Willy, il branco di vigliacchi e la cultura della violenza

Willy e tutti gli altri, quando il seme dell'odio e la cultura della sopraffazione animale prendono il sopravvento. Con la scuola che perde valore e i social che creano i nuovi vigliacchi.

Corrado Trento
Corrado Trento

Ciociaria Editoriale Oggi

La foto simbolo di Willy lo ritrae a scuola. Con occhi che esprimono gioia, curiosità, voglia di vita, bontà. Tutto questo è stato spezzato da un brutale pestaggio di un branco di balordi. Tre, quattro, cinque: non fa differenza. Ballavano sul suo corpo inerme. Guai a sottovalutare l’episodio, guai a dimenticarlo o a catalogarlo come una tragedia sporadica. Non è così. Minimizzando si finisce con il diventare complici di una degenerazione della società italiana. Una degenerazione che facciamo finta di non vedere, un allarme che facciamo finta di non sentire.

Il cancro che sta minando la nostra società si chiama rabbia. Che sempre più spesso si trasforma in odio. Non è un fatto episodico. Ricordiamo tutti la morte di Emanuele Morganti, anche lui vittima del branco. Ma ogni giorno la violenza domina le cronache. Lo stupro delle due minorenni inglesi, gli innumerevoli atti di bullismo. Ha ragione Stefano Massini, che nel suo monologo a Piazza Pulita ha invitato tutti a uscire dalla logica dei perdenti e dei vincenti. Dei “fighi” e degli “sfigati”. E poi chi e cosa determinano queste categorie?

Sempre più spesso la violenza, l’arroganza, la sopraffazione. E la voglia di accanirsi contro chi è più sensibile e quindi percepito come più debole.

Willy aveva cercato di smorzare gli animi, soccorrendo un amico. Cosa dovremmo dire ai nostri figli? Che gli amici in difficoltà non si soccorrono altrimenti si rischia la vita? E tutto questo perché? Perché vige la regola del branco: tutti contro uno. L’apoteosi della vigliaccheria. Chi ha ucciso Willy non è un eroe. E non è neppure uno che ha sbagliato. È un assassino. Ma il punto è che la nostra società non sembra ancora aver sviluppato gli anticorpi nei confronti di questi balordi. Che si credono intoccabili e perfino gente di successo.

La pandemia sottovalutata: l’odio per l’odio

La cultura dell’odio e la morte di Willy: un tragico legame da spezzare

Aveva 21 anni Willy Monteiro Duarte. Era un ragazzo buono e dolce, lavorava come cuoco e aveva tanti sogni.

Dicevamo della foto che lo ritrae quando era a scuola. Già, la scuola. Il luogo dell’educazione per eccellenza, dove i ragazzi si confrontano con loro stessi e con gli altri. E dove i parametri di crescita sono merito, studio, impegno, capacità di interagire, generosità, saper fare squadra.

Tutto ciò che distingue una comunità da un branco. Perché nella comunità ci sono gli uomini, nel branco gli animali. Il maschio “alpha” è il lupo più forte e rispettato, quello che caccia per primo. Che cammina davanti agli altri, l’unico che si accoppia, il primo a mangiare la preda.

Ma cosa determina l’essere un maschio “alpha”? L’esito dei combattimenti. Il che è normale se parliamo di animali. Mentre gli esseri umani vivono in comunità. E in una comunità dovrebbero esserci regole e valori, tolleranza e capacità di aiutare chi è rimasto indietro. Invece tutto questo è saltato nella società odierna. Impera l’odio per l’odio. Per chi è più debole, per le donne, per chi è più grasso, per chi fa fatica ad integrarsi, per chi viene da fuori. Per chi semplicemente è diverso dalla massa. (Leggi qui Emanuele, Willy e la cultura della morte che creiamo noi).

Liliana Segre © Imagoeconomica Paolo Lo Debole

La rabbia straripa ad ogni livello. Risse e pestaggi sono all’ordine del giorno. C’è invece l’ostentazione della forza bruta, della violenza. E di quella logica del branco che purtroppo sembra essere contagiosa. La senatrice a vita Liliana Segre ha voluto ricordarlo. Così: «La fine di quel ragazzo è un naufragio della civiltà. Io purtroppo ho visto come si comincia a odiare qualcuno e come si insegna a farlo. Mettendo prima la persona in ridicolo, poi facendo del bullismo. E dalle parole violente, il passo successivo sono i fatti violenti, finché si arriva ad ammazzare». (Leggi qui)

Le sirene dell’allarme sociale stanno suonando da tempo in Italia. Ma si continua a far finta di nulla. Non è facile e neppure semplice educare. Ma non esiste un’altra strada.

La rabbia cieca che imperversa sui social

Esiste poi un ulteriore aspetto, quello della rabbia che avanza sul web. Ad ogni occasione. E pure stavolta l’eccezione non c’è stata. Qui non è più soltanto questione dei webeti” indicati da Enrico Mentana. Il livello è ormai diverso e investe gli “odiatori” in servizio permanente effettivo.

Quelli che quasi sempre si nascondono dietro l’anonimato o dietro nomi di fantasia. Vomitando on line rabbia, insulti, offese, odio. Spesso neppure preoccupandosi di informarsi su quello che è successo. Post offensivi, indegni e denigratori si sono visti anche nei giorni successivi all’omicidio di Willy Monteiro Duarte.

Enrico Mentana, coniatore del termine ‘webete’

Si tratta di un altro aspetto che evidenzia il decadimento di una parte della nostra società. Una parte che però non è isolata e neppure sganciata dal contesto.

Carlo Verdelli ha scritto sul Corriere della Sera: «Il problema è la rabbia, che sta sradicando le protezioni sociali che la contenevano. E che dilaga senza freni, senza limiti. Il problema è che cosa stiamo diventando come Paese, rassegnati al peggio».

A fare da contraltare la lezione che Willy Monteiro Duarte ha dato a tutti. Il “piccolo gigante” come lo chiamava la mamma. Una lezione di generosità e di coraggio. Willy non ha girato la testa dall’altra parte, non ha fatto finta di non vedere. No, è intervenuto per cercare di tirare un amico fuori dai guai. Ed è proprio questo a marcare una distanza siderale. Tra chi fa parte di un branco e chi invece è parte integrante di una comunità di persone.

Perché in una comunità di persone non ci sono soltanto regole, ma anche sentimenti. Si respirano emozioni. Ci si abbraccia. Si condivide. Willy rappresenta quell’Italia bella e buona che abbiamo smarrito. Rassegnandoci.

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