Il neo radicalismo dem che mette a rischio una visione concreta dell’Europa e che è tornato a “snobbare” l’Occidente
Proviamo a riflettere su questa lista di nomi di personaggi di spicco del Partito Democratico guidato da Elly Schlein. Eccoli: Paolo Gentiloni, Ernesto Maria Ruffini, Giorgio Gori, Pina Picierno, Pierluigi Castagnetti.
E ancora: Graziano Delrio, Elisabetta Gualmini, Irene Tinagli, Eugenio Giani, Giuseppe Sala ad Antonio Decaro. Cosa c’entrano con la Schlein e cosa hanno in comune? Nulla, a parte la tessera.
Potremmo definirli parte di un’area dem moderata in una zona dem massimalista. In giro, nel mainstream, c’è anche qualcuno che li definisce “un embrione del vero Pd”.
I tempi che cambiano

Di quello primarolo, nato dalla fusione a freddo tra post democristiani e post comunisti. Di certo non è gente che indossa un anacronistico eskimo in un’epoca in cui sono cambiati idee e criteri per cui lottare. Il dato di fatto è che troppi analisti e per troppo tempo hanno imputato l’involuzione della sinistra maggioritaria del Paese alle influenze letali del Movimento Cinquestelle di Giuseppe Conte, e in realtà non è così.
Non del tutto, almeno: quello che sta succedendo è più sistemico ed “indigeno”. E’ come se, con l’avvento del sovranismo, la sinistra italiana non avesse colto l’usta di una reazione matura e moderna. E che quindi si fosse accartocciata sui suoi vecchi criteri di lotta e proclamazione “mainstream” della stessa. Non è un problema di chi fa la corsa ad essere più populista, non c’è un traino, c’è solo una specie di involuzione ideologica per sui il nemico, sotteso ancora, è l’occidentalismo.

La riprova? L’Italia avrebbe dovuto già da tempo creare ed applicare una vera linea europeista. Omogenea, decisa, compatta e trans-partitica. Ebbene, nel caso del Pd non è (ancora successo) e le pulsioni della sinistra massimalista ad arginare ideologicamente il sovranismo di destra hanno funto un po’ da inibitori della crescita.
L’appello di Gentiloni & co.

Oggi, in queste ore, si registra solo l’appello firmato da Paolo Gentiloni, Sigrid Kaag, Bruno Le Maire e Klaus Regling: “In un mondo in cui le regole si stanno sgretolando e il potere globale si misura sempre più in termini di forza e velocità, l’Europa continua a mostrarsi lenta, frammentata e timorosa. Esiste un’unica America, un’unica Cina, ed è tempo che esista anche un’unica Europa“.
Sono lampi di consapevolezza che però appartengono ad isolate tempeste, come gli occasionali vaticini di Mario Draghi che però nessuno ancora ha elevato al rango di manuale pratico.
Che succede quindi? Che da noi sono molti di più gli esempi di opportunità che quelli di saggezza. E su questo filone frammentario il solo fenomeno è quello della censura social di chi ha geni di europeismo molto più numerosi, ma a fronte di numeri di consenso risicatissimi. Gente come Carlo Calenda, ad esempio. Che ha disegnato un quadro quasi macchiettistico del Nazareno attuale.
Europeismo dove sei

“Bettini inneggia a Trump contro l’Europa, D’Alema va da Putin e Xi Jinping. Bersani si schiera contro le garanzie di sicurezza all’Ucraina. Conte, Bonelli e Fratoianni sono da tempo su posizioni di resa a Putin”.
E ancora: “La sinistra italiana torna all’anti occidentalismo e diventa così un pericolo per la tenuta del posizionamento internazionale del Paese”.

La solfa è sempre quella dunque: quando il Pd fa capo gerarchico ai riformisti il suo europeismo c’è ma è spesso sterile. Quando invece risponde a catene di comando massimaliste esso arretra ancora e diventa una sorta di stanco ritornello, giusto per far vedere che l’Ue comunque in agenda c’è.
E il tentativo di edificare una vera casa di liberal-democratici ormai è fermo da tempo al livello delle fondamenta mentre gli altri macrosistemi extracontinentali sono ormai palazzoni svettanti che dominano Strasburgo Bruxelles.
C’è un nuovo orientamento sotteso nella parte dem maggioritaria oggi.
Difficile seguire Schlein

Ed è una sorta di ritorno di fiamma, mitigato dalle mutate circostanze rispetto ai momenti di acuzie storica, dell’ostilità verso tutti gli Occidenti del mondo.
Solo che ha una base più ideologica che sociale, tanto che ancora oggi la storica base del Pd stenta a capire e seguire le battaglie di Elly Schlein. Anche perché il radicalismo della segretaria ha esattamente bisogno di minoranze di cui risvegliare l’orgoglio e blindare i diritti, non di maggioranze di cui carpire lo spirito e le scelte elettorali.
Con il risultato abbastanza mesto per cui, mentre i dem hanno ritirato fuori l’eskimo dagli armadi, il resto del mondo segue da tempo tutt’altra moda. E si vede.



