A Cassino il dibattito è un ring: e chi vince è chi non sale

A Cassino lo scontro tra Sebastianelli, Galasso e "Liberi e Forti" scivola dal piano amministrativo a quello personale, mentre i partiti restano in silenzio. Paradossalmente, a guadagnarci sembra essere chi ha scelto di non entrare nel ring: il sindaco Salera.

È ormai ben oltre lo scontro politico. A Cassino il dibattito è tutto un ring. Un luogo dove si regolano conti personali, dove l’avversario si delegittima non per quello che dice o propone, ma per la casacca che indossa. Nel mai serafico agone politico cassinate, i decibel non sembrano destinati ad abbassarsi. E quando la gara è a chi urla più forte, prima o poi arriva il momento in cui gli argomenti finiscono. Restano gli strali. E, spesso, finiscono per colpire più chi li lancia di chi li riceve.

Negli ultimi giorni, quel confine già più volte sfiorato è stato nuovamente superato. Con una certa disinvoltura, verrebbe da dire.

I protagonisti dello scontro

L’ex sindaco Carlo Maria D’Alessandro

I protagonisti sono il consigliere comunale del Terzo Polo Giuseppe Sebastianelli e la consigliera di maggioranza Mercedes Galasso. Sullo sfondo, ma nemmeno troppo, è entrata anche “Liberi e Forti”, l’associazione politica che venne fondata dall’ex sindaco di centrodestra (dal quale venne sfiduciato) Carlo Maria D’Alessandro e che ora fa riferimento ad Enzo Parmisano ed Emilia Ferraro da quando D’Alessandro ha scelto di dedicarsi esclusivamente al lavoro. (Leggi qui: E lo scontro Sebastianelli vs Galasso scopre il parallelo Cassino – Frosinone. E qui: Top e Flop, i protagonisti di venerdì 4 settembre 2026)

All’inizio il terreno dello scontro era quello classico: la candidatura di Cassino a Capitale italiana della Cultura 2029, la riqualificazione di piazza Labriola, la manutenzione della città. Questioni amministrative, dunque. Materia sulla quale maggioranza e opposizione dovrebbero misurarsi con idee, numeri e proposte.

Poi, però, è bastato il secondo comunicato perché il confronto cambiasse natura. Galasso ha scelto il sarcasmo. Sebastianelli si è risentito, arrivando addirittura a fare l’offeso. “Liberi e Forti” ha rincarato la dose, arrivando a descrivere la maggioranza come un gruppo di persone dalla “poca buona educazione“, impegnato (questa l’accusa) a “fare in modo che una città sia sempre divisa e divisiva“.

Il sassolino del 2024

Mercedes Galasso

Ed è qui che il dibattito politico scivola rapidamente sul terreno personale. Galasso, infatti, replica ricordando il 2024: «Volevate candidarvi con noi ma gli anticorpi della coalizione non vi hanno voluto». Il riferimento è alla stagione delle ultime elezioni comunali, quando la compagine politica vicina a D’Alessandro provò a costruire un’alleanza proprio con l’allora opposizione all’ex sindaco: quella guidata da Enzo Salera. Un tentativo che non andò in porto e che portò “Liberi e Forti” a trovare spazio nel Terzo Polo.

Un dettaglio politico, certo. Ma anche il classico sassolino che, una volta lanciato, rischia di trasformare una discussione amministrativa in una resa dei conti.

Molto attacco, poca alternativa

E allora il punto diventa un altro. Perché nei comunicati di questi giorni si trova molto attacco e pochissima alternativa. Galasso, sostanzialmente da sola, prova a difendere l’amministrazione. Dall’altra parte, invece, il Terzo Polo rivendica la mancata condivisione sulla candidatura di Cassino Capitale della Cultura 2029. Una critica legittima. Ma dopo la critica dovrebbe arrivare la proposta.

Qual era l’idea alternativa? Quale progettualità avrebbe portato il Terzo Polo al tavolo nel momento in cui Salera e la sua coalizione avrebbero teso la mano? E quale sarebbe quella di “Liberi e Forti“? Sono domande semplici. Ma restano senza risposta.

Lo stesso vale per l’accusa di una città “divisa e divisiva“. Non è chiarissimo cosa significhi, sul piano amministrativo. Ogni scelta pubblica ambiziosa produce inevitabilmente consenso e dissenso. Soprattutto quando si interviene sulla città, sulle opere pubbliche, sulla mobilità, sugli spazi urbani. Andatelo a chiedere a Riccardo Mastrangeli cosa significhi provare a cambiare il concetto di mobilità urbana a Frosinone. Ogni scelta produce una reazione. E non per questo smette di essere politica.

Nel caso di Salera, come in quello di Mastrangeli, c’è poi un elemento difficilmente contestabile: le iniziative amministrative messe in campo sono, nel bene e nel male, riconducibili ai programmi elettorali con i quali i due sindaci hanno chiesto il voto. Il problema, dunque, non è dividere. Il problema è come si prova a convincere una città della bontà delle proprie scelte.

Il silenzio dei Partiti

Vincenzo Marrone

Ed è proprio qui che, in questa vicenda, fa più rumore il silenzio. Quello dei Partiti. Perché mentre consiglieri e associazioni politiche si affrontano a colpi di comunicati, le forze politiche strutturate restano sostanzialmente fuori dal ring. Dal Partito Democratico al Partito Socialista per la maggioranza. Da Forza Italia a Fratelli d’Italia per l’opposizione.

L’unica eccezione, almeno finora, è la Lega con Vincenzo Marrone, il quale, ieri, è arrivato a chiedere al sindaco di “aprire la porta all’opposizione” sul tema della sicurezza. Come se il Consiglio Comunale possa disporre la mobilitazione dell’Esercito lungo viale Dante o piazza Diamare.

Chi sceglie di non salire sul ring

Alla fine, mentre tutti si affannano a occupare il ring, c’è qualcuno che decide semplicemente di non salirci. È Enzo Salera.

Enzo Salera

Il sindaco, questa volta, ha fatto una cosa politicamente intelligente: ha lasciato sopire il suo istinto da pitbull. Non è entrato nel vortice delle polemiche. Non ha risposto a ogni provocazione. E non ha alimentato il rumore. Ha lasciato che fossero gli altri a consumarsi. E, nel frattempo, ha scelto di parlare con l’attività amministrativa.

Nel bene e nel male. È una strategia. E finché gli altri continuano a discutere tra loro, funziona. Esattamente come, nel capoluogo, continua a fare Riccardo Mastrangeli. Nel bene o nel male, anche lui ha scelto di misurarsi soprattutto con ciò che fa.

Alla fine, dunque, il paradosso è tutto qui: in un’arena nella quale maggioranza, opposizione e associazioni politiche si sfidano a colpi di comunicati, quello che rischia di uscirne meglio è proprio chi dal ring ha scelto di stare fuori.