speranza e allora ..” ripassi tra cent’anni” chissà …..

 
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