Novanta minuti in studio per schivare tutte le risposte e riuscire a non dire nulla: Franco Carfagna e Angelo Pizzutelli recitano la parte dell’opossum politico, fingendo immobilità mentre le questioni decisive restano senza risposta.
Il fenomeno dell’opossum
Nell’antica zoologia della politica italiana esiste una specie poco studiata eppure diffusissima: l’opossum da studio televisivo. Non quello dei documentari ma quello da talk. Lo riconosci subito: entra con l’aria di chi sta per chiarire, resta novanta minuti davanti alle telecamere e riesce in un’impresa rara, quasi acrobatica: non dire niente.
È ciò che emerge riesaminando al rallentatore la lunga conversazione avvenuta giovedì sera negli studi di Teleuniverso, durante la trasmissione A Porte Aperte diretta da Alessio Porcu. Con due capigruppo che, in teoria, dovrebbero incarnare l’ossatura di due mondi contrapposti all’interno del Comune di Frosinone: Franco Carfagna per Fratelli d’Italia, Angelo Pizzutelli per il Partito Democratico. Due interlocutori chiamati a un compito banale, persino salutare: mettere ordine nella confusione che attraversa maggioranza ed opposizione all’interno dell’Aula con il sindaco Riccardo Mastrangeli. E invece, a leggere i passaggi, l’effetto è un altro: evasività, evanescenza, fumo assoluto.
Il direttore tenta la strada della ricostruzione razionale: elezioni 2022, centrodestra che vince, amministrazione “apparente solidissima”, poi la frana: nove pezzi di maggioranza che escono, una geometria variabile, una coalizione che diventa “trasversale”. E dentro quella trama, la domanda è lineare: qual è oggi la situazione? Qual è il punto politico? Chi decide? Cosa volete per il 2027?
La schivata di Franco Carfagna

La risposta, nel caso di Franco Carfagna, è un manuale di schivata: “me lo dice lei qual è la situazione”. È l’inversione retorica per eccellenza: non rispondere, ma chiedere all’intervistatore di rispondere. Poi l’episodio del finanziamento “spostato” dal sindaco viene descritto in punta di biro: criticità burocratiche, proprietà, preferenza per “qualcosa di più sicuro”. Tutto vero, forse. Ma non è ciò che si chiede. Il direttore insiste: fino a quel momento Fratelli d’Italia era “guardia pretoriana”. Si è rotto il rapporto? E qui la dialettica diventa nebbia: “la politica viene prima del calcolo”, “rapporti tesi”, “episodi poi sanati”. Parole che suonano come una spiegazione e invece restano prive di oggetto.
Quando si arriva al cuore, il famoso “terzo assessorato”, la scena somiglia a una partita giocata senza pallone: “non lo abbiamo chiesto”, “ce lo ha proposto”, “abbiamo chiesto”, “è iniziata una trattativa”. A ogni passaggio la frase si piega su se stessa. Porcu lo nota e lo dice: “questa cosa non mi quadra”. E colpisce dove fa male: se volevate “blindature” programmatiche, perché non avete presentato emendamenti al bilancio? Perché è lì che si cambiano le cose. Risposta: “la sintesi nei documenti contabili”, “lavoro che inizia da adesso”. In altre parole: siamo qui, ma non qui; siamo responsabili, ma non responsabili; volevamo incidere, ma senza lasciare traccia.

Poi arriva la domanda che in tv funziona da bisturi: 2027. Candidato vostro o Mastrangeli bis? È qui che l’opossum si irrigidisce, finge il decesso e spera che l’inquadratura cambi. Franco Carfagna non dice sì, non dice no. Ribadisce che “Mastrangeli è legato a un partito”, che “i tavoli regionali diranno la loro”, che “l’allargamento c’è stato”. Porcu, esasperato e ironico, gliela mette lì come un cartello stradale: “almeno a una cosa mi risponda, perché è più sfuggevole di un’anguilla”. E il punto resta sospeso, come spesso accade quando la politica locale parla con la bocca piena di cautele nazionali.
Il copione colto di Angelo Pizzutelli

Con Angelo Pizzutelli il copione cambia timbro, non sostanza. Qui l’elusione è più colta, più avvolgente: inizia sempre con il contesto, con la coalizione, con la “costruzione dell’alternativa”. Quando Porcu chiede se Francesco De Angelis abbia detto sul serio “il nostro candidato sindaco è Angelo Pizzutelli”, la risposta è un capolavoro di spostamento: “Occorre chiederlo”. E quando l’intervistatore insiste, stringe, chiede: ti senti preso in giro o no? arriva la formula che non chiude mai: “Io non mi sento preso in giro” e poi una sfilza di meriti, lavoro, costanza, proposte. Tutto rispettabile. Ma ancora una volta non è la domanda.
Sulla ragione per cui il Pd perde da quindici anni a Frosinone, Angelo Pizzutelli imbocca il viale della storia: l’Ulivo, il 2012, le fratture, i condizionamenti dell’ultima ora. Porcu lo interrompe: “non quadra”, l’Ulivo è un’altra epoca, la politica vive nel presente. E soprattutto: il dialogo con gli alleati potenziali c’è stato o no? Qui emergono nomi, rapporti, ricostruzioni, ma il punto si salva sempre all’ultimo secondo con la frase che in tv equivale a un portellone: “Non è questa la sede”. Che tradotto significa: ne parliamo, ma non adesso; decidiamo, ma non qui; sappiamo, ma non diciamo.
Il Replay mette in evidenza un dettaglio decisivo: non è l’aggressività nelle domande, è la precisione. Chiede atti: emendamenti, scelte, nomi, responsabilità, linee. Loro rispondono con atmosfere: dialettica, confronto, comunità, fiducia, processo, fase. È il linguaggio del tempo che si compra, non del tempo che si governa.
Novanta minuti di parole

E allora la conclusione non riguarda soltanto due capigruppo. Riguarda un costume. Il talk politico locale spesso diventa il luogo dove ci si presenta per non compromettersi. Dove si presidia un recinto senza aprire cancelli. Dove si simula la chiarezza mentre si pratica la prudenza. È una forma di autodifesa: l’opossum non attacca, si finge morto. Così non sbaglia, non si espone, non si brucia.
Peccato che la politica, quando smette di rispondere, smette anche di guidare. E il cittadino, che magari si sintonizza sperando di capire chi decide, cosa si vuole e dove si va, resta con la sensazione più sconfortante: novanta minuti di parole. E alla fine la risposta è rimasta fuori dallo studio.



