L'intervista al n°1 di Stellantis in Europa Jean-Philippe Imparato. Su Milano Finanza spiega cosa c'è dietro molte delle recenti scelte. Cosa sta succedendo e perchè. Un nuovo ruolo centrale per Torino. mentre a Cassino...
Stellantis torna a mettere Torino al centro della sua mappa. E Cassino con Mirafiori, Melfi ed Atessa tra le linee del fronte nella sfida europea dell’Automotive. Ad anticiparlo è il numero 1 di Stellantis Europa: quel Jean-Philippe Imparato che aveva i nonni a Gaeta, da piccolo amava le Alfa Romeo e fino a pochi mesi fa ne era il responsabile indicato da Carlos Tavares.
Mette in chiaro le strategie monseur Imparato. Rendendo finalmente comprensibile molto di quello che era illogico nelle scelte italiane fatte da Stellantis. Spazza via così l’odore del sospetto. Lo fa con una lunga ed approfondita intervista rilasciata al quotidiano economico Milano Finanza rispondendo alle domande del direttore Roberto Sommella e dell’esperto in Automotive Andrea Boeris. (Leggi qui).
L’Italia ancora al centro

C’è una notizia centrale. Che cambia la visione di molte cose. E ridimensiona i rumors di un abbandono dell’Italia, relegata a ruoli di retrovia e magazzino. A Milano Finanza Jean-Philippe Imparato anticipa che «a partire dal 1° gennaio la regione Europa di Stellantis sarà gestita da Torino: significa che il personale dell’Enlarged Europe a livello comunicazione, marketing, HR e pianificazione della produzione presente in Italia lavorerà con me a Mirafiori»
È un segnale. Non è produzione di auto ma è altrettanto strategico perché significa rimettere Torino al centro in termini di localizzazione del business e di corporate governance. E per non lasciare spazio ai dubbi il manager sottolinea «quindi nessuno può dire che chiudiamo».
Cosa sta succedendo

Imparato conferma le strategia anticipata un anno fa da Carlos Tavares. Indietro non si torna, indietro non c’è terra. Perché un colosso da 189,5 miliardi con interessi ed investimenti globali non è una Srls da mille euro di capitale, un Ceo non si sveglia la mattina è di punto in bianco cambia le strategie: perché quello che si pensa a Parigi ha conseguenze a Torino, coinvolge gli stabilimenti di Orano in Algeria e Casablanca in Marocco, ha riflessi in Sudafrica e Brasile, tocca banche e centinaia di società partecipate.
La strategia rimane la stessa. Bastata sull’ibrido e sull’elettrico. Anche se non si vende? No, sarebbe antieconomico. Metterebbe a rischio l’intero sistema. Allora? «Noi abbiamo sempre detto una cosa: produciamo quello che vendiamo, ovunque. Perché quando hai ordini produci e quando non li hai no». È la prima spiegazione ai continui stop ed alla riduzione dei turni e del personale. Ma c’è anche altro.

Nei giorni scorsi il ministro Adolfo Urso ha rivelato che le fabbriche di Automotive in Europa si stanno fermando perché c’è una regola Ue: ora puoi fabbricare auto ibride ed a motore tradizionale solo in proporzione a quante auto elettriche vendi. Se non rispetti quella proporzione scattano multe milionarie. Quindi se non vendi auto elettriche non puoi fabbricare e vendere le altre. Imparato conferma.
E spiega a Milano Finanza: «Al momento siamo al 12% di mix sull’elettrico e dobbiamo raggiungere il 21%. Ogni punto di mix ci costa 200 milioni sulle auto e 150 milioni sui veicoli commerciali. Quindi non essere a posto con le regole ha un impatto di 300 milioni per punto di mix. E nove punti di mix significano 3 miliardi di euro…».
Il destino di Cassino e indotto

Chiaro ora perché molti in Europa preferiscono fermare gli impianti. E perché hanno creato nuovi mercati ai India, Nord Africa e Sud America dove vendere le auto a chi prima nemmeno poteva sognarsi di avere la bicicletta.
E in Europa cosa facciamo? C’è una conferma ed una visione. La conferma è che a Cassino si sta montando la piattaforma Stla Large sulla quale nasceranno le nuove Stelvio e Giulia. I disegni già ci sono ed i sindacati li hanno visti in anteprima nei mesi scorsi durante una visita al Centro Stile, a margine della Giornata sull’Automotive. «Su questo pianale – conferma Imparato a Roberto Sommella ed Andrea Boeris – avremo sempre la possibilità di fare Bev, che sarà lo scenario centrale. Ma anche ibride. E stiamo lavorando con Santo Ficili, ceo di Maserati, per vedere quali sinergie potranno esserci con Alfa».

La visione è quella sulla componentistica. Che è il cuore dell’industria nel cassinate. Perché la transizione non riguarda solo Stellantis: investe tutto il sistema che le ruota intorno. Ed Imparato mette in chiaro che la Componentistica deve adeguarsi alla stessa velocità se vuole competere.
«Il tema è: se il Governo volesse, ci sarebbe la possibilità di aiutare la componentistica, che ha una fantastica tradizione in questo Paese, a fare la transizione insieme. Possiamo tutti giocare un ruolo positivo. L’Italia può essere una forma di start-up nation dell’elettrico. C’è una bellissima opportunità per tutto l’ecosistema, gli stakeholder e il Governo insieme con noi: aiutare tutti i fornitori a cambiare passo. Stellantis sta facendo la sua transizione ed è pronta a rispettare le regole, ma bisogna farla insieme».
Cinesi e francesi

Ci sono due punti chiave che Milano Finanza chiarisce attraverso l’intervista. L’invasione cinese di Leapmotor ed i rumors di fusione con Renault. Il primo punto. Non siamo il cavallo di Troia con il quale fare invadere di auto cinesi il mercato europeo. Allora a cosa serve l’accordo strategico con Leapmotor? A tenere in equilibrio le proporzioni spiegate prima: ogni tot elettriche vendute puoi produrre un tot di ibride e termiche.
«Con loro possiamo proteggere la rete e il gruppo, perché vendendo una Leapmotor abbiamo quattro modelli Ice o ibridi disponibili. E questo è molto interessante per un Paese come l’Italia. Per noi lavorare assieme ai cinesi è qualcosa che supporta la nostra attività e ci aiuta a essere compliant in Europa. Quindi Leapmotor è a tutti gli effetti un asset come gli altri nella strategia europea di Stellantis».
Poi la fusione con i francesi. Jean Philippe Imparato ribadisce a Milano Finanza quanto ha già detto Carlos Tavares. E cioè «che non abbiamo alcuna intenzione di fare qualcosa di simile. Aggiungo che anche dal punto di vista legale a livello europeo non è una cosa fattibile. Quindi non ci sono le intenzioni da parte nostra e nemmeno dal punto di vista della trust compliance».



