Cani, volontari e politica: Ceccano prova a mettere il guinzaglio al caos

A Ceccano il tema del randagismo torna al centro del dibattito dopo la richiesta dell’associazione Clark Save The Dogs: il Comune chiarisce che servono regolamenti e progetti tecnici per agire. Ma sullo sfondo emergono intrecci politici, legami personali e una domanda inevasa: può il volontariato sostituire la complessità normativa?

A Ceccano il tema dei cani randagi è tornato al centro dell’attenzione pubblica. A riaccenderlo è stato un comunicato dell’associazione Clark Save The Dogs, che ha chiesto al Comune l’utilizzo di un piccolo terreno per ospitare temporaneamente i cani recuperati sul territorio. Una richiesta che in realtà non nasce oggi: mesi fa se ne parlò durante un incontro informale tra alcuni volontari e l’Amministrazione, poi la questione era rimasta sospesa tra valutazioni tecniche e tempi istituzionali.

Con la nuova nota dell’associazione, il dibattito si è riaperto con forza. E il Comune ha risposto ufficialmente.

La posizione del Comune: “Stiamo lavorando”

Il sindaco Andrea Querqui

Nella comunicazione dell’Amministrazione, l’Ente ha ribadito che lavora da tempo sul tema del randagismo e del benessere animale, con l’obiettivo di affrontarlo in maniera seria, strutturata e partecipata. Viene chiarito che, allo stato attuale, nessuno spazio può essere assegnato, perché mancano due strumenti fondamentali: il Regolamento comunale per la gestione dei beni e quello relativo all’adozione dei cani randagi custoditi nei canili convenzionati. Entrambi sono in fase di definizione e saranno portati all’attenzione del Consiglio Comunale.

Nel frattempo il Comune sta organizzando una campagna sull’adozione consapevole e una giornata di microchippatura gratuita entro fine novembre, come misura concreta di prevenzione del randagismo. Riguardo alla proposta dell’associazione, l’Amministrazione ha sottolineato che ogni area destinata allo stallo dei cani deve rispettare tutte le prescrizioni imposte dalla ASL, che potrà rilasciare un nulla osta solo dopo aver valutato un progetto tecnico dettagliato.

Cristina Micheli accanto al sindaco Andrea Querqui

La nota affronta anche la situazione dell’area di sgambamento di Castel Sindici, che sarà ripulita a breve. E che, come tutti i parchi cittadini, nel periodo invernale seguirà l’orario 8.15–17.45.

Il Comune ribadisce inoltre che non c’è alcuna chiusura verso la collaborazione con cittadini e volontari animati da spirito costruttivo. La responsabilità del dossier è affidata al consigliere Cristina Micheli, che guiderà l’intero percorso amministrativo.

Il precedente di Castel Sindici

Il dibattito ha riportato alla memoria la storia dell’area cani di Castel Sindici, un progetto nato anni fa su impulso dell’allora assessore Riccardo Del Brocco, che ne fu uno dei principali sostenitori. L’area venne inaugurata alla presenza dell’allora consigliera regionale Chiara Colosimo, oggi figura nazionale di primo piano in Fratelli d’Italia. Eletta deputato presiede la Commissione Antimafia.

Chiara Colosimo con Riccardo Del Brocco in occasione dell’inaugurazione dell’area sgambamento a Ceccano

Lo spazio è tuttora utilizzato ma negli anni è stato spesso preso di mira da atti di vandalismo che ne hanno compromesso più volte la funzionalità. E questo non certo per colpa della politica: qui la responsabilità ricade interamente su chi, con comportamenti incivili e deliberati, distrugge beni pubblici e vanifica il lavoro di chi quegli spazi li ha pensati, realizzati e mantenuti.

È il segno più evidente di un problema culturale: si chiede che la città migliori ma poi c’è chi non esita a danneggiare ciò che appartiene all’intera comunità. Una ferita che pesa, perché il vandalismo non è una ragazzata: è un attacco diretto alla vivibilità della città, un gesto che costa soldi, tempo e qualità della vita a tutti i cittadini.

La dimensione politica

(Foto © DepositPhotos.com)

Se la questione del randagismo è reale, altrettanto reale è la percezione che il comunicato dell’associazione abbia avuto un tono piuttosto politico. A Ceccano è noto da tempo il rapporto di vicinanza tra Clark Save The Dogs e l’ex assessore Del Brocco.

A questo si aggiunge un altro elemento cruciale: la volontaria più attiva dell’associazione è Valentina Scialó, figlia del dirigente ASL Gennaro Scialó, figura di assoluto rilievo nel panorama sanitario provinciale. Parliamo di un professionista con una carriera che non si costruisce per caso: decenni di esperienza nelle direzioni delle professioni sanitarie, ruoli di responsabilità nella gestione dei servizi, un lungo impegno nella formazione universitaria, con docenze presso atenei e scuole di specializzazione, pubblicazioni scientifiche, partecipazioni a convegni nazionali e un contributo decisivo nell’introduzione di procedure innovative per la qualità e la sicurezza delle cure.

Il suo curriculum — tra management infermieristico, risk management, maxi-emergenze, direzione didattica, protocolli di qualità e coordinamento dei servizi sanitari — lo colloca tra i dirigenti più competenti e rispettati del territorio. Un professionista che ha formato generazioni di operatori, che ha lavorato per elevare gli standard del sistema sanitario locale e che continua a rappresentare un punto di riferimento tecnico e metodologico nelle strutture della ASL.

Rapporti stretti

Riccardo Del Brocco

In città è cosa risaputa che Del Brocco e Scialó siano legati da un rapporto personale molto stretto. Ed è proprio qui che molti cittadini hanno percepito il comunicato dell’associazione non come un semplice appello animalista ma come un attacco politico strutturato, arrivato da un gruppo che, per competenze e relazioni, perfettamente ciò di cui parla.

Ed ecco perché — e questo è un dato oggettivo più che un giudizio — chi cresce in un ambiente familiare profondamente radicato nella sanità pubblica finisce inevitabilmente per conoscere norme, procedure e vincoli con una naturalezza diversa dal comune. Conoscere dall’interno le dinamiche della ASL, i protocolli, i passaggi burocratici e le condizioni minime per attivare determinati servizi significa avere una consapevolezza che non è alla portata di chiunque.

È anche per questo che una parte dei cittadini ha percepito una certa incongruenza: quando un’associazione così legata, anche solo per rapporti personali e familiari, a figure di primo piano della sanità locale interviene sul randagismo, ci si aspetta che conosca fino in fondo la complessità dei passaggi necessari. E per questo l’idea che la questione possa risolversi semplicemente con qualche cuccia e un paio di recinti è sembrata a molti una semplificazione eccessiva.

Il nodo normativo: la parte che è mancata a entrambi

(Foto © DepositPhotos.com)

Il randagismo non si affronta con il bricolage, ma con iter complessi, autorizzazioni stringenti e responsabilità precise. E chi conosce davvero queste dinamiche — anche grazie a rapporti diretti con il mondo ASL — sa perfettamente quanto sia articolato l’intero percorso.

Nell’intero dibattito è mancato il punto più importante: la fattibilità tecnica e normativa del progetto. Un’area destinata ai cani randagi non può essere aperta senza una serie lunga e vincolante di passaggi: valutazioni sanitarie ASL, protocolli veterinari, aree di isolamento, verifiche urbanistiche, destinazione d’uso corretta, assenza di rischi per la cittadinanza, strutture conformi, sistemi di sicurezza certificati, responsabilità legale, coperture assicurative, piani di gestione e manutenzione approfonditi.

È un percorso complesso, articolato, che richiede tempo, competenze, regolamenti chiari e verifiche da parte di più enti. Senza questi passaggi, l’idea resta semplicemente irrealizzabile.

Andrea Querqui

Ed è proprio questa parte — la più importante — ad essere mancata sia nel comunicato dell’associazione sia in quello del Comune. Da un lato l’Amministrazione, che forse avrebbe potuto spiegare sin dall’inizio la complessità dell’iter; dall’altro l’associazione, che opera proprio in questo settore e conosce benissimo quali siano i requisiti normativi da rispettare. Il risultato è stato un dibattito acceso ma poco informato, che ha mescolato emozioni, politica e percezioni, lasciando fuori la parte più concreta: ciò che la legge impone.

L’importanza di un’area cani per la città

Il volontariato animalista è una ricchezza per ogni comunità. Chi dedica tempo, energie e risorse agli animali merita rispetto e riconoscenza. Ma, per quanto prezioso, il volontariato non può sostituire i passaggi previsti dalla legge. La generosità non basta per gestire un servizio pubblico così delicato; e la buona volontà, da sola, non può aggirare norme, protocolli e responsabilità.

Una città che investe in spazi per gli animali investe anche nella convivenza civile. Le aree cani sono luoghi di socializzazione, di prevenzione del randagismo, di educazione e di incontro. E non sorprende che i cittadini vivano questa mancanza come una ferita aperta.

Il randagismo non è un tema locale: riguarda tutti i Comuni d’Italia. Ogni amministrazione spende cifre importanti per convenzioni con i canili, interventi sanitari, recuperi, trasporti, microchippatura e campagne informative. Costi obbligati che pesano sui bilanci e che rendono ancora più grave il comportamento incivile e crudele di chi abbandona un cane. L’abbandono è una violenza, una vergogna sociale, un gesto che genera sofferenza e spese. Non esiste attenuante.

Come finirà la vicenda?

La vicenda mostra quanto sia complesso il tema del randagismo: servono responsabilità amministrativa, prevenzione, collaborazione tra istituzioni e volontariato, e soprattutto norme chiare. L’associazione ha riportato il tema al centro; il Comune ha chiarito che prima vanno completati i passaggi regolamentari. Ora il dossier è nelle mani del consigliere Cristina Micheli e del consigliere Colombo Massa che avendo la delega all’ambiente e alla sanità guideranno l’iter nelle prossime settimane.

Un tema delicato, che riguarda tutti: gli animali, la comunità, le istituzioni.

(Foto di copertina © DepositPhotos.com).