Anagni, non ha chiuso il bar della stazione ma un presidio di civiltà

[IL COMMENTO] Dopo quasi trent'anni la caffetteria dello scalo ferroviario ha abbassato la saracinesca. Non è solo la perdita di un'attività commerciale ma uno schiaffo ai viaggiatori da parte di una città che ha grandi ambizioni turistiche ed invece non riesce neppure a difendere un luogo di umanità in un contesto di cemento e ferro

Paolo Carnevale

La stampa serve chi è governato, non chi governa

C’è una scena in un piccolo film di Ermanno Olmi del 1954: “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggero”. È un delicato omaggio a Giacomo Leopardi che racconta l’attesa e la polvere delle piccole stazioni: luoghi dove il tempo sembra sospeso. Ad Anagni, quel tempo non è più sospeso: si è fermato.

Dopo quasi trent’anni, il bar della stazione ha abbassato la saracinesca. Non è solo la fine di un’attività commerciale: è lo smantellamento di un presidio di civiltà. Ed è anche un paradosso squisitamente italiano, una pièce teatrale in cui tutti gli attori recitano la parte della vittima. È il trionfo del “non è colpa mia”.

Hanno tutti ragione

Il bar della Stazione di Anagni

Da una parte c’è il gestore del bar che giustamente punta il dito contro affitti diventati insostenibili. Dall’altra le Ferrovie, che snocciolano bilanci, costi di gestione in ascesa e logiche di mercato impietose. “Ognuno ha le sue ragioni”, diceva Jean Renoir ne “La regola del gioco”.

Ed è proprio qui il dramma: hanno tutti ragione. Le Ferrovie devono far quadrare i conti, il gestore deve sopravvivere. Eppure in questo scontro il risultato è un deserto. Il viaggiatore che scende ad Anagni oggi non trova un caffè, non trova un riparo e, dettaglio non trascurabile in un paese che si professa moderno, non trova un bagno. La stazione, da porta d’ingresso alla Città dei Papi,si è trasformata in un non-luogo (direbbe Marc Augé). Uno spazio di transito privo di identità e di cura.

Non è colpa nemmeno dell’Amministrazione comunale ovviamente. Ed è vero, le competenze sono divise, i confini della responsabilità sono tracciati con il righello della burocrazia. Ma mentre i diversi enti si scambiano eleganti scaricabarile, la vegetazione incolta avanza come la giungla intorno alle rovine di una civiltà perduta. I parcheggi? Un miraggio o un esercizio di fantasia.

Lo… schiaffo al viaggiatore

Il piazzale della stazione di Anagni

L’utente, il pendolare, il turista che arriva per ammirare il luogo dello schiaffo, o la bellezza della cripta, riceve lui stesso uno schiaffo appena mette piede giù dal treno. È l’estetica dell’abbandono che vince sulla logica del servizio pubblico.

Se tutti hanno ragione, allora chi ha torto? Il torto è del cittadino. È di chi paga il biglietto e scopre che il diritto alla mobilità non prevede il diritto alla dignità. Siamo immersi in quella che Hannah Arendt chiamava la “banalità del male” burocratico: nessuno è il cattivo, ma il sistema produce un disastro.

Il bar non era solo un luogo dove vendere caffè. Era un presidio di sicurezza, una luce accesa nella notte, un punto di riferimento umano in un paesaggio di ferro e cemento. 

Il silenzio di una sala d’attesa vuota

(Foto © DepositPhotos.com)

“È così che finisce il mondo / Non con uno schianto ma con un lamento”. Un verso di “Uomini Vuoti” di Eliot. Scritta nel 1925, ma drammaticamente attuale. La stazione di Anagni non è crollata per un evento catastrofico. E’ scivolata lentamente verso il degrado sotto il peso di calcoli matematici e indifferenza amministrativa.

Tra binari abbandonati e saracinesche chiuse, le istituzioni hanno smesso di rispondere. Resta solo il silenzio di una sala d’attesa senza più vita, a ricordarci che quando l’economia dimentica l’essere umano, non stiamo facendo progresso: stiamo solo aspettando un treno che, forse, non passerà più.