Stefano Pizzutelli prova a costruire un campo largo per il 2027 a Frosinone, ma trova un centrosinistra diviso e in ritardo. Il nodo Iacovissi e la forza socialista complicano una partita che il PD rischia ancora di inseguire.
Se la politica fosse una disciplina olimpica, a Frosinone il centrosinistra vincerebbe da 15 anni la medaglia d’oro nel «triplo salto carpiato dal trampolino», in una piscina senz’acqua. Per quanto è sempre stato abile nel farsi male da solo. Stefano Pizzutelli, il neo segretario cittadino del PD, si trova oggi davanti a un bivio che assomiglia terribilmente a una scalata dello Stelvio al Giro d’Italia, con una bicicletta a cui hanno tolto la catena: costruire un campo extra large per le elezioni comunali del capoluogo del 2027.
L’impresa

Un’impresa che a Frosinone manca da «appena» tre lustri, caratterizzati da divisioni feroci, veti incrociati e quella tendenza all’autoconsunzione tipica dell’area riformista locale, che ha consegnato le chiavi di Palazzo Munari prima al sindaco Nicola Ottaviani — per due mandati — e poi a Riccardo Mastrangeli.
Il compito è chiaro, almeno sulla carta: costruire un campo largo, anzi larghissimo, capace di tenere insieme Partito Democratico, Partito Socialista, civiche, comitati di quartiere — soprattutto quelli della zona dello Scalo — e pezzi dell’opposizione consiliare uscita dalle urne del 2022. Tutti sotto un unico candidato sindaco. Detto così sembra un progetto politico ambizioso. Nella realtà somiglia più a una prova di equilibrismo estremo.
Il nodo PSI: Iacovissi è già in campo

Il primo vero nodo gordiano che Stefano Pizzutelli deve sciogliere è il rapporto con il PSI di Gianfranco Schietroma, che non solo ha già scelto il proprio candidato sindaco nel consigliere comunale Vincenzo Iacovissi, ma ha anche messo in piedi una coalizione di quattro liste, già attiva e in campagna elettorale. E non sembra per niente intenzionato a tornare indietro tanto facilmente.
È qui che si gioca la partita più delicata per Pizzutelli. Perché la domanda è semplice e brutale allo stesso tempo: l’unità passa obbligatoriamente da Iacovissi, oppure esiste uno spazio per un candidato targato PD? È una questione di grammatica politica, prima ancora che di strategia. Proprio il vissuto politico della famiglia Pizzutelli — che con l’area socialista, con l’indimenticato padre Vincenzo, ha condiviso pagine importanti — potrebbe essere la chiave. È genetica politica. Stesso linguaggio, stessi codici, forse anche la stessa nostalgia per una stagione in cui il centrosinistra non era un puzzle incompleto.
Dialogare però non significa cedere. Il rischio per il PD è quello di arrivare all’accordo da comprimario, più che da protagonista. E il problema è anche un altro, forse ancora più profondo. La sensazione diffusa è che né il congresso provinciale né quello del capoluogo abbiano dato al PD quella spinta motivazionale necessaria per ritrovare slancio. Il Partito Democratico a Frosinone appare come una forza politica in ritardo cronico, ancora alle prese con l’analisi del sangue post-congressuale.
Il PD che insegue

Sui dossier più caldi dell’amministrazione, i dem non dettano il ritmo: lo inseguono. E spesso lo fanno male. Dal forno crematorio al BRT, dal centro storico alla mobilità urbana, il copione si ripete: i socialisti anticipano, occupano il campo, si prendono il tema e costruiscono una narrazione politica più efficace e riconoscibile. Mentre il PD arriva sempre dopo, quando lo spazio politico è già stato occupato. In politica vale una regola antica e non scritta: «chi arriva secondo racconta la storia degli altri». E questo, alla lunga, si paga.
I dem non riescono a intestarsi una battaglia identitaria. Nessuna. Come se il Partito viaggiasse con il freno a mano tirato. Mentre i comitati civici e quelli di quartiere — specialmente quelli dello Scalo, agguerritissimi contro il progetto di mobilità di Mastrangeli — cercano sponde politiche, il Partito Democratico si muove con una lentezza che sfiora l’immobilismo. Se Iacovissi e Schietroma sono centometristi sui temi della città, i dem appaiono come maratoneti che hanno sbagliato strada.
A complicare ulteriormente il quadro c’è poi l’incognita dei consiglieri di opposizione eletti nel 2022 con Mastrangeli: coinvolgere chi proviene da una cultura politica diversa da quella riformista richiede una diplomazia da Trattato di Westfalia. E Pizzutelli deve anche evitare che il suo gruppo consiliare — che rivendica l’indicazione del candidato sindaco — si senta scavalcato dalle manovre per il campo largo.
Il paradosso di Pizzutelli

Il dato politico, freddo e impietoso, resta comunque uno: a Frosinone il centrosinistra sembra vivere in un eterno «Giorno della Marmotta». Ogni elezione si riparte da zero, si tenta l’unità, si fallisce e, conseguentemente, si perde. È una storia che pesa. Perché crea sfiducia. E la sfiducia, in politica, è contagiosa.
Pizzutelli si trova davanti a un paradosso: deve convincere tutti a unirsi, ma lo deve fare in un contesto in cui tutti hanno già visto, per quindici anni, come va sempre a finire. Albert Einstein diceva: «Follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi». Stefano Pizzutelli dovrà essere capace di dimostrare che stavolta, a Frosinone, non sarà la stessa cosa. La storia gli offre un’occasione. La domanda è se lui — e il partito che guida — abbiano davvero la forza e la lucidità per coglierla.



