Capitale della Cultura sì, ma senza assessore?

Alatri corre per la Capitale della Cultura 2028 insieme ad Anagni, Ferentino e Veroli. Dario Ceci sostiene la sfida ma riapre una questione politica: da tre legislature manca un assessore alla Cultura. Ambizione o contraddizione?

Massimiliano Pistilli

Informare con umiltà e professionalità

C’è un’ambizione che guarda lontano e una domanda che resta inchiodata al presente. Alatri, insieme ad Anagni, Ferentino e Veroli, si candida a Capitale Italiana della Cultura 2028. Un progetto alto, condiviso, di respiro territoriale. Ma mentre lo sguardo sale verso il 2028, qualcuno chiede di guardare anche dentro Palazzo. Perché la Cultura, prima di essere titolo, è architettura amministrativa.

È qui che entra in scena Dario Ceci, esponente di Patto Civico, che alla sfida della Capitale della Cultura dice sì senza tentennamenti, ma senza sconti. La sua non è una frenata, è un avviso ai naviganti. Un richiamo che ha il tono di chi quella macchina politica l’ha già vista all’opera, l’ha contribuita a mettere in moto svolgendo il ruolo di grande tessitore della coalizione che ha espresso l’attuale sindaco Maurizio Cianfrocca e ora ne misura le omissioni.

Senza assessore

Maurizio Cianfrocca

Il punto è semplice, quasi disarmante nella sua evidenza: da tre legislature Alatri non ha un assessore alla Cultura e al Turismo. Non una dimenticanza, non una contingenza. Una scelta politica reiterata. Al posto di un assessorato, c’è un consigliere delegato. Una figura che lavora, certo, ma senza il peso, le risorse, la centralità che una delega di Giunta garantisce. E per una città che ambisce a diventare Capitale della Cultura, questo non è un dettaglio. Per Ceci è una contraddizione.

Lo dice senza giri di parole. «Come può una città presentarsi credibilmente a un riconoscimento nazionale quando da quattordici anni la cultura non siede stabilmente al tavolo delle decisioni? Non è una questione di nomi, ma di priorità. La cultura o è strategica o è ornamentale. O guida le scelte o viene evocata nei comunicati».

Il richiamo ha anche il sapore della memoria politica. Perché nel 2021, ricorda Ceci, quella nomina era stata promessa. Esplicitamente. In campagna elettorale. «Una promessa rimasta sospesa, come una pratica mai protocollata. E il tempo, in politica, non cancella. Accumula».

Gli eventi di Natale

Poi ci sono i fatti. E qui l’affondo diventa più concreto. Basta scorrere il calendario degli eventi natalizi di Alatri per cogliere il divario. Poche iniziative, scarso respiro, un programma che fatica a reggere il confronto con i Comuni vicini. Sora, Isola del Liri, Anagni, Ferentino, Fiuggi hanno acceso le piazze, coinvolto associazioni, attirato visitatori. Alatri no. O almeno, non abbastanza.

Il rischio, avverte Ceci, è quello di una candidatura che resti in superficie. Bella da raccontare, fragile da sostenere. Un’operazione d’immagine più che un percorso strutturato: «Perché la cultura non si improvvisa all’ultimo miglio. Si costruisce negli anni, con scelte coerenti, investimenti continui, una regia politica riconoscibile».

La sfida della Capitale della Cultura non è solo un concorso. È uno specchio. Ti restituisce ciò che sei, prima ancora di ciò che prometti di diventare. E allora la domanda diventa inevitabile: «Alatri vuole davvero giocare questa partita fino in fondo?».

Andare avanti, sul serio

Dario Ceci

Ceci non chiede di fermarsi. Chiede di fare sul serio. Di dare dignità istituzionale a turismo e cultura. Di rimettere quelle deleghe dove dovrebbero stare: in Giunta. Perché solo così una candidatura smette di essere un sogno e diventa un progetto.

Intanto il calendario corre. Il 20 gennaio 2026 verranno annunciate le dieci finaliste. Da ventitré ne resteranno dieci. Alatri, insieme alle altre città del quadrilatero ciociaro, spera di esserci. Ma la vera selezione, quella più severa, si gioca prima. Nelle scelte quotidiane. In quelle stanze dove la cultura, se non ha una sedia, rischia di restare sempre in piedi.