Dalla chiusura anticipata del maxi debito alla crescita record di studenti e ricerca. Il rettore Marco Dell’Isola ripercorre il risanamento dell’Università di Cassino e spiega perché oggi l’Ateneo è più forte di prima.
Per quasi un decennio il debito è stato il convitato di pietra dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale. Un fardello da 45 milioni di euro che incombeva su ogni scelta, ogni prospettiva, ogni ragionamento sul futuro. Oggi quella stagione è chiusa. Non simbolicamente, ma contabilmente. Il Ministero ha accettato l’estinzione anticipata: nel 2025 l’Ateneo restituirà l’ultima quota residua di 9,24 milioni. Fine del calvario.
Ma fermarsi al dato contabile sarebbe riduttivo. Perché mentre i conti venivano risanati, l’Università cresceva. Nuovi corsi, più studenti, più internazionalizzazione, più ricerca, più territorio. Una doppia operazione, tutt’altro che scontata: tenere insieme rigore e sviluppo.
A guidare questa fase è stato Marco Dell’Isola, rettore in anni complessi, segnati da scelte difficili e da una strategia che ha puntato sulla solidità prima ancora che sull’immagine. Con lui abbiamo ripercorso non solo ciò che è stato fatto, ma ciò che ora diventa possibile.
Rettore, partiamo dalla notizia simbolo: il maxi debito è chiuso. Che significato ha per l’Ateneo?

«È la fine di una fase lunga e faticosa. Parliamo di nove anni di risanamento che hanno condizionato due mandati rettorali. Chiudere in anticipo questo percorso significa restituire all’Università una libertà di visione che per anni è stata compressa».
Nel 2017 il debito emerse in tutta la sua gravità. Quanto è stato difficile evitarne le conseguenze più drastiche?
«Molto. All’epoca si parlava apertamente di commissariamento. Il lavoro fatto con il Ministero è stato decisivo: accordi di programma, anticipazioni di risorse, scelte dolorose ma necessarie. Il risanamento non è stato uno slogan, è stato un esercizio quotidiano di disciplina».
Qual è stata la scelta più difficile?
«Accettare che non si potesse fare tutto subito. Abbiamo contenuto i costi, razionalizzato, favorito mobilità e riequilibri. Ma senza mai spegnere la vocazione dell’Ateneo. Il punto non era sopravvivere, era rimanere vitali».
E infatti, mentre si risanava, l’Università cresceva. Il piano strategico 2023–2025 si chiude con risultati importanti.

«Sì. Era un piano ambizioso. Prevedeva cinque nuovi corsi di studio: ne abbiamo attivati sei. Quest’anno abbiamo avviato Scienze psicologiche, dopo Scienze della formazione primaria, rafforzando l’offerta nazionale».
L’internazionalizzazione è un altro pilastro.
«Lo è diventata strutturalmente. Oggi abbiamo oltre 800 studenti internazionali provenienti da circa 70 Paesi. È un numero più che raddoppiato negli ultimi anni. I due corsi triennali in lingua inglese in Economia hanno giocato un ruolo importante».
I numeri delle matricole parlano chiaro.
«Oltre 2.300 iscritti nel 2025. È un risultato eccezionale: circa il 50% in più rispetto al quinquennio precedente e il 18% in più rispetto all’ultimo anno. Non è un rimbalzo casuale, è un trend».
Ricerca e PNRR: che ruolo hanno avuto?

«Fondamentale. Siamo entrati nel progetto MOST, il Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile, che valorizza una vocazione storica del nostro territorio. E nel Roma Tecnopolo, che ci proietta su ICT, intelligenza artificiale, transizione digitale ed ecologica».
La cosiddetta “terza missione” non è rimasta sulla carta.
«No. Gli spin-off sono quasi raddoppiati nel triennio. I brevetti hanno superato quota 50. Questo significa che la ricerca produce impatto reale, non resta confinata nei laboratori».
Il territorio resta centrale nella vostra strategia.
«Assolutamente. I poli di Frosinone e Gaeta stanno crescendo. E nel 2026 vedrà la luce il polo per lo sviluppo delle aree rurali e dell’agricoltura. L’Università non è una cittadella chiusa: è un’infrastruttura civile».
Dopo 45 anni di presenza sul territorio, cosa può fare ancora l’Università di Cassino?

«Può continuare a essere un fattore di coesione e di crescita. Il prossimo piano triennale punterà a rafforzare didattica, ricerca e trasferimento tecnologico insieme. Ora che il risanamento è alle spalle, possiamo pensare solo allo sviluppo».
In una frase: cosa rappresenta oggi questo Ateneo?
«Un’Università che ha dimostrato che rigore e crescita non sono alternativi. E che anche dai territori considerati “periferici” possono nascere storie di successo credibili».



