Un Paese irreversibilmente ammalato di slogan ed un popolo diviso fra chi non vota e chi vota solo di pancia
A mettere a regime il bipolarismo, di fatto quasi inventandolo, ci aveva pensato quella manciata di mesi a partire dal 1993 dopo il ciclone Tangentopoli. Con la partitocrazia della Prima Repubblica scardinata dalle inchieste del pool di Mani Pulite il campo della politica italiana divenne come le praterie dell’Ovest negli Usa del secondo ‘800.
“Terre” sconfinate su cui piantare paletti di concessioni a discapito dei nativi. E Silvio Berlusconi, federando in asse geografico Lega ed Alleanza Nazionale, riuscì in due intenti. Apparire come homo novus scollegato dal marciume sulle cui rovine stava edificando un nuovo sistema di potere e costringere i suoi avversari a creare coalizioni mixate per area ideologica che potessero fronteggiare la nuova creatura.
Nacquero, avallati anche da leggi elettorali ad hoc (il Mattarellum su tutte) , il centrodestra ed il centrosinistra. Come siano andate le cose da allora è faccenda nota.
Dal Cav al nuovo riflusso

Anche il bipolarismo finì col mettere in evidenza i mali atavici della politica italiana e iniziarono a germinare sacche di populismo. Cioè? Nei cittadini attecchì l’idea che esistessero solo due grandi categorie: quella di chi ha a cuore gli “interessi del popolo” e l’altra. Quella che vive e pascola esattamente nella mistica dei “diritti calpestati” del popolo medesimo.
Fu una miccia che condusse rapidamente alla deflagrazione, al “Big bang” di una nuova galassia politica. Nacque e divenne soggetto politico cardinale, con Beppe Grillo, il Movimento Cinque Stelle. Convogliò dentro il suo primo sé tutti i malumori di decenni di fregature e divenne cardinale. Ebbe anche il merito di assorbire eventuali sacche di eversione rabbiosa.
Questo mentre la nuova Lega di Matteo Salvini, nel cercare di darsi una patente nazionale e disertare dal suo regionalismo sociale, scivolava sempre più nei temi-esca tipici del populismo spinto. E la destra primeva?
Tulliani e “che fai, mi cacci?”

Grazie anche al famoso “che fai, mi cacci?” e ad un signore chiamato Giancarlo Tulliani celebrò la morte di Alleanza Nazionale. A svolgere la funzione di impollinatore della nuova formazione dei Fratelli d’Italia fu, suo malgrado, sempre Silvio: con l’inatteso annullamento delle primarie del PdL, annunciato alle agenzie di stampa senza nemmeno informare prima gli alleati. Maurizio Gasparri venne umiliato pubblicamente dall’annuncio che apprese mentre era in diretta negli studi di La7: “Credo che a questo punto dovremo fare una riflessione, lascio lo studio perché a questo punto non so nemmeno chi e cosa sto rappresentando”. Dopo quattro giorni venne annunciata la convention Primarie delle Idee, durante la quale Ignazio La Russa annunciò la fondazione di un nuovo partito. Che entrò a razzo nel mood populista affiancandogli il propellente di un sovranismo ancor più estremo.
Di una mistica tutta epos e poca storia cioè, per la quale gli interessi di Italia e italiani (e la loro narrazione spinta) sono la sola unità di misura dell’azione pubblica. Senza interfaccia, senza fare logica di sistema, senza globalizzazione, senza macro organismi politici come l’Europa. Tutti bruttaccioni e burocrati maligni tranne i “neo patrioti” insomma..
E a sinistra? Il processo fu più subdolo e tale si è conservato, ma ha portato più o meno agli stessi risultati.
Il Nazareno che si adegua

Oggi il Partito Democratico, soggetto capofila dell’opposizione a Giorgia Meloni, vive per parte maggioritaria di un lessico fatto di slogan, battaglie ideologiche e temi chiave lontani anni luce dai bisogni concreti di un Paese che ha guai grossi: economici, sociali ed erariali. Però Elly Schlein resta lontana da un concretismo che non le è mai appartenuto.
Signore e signori, a distanza di 30 anni dalla nascita del bipolarismo, ecco a voi la sua versione comiziante e di pancia: il bipopulismo. La vecchia distinzione fra liberali e illiberali ha lasciato il posto ad un dualismo che ha finito, con la complicità dei social, con il modificare anche il lessico comune e della stessa politica di massimo rango.
E l’illiberalismo è il concime più fertile del populismo, che usa i gargarismi polemici per denigrare l’avversario più che usare le skill per migliorare la vita dei cittadini. Il linguaggio è robetta da teenager, i temi sono trattati superficialmente con continue bugie da propaganda, e per lo più sono volti a mettere in luce le tare avverse, non le capacità proprie.
Giorgia ed Elly: “Alla sbarra”

E le due principali testimonial di questa degenerazione, sa pur con registri diversi, sono loro: Giorgia Meloni ed Elly Schlein. La prima vive una eterna campagna elettorale, un tirannico “Giorno della Marmotta” che ogni giorno costringe il protagonista ad usare le stesse parole, compiere gli stessi gesti, cantare la stessa canzone.
La seconda, già predisposta per suo battage a questo duello ideologico e sterile, ha finito con il seguire la prima. E parla per jingle pop senza avere la minima idea di cosa fare per rovesciare lo stato delle cose. O, peggio ancora, di cosa fare ove le rovesciasse davvero in urna.
Un reset appare impossibile e quel che è peggio, gli italiani, almeno per parte maggioritaria, sono divisi in due grandi blocchi. Che non sono quelli coincidenti con le sceneggiate dei due schieramenti opposti.
Elettori trash ed elettori fermi
Da un lato ci sono pochi che votano e che seguono l’usta del bipopulismo, o perché troppo benestanti per ravvisarne gli effetti nefasti, oppure perché troppo ideologicamente citrulli e social-dipendenti per capire che sono becchini di loro stessi.

Dall’altro ci sono i molti, moltissimi, che speravano in un ritorno della politica concreta, fatta di cifre, dati, numeri, anfibi nel fango ed impegno a lungo termine che con contempli solo riconferme al potere.
Tuttavia, non ravvisando né questi ingredienti né la possibilità che si materializzino nei programmi di partiti autorevoli, costoro a votare non ci vanno.
Il concretismo che annaspa
E lasciano campo libero – le famose praterie – al bipopulismo. Da questo punto di vista riuscire a trovare una quadra sui pilastri reali dello Stato di Diritto, delle sue oggettive ricette economiche, del suo welfare, della sua sanità e scuola, è quanto di più arduo si possa immaginare.

Certo, ultimamente qualche timido ma oggettivo palpito riformista e moderato, a seconda degli schieramenti, lo si è intravisto. Ma sono vagiti o fuochi fatui: robina timida spersa fra l’approccio un po’ “mollusco” di un Antonio Tajani e la verve frondista ma con truppe scarse di una Pina Picierno.
Oppure decantati e declamati da un Matteo Renzi o un Carlo Calenda, che però, poveretti e colpevoli al contempo, hanno sempre piani B in tasca e numeri da pianerottolo in carnet.
Il serpente che si morde la coda
E’ un uroboro, un serpente che si morde la coda, perché per far tornare l’Italia alle cose concrete servirebbe che certi partiti crescano, ma per far crescere i partiti servirebbe che la gente che non vota più vada a votare.
E per mandare a votare gli italiani che oggi non votano servirebbe lanciare qualche segnale concreto, cosa che i concretisti di oggi non sono in grado di fare, né a destra né a sinistra, perché sono troppo piccoli.
Una specie di elisir di lunga vita per il bipopulismo italico di questo primo quarto di secolo dei 2000, elisir che è la cicuta che sta ammazzando la politica vera.



