Assolti dall’ambiente: quando la Giustizia riconosce il buon senso

In provincia di Frosinone e nel Basso Lazio cadono le accuse nei grandi processi ambientali. L’avvocato Sandro Salera e il suo team spiegano cosa c'è dietro alle assoluzioni piene per manager ed enti pubblici, smontando le distorsioni di un sistema normativo confuso

Una bolla di sapone. È stato così per l’ex presidente della Provincia Giuseppe Patrizi. Ma anche per l’ex presidente della AeA Riccardo Bianchi ed il direttore generale dell’azienda. Lo stesso è avvenuto per il fondatore della Mad Valter Lozza, per Rosettano Navarra e Gianni Ferone. Il comune denominatore? Tutti sono finiti sotto inchiesta e poi sotto processo per la gestione dei rifiuti a loro affidati. E tutti sono stati assolti. Con formula piena.

Con varie sfumature, tutti erano accusati di inquinamento ambientale e di violazioni al D.Lgs. 231/2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti. Cioè? È la norma che ha introdotto una responsabilità amministrativa/penale per una serie di reati commessi da propri amministratori, dirigenti, dipendenti o persone incaricate da loro. In quale caso? Scatta se i reati sono stati commessi per creare un vantaggio all’impresa o per carenze nella sua struttura organizzativa.

Perchè li assolvono

Il Palazzo di Giustizia di Cassino

Come è possibile che tutti siano stati assolti? E con formula piena? Perché la normativa ambientale si evolve di anno in anno. Cambia in continuazione. E diventa complesso stargli appresso. Ne sa qualcosa il team legale guidato dall’avvocato Sandro Salera, affiancato in tutti i recenti procedimenti ambientali dall’avvocato Paolo Marandola ed in alciune udienze dall’avvocato Vittorio Salera. In ogni processo hanno affrontato e sciolto i nodi interpretativi di una materia che per sua natura si deve aggiornare in modo costante.

Ma cosa c’è dietro a queste assoluzioni e cosa rivelano sullo stato del diritto ambientale in Italia?

Avvocato Salera, partiamo dalla notizia: una serie di assoluzioni complete in processi per inquinamento ambientale. Come si arriva a un risultato del genere?
(Foto © DepositPhotos.com)

«Con tanto studio e una conoscenza tecnica approfondita della materia. Oltre che alla grande competenza dei giudici dei tribunali di Cassino e Frosinone. Il Diritto Ambientale è un mosaico di fonti: direttive europee, decreti legislativi, regolamenti regionali, circolari ministeriali. Spesso si contraddicono, e il rischio è che l’imprenditore o il dirigente pubblico si trovi a rispondere penalmente per un’interpretazione diversa tra Enti o per un aggiornamento normativo intervenuto nel frattempo. In questi processi siamo riusciti a dimostrare che non c’era dolo né colpa, ma solo la difficoltà di muoversi in un sistema confuso».

Molte contestazioni nascono da un’interpretazione rigida delle norme. È così difficile applicarle in modo coerente?

Le leggi ambientali sono tecniche e spesso scritte per contesti industriali molto diversi tra loro. Ci sono casi in cui la normativa cambia nel giro di pochi mesi, e non sempre gli operatori riescono ad adeguarsi subito. È facile cadere nell’errore formale, ma è compito della giurisprudenza distinguere l’errore dalla colpa. Abbiamo insistito molto su questo punto, anche grazie al lavoro costante con l’avvocato Paolo Marandola, che da anni condivide con me questo approccio pragmatico: rispettare la legge, ma senza farne un dogma contro la logica».

Uno dei nodi principali riguarda i cosiddetti “codici a specchio”. Ci spiega di cosa si tratta e come avete impostato la difesa?
(Foto: Bruno Weltmann
© DepositPhotos.com)

«Per anni si è ritenuto che il detentore dovesse accertare l’assenza di qualsiasi sostanza pericolosa, un obbligo praticamente impossibile da soddisfare.
Noi abbiamo richiamato il principio affermato dalla Corte di Giustizia europea, secondo cui il detentore deve verificare solo la presenza di sostanze che ragionevolmente possono trovarsi nel rifiuto, in base alla fattibilità tecnica ed economica. È una norma di buon senso, che oggi molti tribunali italiani stanno recependo e che ha rappresentato un punto decisivo nei nostri casi
».

Un altro tema ricorrente è quello delle autorizzazioni ambientali. Perché rappresentano un punto critico per le aziende?

«Perché i tempi per ottenerle sono spesso lunghissimi. Le Conferenze di Servizi coinvolgono decine di enti, ognuno con competenze e priorità diverse. Nel frattempo le imprese devono continuare a operare e lo fanno spesso tramite proroghe o autorizzazioni temporanee. È impensabile che questo venga trasformato in una responsabilità penale. La lentezza burocratica non può essere scambiata per inquinamento. Anche questo è un tema che abbiamo affrontato più volte con il collega Marandola e che i tribunali stanno iniziando a riconoscere».

Il vostro studio ha seguito anche enti pubblici e consorzi. È più difficile difendere il pubblico o il privato in questi casi?
L’avvocato Sandro Salera

«Le difficoltà sono simili ma di natura diversa. Il privato deve fare i conti con una normativa che cambia continuamente; il pubblico, invece, con la rigidità dei procedimenti amministrativi. Molti dirigenti pubblici agiscono in buona fede ma restano esposti a rischi enormi per differenze di interpretazione tra enti o per un atto amministrativo adottato con qualche giorno di ritardo. Il Diritto Ambientale è giusto che sia severo, ma non può essere punitivo verso chi opera correttamente

In sostanza, il vero problema è la confusione normativa?

«Sì e direi anche la stratificazione. Ogni Direttiva Europea viene recepita con norme nazionali che a loro volta si intrecciano con leggi regionali e circolari tecniche.
Alla fine, chi deve applicarle — l’imprenditore, il tecnico, o perfino il giudice — si trova davanti a un labirinto
. Servirebbe una semplificazione seria, con testi unici coordinati e regole chiare. In caso contrario, il rischio è che la Giustizia diventi una questione di interpretazioni, più che di fatti.
»

Avvocato Salera, nel corso dei procedimenti ha potuto contare su un team consolidato. Quanto incide il lavoro di squadra in questi casi?
(Foto © Polina Tankilevitch / Pexels)

«Incide moltissimo. L’avvocato Paolo Marandola mi ha affiancato in ogni fase dei processi, portando la sua esperienza e la sua attenzione al dettaglio tecnico. In più di un’occasione, mio figlio Vittorio Salera — anche lui avvocato — ha rappresentato lo studio in udienza, garantendo continuità e presenza. È stato un lavoro corale, dove la collaborazione e la fiducia reciproca hanno fatto la differenza. E credo che questo sia uno dei motivi per cui abbiamo sempre ottenuto risultati coerenti e solidi

Alla luce di tutto questo, cosa dovrebbe fare oggi il legislatore per evitare nuovi casi simili?
Foto: Saverio De Giglio © Imagoeconomica

«Semplificare ma senza banalizzare. Serve una normativa più chiara e meno contraddittoria, che permetta di tutelare l’ambiente senza paralizzare chi lavora rispettando le regole. Bisogna passare da una logica punitiva a una logica di prevenzione e chiarezza. Solo così si potrà garantire una tutela reale dell’ambiente e una certezza del diritto per le imprese».

In chiusura: cosa rappresentano per lei queste assoluzioni?

«Sono la dimostrazione che il diritto, se applicato con equilibrio, sa essere giusto.
Abbiamo mostrato che si può difendere l’ambiente e, allo stesso tempo, chi lo gestisce con serietà
».