Anagni, resa dei conti del centrodestra dopo il referendum

Alta tensione nella coalizione dopo il referendum. Ha prevalso il Sì ma con un margine minimo che certifica la perdita di consensi nella maggioranza che governa la città. Durante il vertice sono emerse una serie di criticità come lo scarso impegno di alcuni politici in campagna elettorale, troppa autoreferenzialità e soprattutto una distanza tra l'amministrazione e gli elettori

Paolo Carnevale

La stampa serve chi è governato, non chi governa

Una riunione del centrodestra di Anagni a poche ore di distanza dalla chiusura dei seggi del referendum. Chi c’era parla di toni accesi (anche se non gridati), legati ad un tema di fondo: in città il Sì ha vinto, e va bene. Ma le percentuali fanno pensare ad un consenso meno forte. Anche perché, secondo indiscrezioni, più di qualcuno non si è speso in campagna elettorale come avrebbe potuto (e dovuto) per portare a casa il risultato. (Leggi qui: Referendum, due mappe e un solo risultato: Si nelle province ma Roma decide No).

Insomma, le fibrillazioni ci sono. e, come già anticipato, minacciano di creare problemi seri in vista delle prossime comunali. Soprattutto se, miracolosamente, il centrosinistra riuscisse per una volta a non farsi male da solo, evitando di entrare (come si sta invece già facendo) nel loop “io sono più di sinistra di te”.  

Il rischio di un logoramento silenzioso

Il risultato del referendum di Anagni

Ad Anagni le percentuali del referendum sulla Giustizia (il Sì ha vinto, ma proprio sul filo di lana) hanno lasciato in dote al centrodestra locale un sapore dolceamaro. La riunione per analizzare il voto non è stata una passerella ma un momento di autocritica profonda, quasi un esame di coscienza collettivo per una coalizione che, pur confermandosi forza trainante, ha avvertito i primi scricchiolii di un’egemonia che non può più essere data per scontata.

Il dato numerico parla chiaro: ad Anagni il centrodestra ha vinto ma lo ha fatto con un margine così esiguo da trasformare il successo in un monito. La maggioranza consiliare appare ancora solida nei numeri e nella tenuta istituzionale. Il rischio emerso durante l’assemblea è quello di un logoramento silenzioso unito ad una perdita di consensi.

Attualmente, il centrodestra gode di una rendita di posizione garantita (anche) dall’incapacità cronica delle opposizioni: a sinistra, nonostante i proclami di unità, manca ancora una coalizione definita e, soprattutto, una figura credibile da spendere come candidato sindaco. Tuttavia, confidare eccessivamente nelle debolezze altrui è un lusso che i conservatori anagnini dovrebbero capire di non potersi più permettere.

“Bisogna recuperare il rapporto con la gente”

L’assessore Carlo Marino ed il sindaco Daniele Natalia

Il fulcro del dibattito interno, che ha visto la partecipazione di tutte le anime del centrodestra cittadino, è stato la necessità di superare di una certa autoreferenzialità. Il timore, espresso senza troppi giri di parole da molti dei presenti, è che gli elettori di Anagni percepiscano la maggioranza come un blocco arroccato all’interno delle stanze del potere.

La presenza, ormai stabile da anni, del centrodestra nel palazzo ha creato un diaframma tra l’amministrazione e il territorio. La percezione è quella di un governo cittadino che gestisce l’ordinario con competenza tecnica, ma che ha (forse) smarrito la capacità di metterci la faccia e di comunicare l’anima politica delle proprie scelte.

L’analisi nei quartieri

Il Consiglio comunale di Anagni

Uno dei punti più dolenti emersi durante il vertice riguarda l’analisi del voto nei singoli quartieri. Non è passato inosservato il fatto che gli esponenti della coalizione non abbiano agito con la stessa intensità ovunque. In diverse aree della città, il sostegno al Sì referendario è apparso timido, frutto di un’azione politica che in molti casi si è limitata a interessi di carattere puramente tecnico o di piccolo cabotaggio locale, piuttosto che a una mobilitazione ideale e unitaria.

“Il rischio è che il cittadino ci veda come burocrati del consenso, non come rappresentanti di una visione comune”, è stato il commento di uno dei partecipanti, a microfoni rigorosamente spenti. Questa disomogeneità nell’impegno sul territorio è il segnale di un centrodestra che rischia di trasformarsi in una somma di feudi elettorali invece di essere un progetto politico organico. Cosa che potrebbe, come detto, avere effetti nefasti sull’unità di tutto il fronte conservatore della città dei papi.