Il Consiglio comunale sul bilancio si trasforma in uno scontro politico: Fratelli d’Italia esce dall’Aula, la maggioranza reagisce, una parte della minoranza resta. Numeri, reputazione e metodo diventano il vero terreno di battaglia.
Ci sono Consigli comunali che scorrono come verbali notarili e altri che, fin dalle prime battute, fanno capire che i numeri saranno l’ultimo dei problemi. Quello di venerdì a Ceccano appartiene alla seconda categoria: una seduta che sulla carta parla di Bilanci ma che in realtà mette a nudo nervi scoperti, fratture politiche e un tema antico quanto la democrazia stessa: chi resta a discutere e chi sceglie di alzarsi e andare via.
La seduta è convocata con tre punti in scaletta: approvazione dei verbali, ratifica della variazione d’urgenza al bilancio 2025/2027, ricognizione annuale dei servizi pubblici di rilevanza economica (art. 30 del D.Lgs. 201/2022). Carta canta. Ma, in politica, a volte canta più forte il silenzio. O l’uscita di scena.
“I tempi sono maturi”: l’annuncio che cambia la seduta

La prima a prendere la parola è la capogruppo di Fratelli d’Italia, Ginevra Bianchini. Non per entrare nel merito dei numeri. Ma per annunciare una scelta: da quel momento, su tutto ciò che riguarda il Bilancio comunale, la sua parte politica non parteciperà né alla discussione né alla votazione.
Bianchini la mette giù come un atto politico, non come disimpegno. Rivendica la necessità di “passare dalle parole agli atti” e contesta quella che definisce una narrazione “pesantissima” costruita in questi mesi: sospetti, insinuazioni, accuse sul Bilancio, sulle casse comunali, sui soldi dei cittadini.
Il cuore del suo ragionamento è netto: i fatti che riguardano Ceccano e il PNRR – per i quali c’è un procedimento giudiziario in corso, l’amministrazione di centrodestra è caduta in anticipo – sarebbero riconducibili a responsabilità personali e non avrebbero sottratto risorse alla comunità. Nonostante questo – spiega Ginevra Bianchini – la narrazione fatta dal Centrosinistra in campagna elettorale e nei primi mesi di governo cittadino ha accusato il centrodestra in blocco: come se tutti fossero responsabili di tutto e come se Ceccano fosse stata amministrata male, facendo sparire soldi pubblici.
Il danno di immagine

E aggiunge il punto che politicamente pesa di più: il danno, dice, non è contabile ma reputazionale: “Un danno alle persone, alle famiglie, alla comunità”. E quello – sostiene – non si cancella con un colpo di spugna.
Da qui la richiesta: convocare un Consiglio comunale “ad hoc”, dedicato interamente al bilancio, in cui la maggioranza dovrebbe chiarire se esistano ammanchi, dove, di quanto, su quali capitoli, con quali atti e con quali eventuali denunce. Oppure dichiarare che i conti sono in ordine. Bianco o nero. Fine del rumore.
Strategicamente è una mossa micidiale. Perché il centrodestra ha in tasca un asso contro il quale sarà difficilissimo controbattere ed andare a punti. Infatti, l’amministrazione caduta lo scorso ottobre stava pilotando Ceccano all’interno di un piano di rientro pluriennale che avrebbe azzerato ogni debito passato. E quella procedura prevede il controllo trimestrale condotto dai magistrati della Corte dei Conti e dei funzionari del Ministero dell’Interno. Sarà un po’ difficile dimostrare che i conti non fossero più che in ordine: perché bisognerebbe dire che giudici contabili e ispettori ministeriali non hanno saputo guardare, leggere, calcolare.
Ma allora l’inchiesta penale cosa riguardava? Ipotizza tangenti con le quali il sindaco avrebbe pilotato alcuni appalti facendoli vincere a ditte che gli erano vicine: non appropriazioni di denaro pubblico. La mossa dell’opposizione punta a dire e far emergere questo.
La replica: “provocazione” e atti pubblici

La vicesindaca Mariangela De Santis risponde con toni che non cercano diplomazie: definisce l’intervento una “provocazione”, letta come tentativo di sottrarsi alla responsabilità di esaminare e valutare atti di natura tecnica.
Il punto centrale della sua replica è questo: le valutazioni sulle eventuali responsabilità penali spettano alla Procura, non al Consiglio comunale. La maggioranza – sostiene – non avrebbe mai attaccato sul piano personale, ma avrebbe contestato una gestione amministrativa definita “lacunosa” dalle autorità competenti. E poi entra nel terreno che più irrita l’opposizione: il Bilancio è pubblico, gli uffici sono disponibili per chiarimenti, e l’atto in discussione è una variazione, non “il bilancio” in senso pieno.
De Santis richiama anche il piano di riequilibrio finanziario pluriennale e un vincolo che – dice – pesa come un macigno: l’obbligo di accantonamento di circa 500mila euro per quindici anni, con effetti concreti sulle scelte quotidiane.
Conti: “venite e poi andate via”. E il tono si alza

Poi interviene l’assessore Giulio Conti. È un intervento lungo, acceso, emotivo. Rivendica la vittoria elettorale e la legittimazione popolare dell’amministrazione Querqui, respinge le critiche e ribalta lo schema: “la chiarezza la devono fare loro”, dice riferendosi alla precedente gestione. Non risparmia stoccate sul metodo dell’opposizione e chiude trasformando l’episodio in una fotografia politica: chi non gioca, si prende il pallone e torna a casa.
È il momento in cui la seduta smette definitivamente di essere “solo” una discussione sugli atti e diventa un duello di narrazioni: istituzioni contro social, carte contro sospetti, amministrazione quotidiana contro memoria del passato.
Maura e l’indignazione: “abbiamo retto fin troppo”

Nella scia, prende la parola la consigliera Federica Maura. Sostiene di aver rispettato l’invito del sindaco alla “pacatezza” nei mesi scorsi, ma annuncia che “quel tempo è finito”: perché, dice, gli attacchi continui e la denigrazione della città (dalle luminarie in giù) non sarebbero più tollerabili. (Leggi qui: Il Natale che divide: il post di Macciomei accende la polemica ).
È un intervento che prova a mettere la questione su un piano civico: non solo difendere la maggioranza ma difendere l’immagine di Ceccano.

E qui arriva il passaggio che politicamente pesa: l’unica rappresentante della minoranza a restare in Aula e a partecipare al dibattito è Manuela Maliziola. Una scelta che, nei banchi della maggioranza, viene apertamente apprezzata.
Maliziola rivendica un’altra impostazione: opposizione significa confronto, anche duro, ma dentro l’Aula. Rivendica una minoranza “costruttiva ma critica” e chiede di non generalizzare. Poi lancia una proposta concreta: un Consiglio comunale dedicato al bilancio, “carte alla mano”, con supporto tecnico, per chiarire – una volta per tutte – dove stanno le criticità, quali scelte hanno inciso, quali responsabilità sono politiche e quali eventualmente no. È il tentativo di trasformare lo scontro in metodo.
Ciotoli: la ferita personale e la “certificazione” della Corte dei Conti
Intervengono anche Mariano Ranieri e Mariano Cavese, entrambi colpiti dall’assenza dell’opposizione in commissione bilancio e dalla scena in Aula. Ranieri insiste su un concetto: la maggioranza non si sostituisce alla magistratura ma ha il diritto di dare giudizi politici. E la memoria – dice – non si lava in lavatrice. Cavese parla apertamente di “scelta politica” e di un vittimismo che, a suo avviso, sarebbe una cifra identitaria.

Poi prende la parola l’assessora Francesca Ciotoli. È un intervento che cambia registro: meno tattica, più vissuto. Dice di essersi sentita colpita sul piano umano e professionale, rifiuta l’attacco personale e prova a confutare l’impianto “storico” delle accuse.
Porta in Aula un dato che considera decisivo: un atto legato alla Corte dei Conti che certifica, per il 2011, un avanzo di amministrazione di circa 2,46 milioni di euro. E da lì pone la domanda politica: come si è arrivati, in pochi anni, a una condizione così diversa? È il tentativo di spostare la discussione dalla polemica del giorno alla traiettoria lunga dell’ente.
Querqui: “scena pietosa” e il capitolo social

In chiusura interviene il sindaco Andrea Querqui. Definisce la scena “pietosa” e parla esplicitamente di strategia: screditare l’amministrazione anche attribuendole frasi mai dette. Dice di non aver compreso a quali dichiarazioni ci si riferisse, e cita esempi di voci circolate sui social (dissesto, “settimana bianca”) per sostenere che si tratti di un attacco costruito più su suggestioni che su fatti. È una chiusura che prova a ricompattare la maggioranza: non entra nei dettagli tecnici della variazione, ma difende il terreno politico e comunicativo.
Infine, la Presidente del Consiglio comunale, Emanuela Piroli, mette un punto istituzionale: amarezza per quanto accaduto, difesa del ruolo dell’Aula come organo sovrano della democrazia, e invito a tornare al confronto, anche duro, ma dentro la sala consiliare. Un richiamo che pesa, perché ricorda che il Consiglio comunale non è un dettaglio procedurale ma il luogo in cui una comunità si guarda negli occhi e si assume responsabilità pubbliche.
L’immagine che resta: chi esce e chi esita

Nel momento dell’uscita, resta impressa un’immagine che dice più di molti interventi.
Il consigliere Paolo Aversa resta in piedi per qualche istante, quasi indeciso. Ugo Di Pofi ed Alessia Macciomei si allontanano, ma non subito: restano ancora in Aula, poi – verosimilmente dopo indicazioni arrivate fuori microfono – seguono il gruppo.
Bianchini, invece, esce senza esitazioni, senza se e senza ma. È una scelta netta, visibile, rivendicata. Assente Fabio Giovannone: resta da capire se per una precisa strategia politica o se – come suggerito in un successivo comunicato social – per adesione convinta a quella linea.
Al netto dei toni, questa seduta consegna tre fotografie. Il Bilancio è il campo di battaglia perfetto: tecnico nei numeri, politico nelle letture. E ogni parola pesa più di un comma. L’opposizione non parla con una voce sola: c’è chi sceglie lo strappo e chi resta in Aula a discutere. Il Consiglio comunale conta. Conta più delle dirette social, più dei post, più delle narrazioni parallele. Perché è lì che si misura la tenuta democratica di una città.
Il Consiglio è andato avanti. Gli atti seguiranno il loro percorso. Ma la vera partita – quella sulla chiarezza, sulla responsabilità e sul metodo – è solo rimandata. E in una città che chiede risposte, restare seduti fino alla fine non è un dettaglio: è già una scelta politica.



