A Valmontone il Pd regola la bussola: Leodori costruisce l’unità contro Rocca

Dal confronto di Palazzo Doria Pamphilj emerge un Pd laziale più compatto. Leodori prova a ricucire le correnti e rilancia la sfida alla destra di Rocca: prima l’unità del partito, poi la costruzione della coalizione.

Valmontone, il Pd ritrova la linea: unità per battere Rocca

La scena è quella di Palazzo Doria Pamphilj a Valmontone. Non una convention rumorosa, non una passerella di corrente. Piuttosto una riunione politica con un obiettivo preciso: rimettere in sintonia il Partito Democratico del Lazio.

È da lì che arriva il segnale più interessante delle ultime settimane. Dal palco dell’iniziativa “La politica che ascolta” il Segretario regionale Daniele Leodori non si limita a fare opposizione al governatore del Lazio Francesco Rocca. Fa qualcosa di più: prova a fare la manutenzione sulla geometria politica del centrosinistra laziale, una messa a punto complessiva prima di lanciare il motore Dem in una sfida che richiederà di andare a pieni giri.

La frase che sintetizza il ragionamento arriva quasi in controluce. «Non possiamo permetterci di dividerci come tre anni fa. Dividendoci abbiamo regalato un calcio di rigore a porta vuota alla destra». Tradotto dal linguaggio politico: la sconfitta del 2023 non deve ripetersi.

Il ricordo della sconfitta

Daniele Leodori

Quel passaggio non è casuale. Nel febbraio del 2023 il centrosinistra arrivò alle Regionali diviso. Il candidato Alessio D’Amato si fermò oltre venti punti dietro Francesco Rocca, mentre il Movimento 5 Stelle correva per conto proprio con Donatella Bianchi. Una divisione che spalancò la porta al centrodestra. Ma che aveva radici ben più profonde: il Pd si impegnò a fondo per logorarsi, dividersi, suicidarsi su una strategia che mandava in soffitta dieci anni di governo insieme ai grillini di Roberta Lombardi e di Campo Largo costruito con pazienza per Nicola Zingaretti proprio da Daniele Leodori e l’allora capogruppo Mauro Buschini.

Ma anche il M5S ci mise del suo: con una candidatura che aveva solo lo scopo di rendere impossibile la vittoria al centrosinistra: schierando una giornalista che non aveva mai fatto politica fino a quel momento, non l’ha fatta più nemmeno dopo, non è entrata nemmeno un’ora in Consiglio Regionale ma ha rinunciato all’elezione.

Se poi vogliamo mettere il diktat di Azione che impose letteralmente la candidatura a presidente per Alessio D’Amato altrimenti non avrebbe partecipato, il quadro è quasi delineato.

E proprio da quella lezione parte oggi il ragionamento del Pd. Lo dice chiaramente Leodori: serve un Partito unito dentro una coalizione larga, capace di arrivare pronto alle prossime scadenze elettorali. Perché il calendario politico non è lontano. Nel 2027 si voterà in gran parte dei comuni del Lazio, Roma compresa. E subito dopo arriverà la partita Regionale.

L’asse che tiene insieme il Pd

Claudio Mancini

Ma il vero fatto politico della giornata di Valmontone non è solo il discorso del segretario regionale. è chi c’era attorno a quel palco. Perché quello visto ieri non è stato un semplice incontro politico. È stato un asse interno al Pd del Lazio sorprendentemente solido: un asse che tiene insieme praticamente tutto il Partito regionale.

Da una parte Area Dem, la componente che fa riferimento proprio al Segretario Regionale Daniele Leodori ed al presidente regionale Francesco De Angelis. Dall’altra Rete Democratica, la corrente che fa capo al deputato Claudio Mancini, responsabile regionale Enti Locali del Pd. E dentro questo equilibrio trovano spazio anche i Riformisti vicini a Lorenzo Guerini, rappresentati nel Lazio da figure come Antonio Pompeo.

Tre mondi diversi del Pd che, per una volta, si muovono nella stessa direzione. Ed è questo il segnale politico vero.

Il Pd che non si divide più

Claudio Mancini e Daniele Leodori

Non è un dettaglio. Perché proprio l’assenza di questa unità fu uno dei fattori che portarono alla sconfitta del 2023: le correnti erano divise, le strategie non coincidevano. E alla fine il centrosinistra arrivò al voto senza una linea comune.

Valmontone racconta una storia diversa. Qui il messaggio è chiaro: il Partito c’è ed è compatto, non è un laboratorio fragile e non è un equilibrio momentaneo. È la dimostrazione plastica dell’architettura politica che tiene insieme le principali aree del Pd laziale.

E questo porta con sé una conseguenza politica importante. Se il Pd del Lazio si presenta con questo livello di compattezza, diventano molto più difficili le intromissioni dall’alto. Il messaggio è semplice. Le scelte politiche sul territorio non si decidono fuori dai territori ma si costruiscono dentro il Partito regionale, tra le sue correnti e i suoi amministratori.

Valmontone, da questo punto di vista, è stato quasi un manifesto. Il Pd prova a dire una cosa: la stagione delle divisioni deve finire qui.

La partita che si apre

Naturalmente questo non significa che la strada sia già tracciata. Il centrosinistra dovrà comunque sciogliere due nodi. Il primo riguarda il rapporto con il Movimento 5 Stelle, che resta uno degli interlocutori possibili per ricostruire il Campo largo. Il secondo riguarda la costruzione di un progetto politico credibile per il Lazio. Lo ha detto chiaramente Claudio Mancini: «Abbiamo ricostruito un campo d’alleanza, ora dobbiamo avere un progetto». Perché l’unità, da sola, non basta.

Serve una proposta capace di contendere davvero la Regione al centrodestra. Resta però una lezione politica molto chiara. Nel 2023 il centrosinistra perse perché arrivò diviso, oggi prova a ripartire da un presupposto opposto: prima l’unità del Partito.
Poi la costruzione della coalizione.
È una strategia semplice ma nella politica del Lazio, dove le correnti spesso pesano più delle idee, non è affatto scontata.

Per questo l’appuntamento di Valmontone è stato molto più di una riunione politica. È stato il tentativo di ricostruire l’equilibrio interno del Pd laziale. E soprattutto di dimostrare una cosa. Che questa volta la partita non verrà giocata divisi.