Il Movimento 5 Stelle ed il Pd riesaminano le loro scelte politiche passate. Riconsiderando un'alleanza sul modello del Campo Largo. Il nodo delle divergenze su temi chiave. E della memoria di Raggi
Senza nostalgia, con molto rimpianto. Il Movimento 5 Stelle rielabora gli ultimi anni di politica romana e regionale. E sceglie una rotta diversa ma coerente. Diversa dalla scelta di rompere il Campo Largo grazie al quale Roberta Lombardi e Nicola Zingaretti avevano governato la Regione Lazio insieme. Molto diversa da quella che lo aveva portato a contrapporsi a Roberto Gualtieri alle scorse Comunali di Roma. Coerente però con la volontà di non stare insieme ad un Partito Democratico rissoso, lacerato, diviso in bande tribali.
Da settimane le componenti Pd Rete Democratica ed Area Dem parlano usando lo stesso vocabolario. Ed ora il Movimento 5 Stelle riesamina il campo. Sgomberandolo dal’insofferenza reciproca, dalle incomprensioni ideologiche, mantenendo i dubbi sul termovalorizzatore a Roma e ricalibrando la figura mai digerita di Virginia Raggi.
Questione di tempi, questione di stagioni: a livello nazionale Giorgia Meloni pensa ad una riforma elettorale che potrebbe accorciare fino al 40% le distanze tra primo turno e vittoria finale. Sarebbe la fine per il mondo Prog. Per questo si torna a parlare di alleanza tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle. Non con fanfare o proclami, ma con quel passo prudente — quasi notarile — che accompagna le ricuciture più difficili.
Divisi si perde

Sullo sfondo, la consapevolezza di una verità elementare: divisi si perde, uniti forse si discute, ma si gioca la partita. Paolo Ferrara, ex capogruppo M5s ai tempi della giunta Raggi e oggi tra i pontieri più espliciti del dialogo, lo dice senza mezzi termini: “Come in tutte le famiglie, si può litigare. Ma poi si torna a stare bene insieme”.
A Roma, le prove di riavvicinamento vanno avanti da tempo, anche se nessuno ha ancora tracciato una roadmap ufficiale. I taccuini restano nei cassetti, i microfoni spenti fino all’ultimo minuto. Claudio Mancini, nel Pd, rappresenta quella sponda pragmatica che conosce i tempi e i modi della politica romana. Roberto Gualtieri rappresenta l’uomo che mette a terra la strategia e la finalizza: come un Paolo Rossi risvegliatosi all’improvviso nel Mundial 82 per passare alla storia come bomber di rapina. Paolo Ferrara, da parte sua, si muove con un linguaggio meno barricadero rispetto al passato, e invoca “un progetto che parli di sociale, cultura, legalità e trasparenza”.

Lo fa mentre gli equilibri capitolini vengono scossi da gesti apparentemente minori, come il passaggio della consigliera Eleonora Talli dal Pd a Fratelli d’Italia, segno che il campo avversario, quello della destra, si muove con strategia e ambizione. E che a sinistra c’è stata una certa facilità nella selezione all’ingresso o quantomeno una evidente confusione ideologica nei criteri di accettazione. Bei tempi quando per avere la tessera bisognava superare un esame di dottrina politica ed avere due iscritti che garantissero per il novizio.
Il nodo del passato (e la memoria selettiva)

Ferrara è anche il primo a indicare dove passa il confine tra una coalizione di necessità e una coalizione politica: serve il riconoscimento di ciò che è stato. E quel “ciò” si chiama Virginia Raggi. Il nome che a molti nel Pd provoca bolle ed orticaria, per Ferrara è la premessa del dialogo. “Si cominci col riconoscere il lavoro fatto da Virginia”, dice. È una richiesta che vale più come gesto simbolico che come rivendicazione amministrativa. Serve a dire: non si può costruire un’alleanza negando ciò che il Movimento è stato.
Tuttavia, le distanze restano, specie su temi urbanistici ed energetici. Il termovalorizzatore di Roma, cavallo di battaglia del sindaco Gualtieri, è l’esatto opposto della narrativa pentastellata sulla sostenibilità. E lo stadio di Pietralata divide ancora più che un tempo le due visioni della città. Ma qui il salto di maturità è evidente: Ferrara sposta l’asse dalla ruggine alla proposta. “Vogliamo parlare del futuro, non restare incagliati nel passato”.
L’effetto Meloni

Paradosso dei paradossi, potrebbe essere Giorgia Meloni a fare da catalizzatore per il nuovo Campo largo 5.0. La premier lavora a una riforma elettorale per i Comuni che ridurrebbe (o eliminerebbe) i ballottaggi, trasformando le elezioni in un gioco a turno quasi secco. In quel caso, la frammentazione a sinistra non sarebbe solo un problema tattico, ma una condanna matematica. Ecco perché, anche tra i più scettici, il dialogo è tornato praticabile.
Non si tratta, come ha chiarito lo stesso Ferrara, di “mettersi insieme solo per battere la destra”. La vera scommessa è costruire una proposta di Governo, non un’alleanza di resistenza. Ed è qui che si misurerà la tenuta del cantiere: riusciranno i due Partiti a superare il trauma del Conte-bis, dei veti incrociati, delle Primarie disertate e delle visioni troppo divergenti su ambiente, sviluppo e giustizia sociale?
Verso un Campo largo 5.0?

Non è chiaro se quello che sta nascendo sarà davvero un Campo largo 5.0 o solo un compromesso elettorale in salsa romana. Ma è certo che, per la prima volta dopo mesi di gelo, Pd e M5s parlano la stessa lingua: quella del confronto senza scomuniche. Un lessico nuovo, o quantomeno riformulato, in cui si riconosce che non ci si può permettere il lusso della solitudine.
Il tempo delle alleanze imposte dall’emergenza potrebbe essere finito. Perché sial al Pd che al M5S ora servono coalizioni costruite sul progetto, sulla coralità, sull’equilibrio tra memoria e ambizione. E proprio questa consapevolezza, in fondo, è il segno più evidente che la politica — quando vuole — può ancora imparare dai propri errori. Anche nelle migliori famiglie.



