Nel cuore di Cassino qualcosa si muove. La città affronta una trasformazione delicata: tra chiusure di locali, presenza crescente delle forze dell’ordine, episodi di violenza e la questione dei minori non accompagnati. Una cronaca urbana che impone scelte nuove per ritrovare sicurezza, legalità e spazi di comunità.
Basta passeggiare nelle vie del centro, la sera, per capire che qualcosa si sta muovendo a Cassino. La città non è in emergenza permanente ma vive da mesi dentro una tensione sottile, fatta di controlli serrati, episodi improvvisi, chiusure amministrative e interrogativi ancora aperti. L’ultimo segnale è arrivato con la serranda abbassata nel bar di via del Carmine: quindici giorni di stop, decisi dal Questore in base all’articolo 100 del Testo Unico sulle Leggi di Pubblica Sicurezza, dopo mesi di monitoraggio e di attenzione investigativa.
Non è solo la storia di un locale. È lo specchio di un fenomeno che ha preso forma lentamente, con episodi apparentemente scollegati, fino a trovare un punto di sintesi in una zona ben precisa: la piazza antistante il Tribunale di Cassino. Uno spazio che, nelle intenzioni, dovrebbe essere luogo di incontro, di legalità e di civiltà. E che invece negli ultimi tempi è diventato il crocevia di molte criticità della cosiddetta mala movida.
Gli occhi della Procura

Da tempo la Procura di Cassino, coordinata dal Procuratore capo Carlo Fucci, segue con attenzione crescente ciò che accade in quell’area. Il magistrato ha più volte sollecitato interventi mirati sia alle forze dell’ordine sia all’amministrazione comunale, sottolineando la necessità di “riprendersi” una zona simbolica della città, dove si sono concentrati episodi di violenza, spaccio, risse improvvise, gruppi non monitorati di giovani e minori.
L’idea di fondo è semplice: se la piazza del Tribunale diventa terreno di degrado è l’intera percezione della legalità a vacillare. E questo, per la Procura, rappresenta un segnale impossibile da ignorare.
Il bar di via del Carmine era già finito nel radar degli investigatori dopo il grave attentato dello scorso maggio, quando un ordigno esplosivo aveva squarciato una notte che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia. Un episodio legato a un contesto delicato che, secondo gli inquirenti, sfiorò addirittura la figura di un magistrato. Gli arresti successivi non hanno chiuso la vicenda: hanno solo acceso una luce più forte sulla zona e sulle sue dinamiche.
Le braccia delle Forze dell’Ordine

Da allora la presenza delle forze dell’ordine è diventata quasi costante, con pattuglie che presidiano le aree più sensibili, soprattutto nelle ore in cui la movida si accende e rischia di trasformarsi in qualcos’altro.
L’amministrazione comunale, dal canto suo, ha avviato una serie di interventi per governare il fenomeno. Sono state potenziate le telecamere di videosorveglianza, aumentati i controlli serali, rafforzato il coordinamento con Prefettura e forze dell’ordine, regolamentate le attività dei locali e gli eventi pubblici. Non è la soluzione definitiva ma è una cornice di regole dentro cui riportare ordine e prevenzione.

Eppure, nonostante il controllo intensificato, la cronaca è tornata a bussare alle porte della città venerdì pomeriggio. In un bar di viale Dante, due giovani egiziani hanno aggredito la titolare e un dipendente, colpendoli con uno sgabello dopo aver contestato il pagamento di un caffè. La polizia è intervenuta rapidamente, i due sono stati denunciati ma l’episodio ha fatto emergere con forza un’altra questione: quella dei minori non accompagnati e della loro presenza non sempre controllata nel centro urbano.
I minori non accompagnati
Chi sono i minori non accompagnati? Sono ragazzi con meno di 18 anni, stranieri, che arrivano in Italia senza genitori o adulti di riferimento. Fuggono da guerre, povertà o violenze, e spesso viaggiano da soli per cercare un futuro migliore. Molte volte sono i loro villaggi a fare una colletta per i più promettenti e consentirgli di salire su una zattera organizzata sperando che li porti dall’altra parte del Mediterraneo. Una volta qui, lo Stato deve prendersi cura di loro: garantendo protezione, accoglienza e un percorso di integrazione. Sono minori a tutti gli effetti, non clandestini e vanno tutelati prima ancora che controllati.
Ma il problema concreto è che i ragazzini portano con loro la mentalità e le regole del mondo nel quale sono nati e cresciuti fino a quel momento. L’innesto nel nostro mondo non è né semplice né in discesa.

Il consigliere comunale Carmine Di Mambro ha portato la questione in Aula, chiedendo chiarimenti su come vengano gestiti i ragazzi ospitati nelle comunità della città. La normativa è chiara: i minori stranieri non accompagnati devono essere tutelati, accompagnati e vigilati, soprattutto nelle ore serali e nei luoghi sensibili. Non è un obbligo punitivo ma una garanzia di protezione loro e della comunità in cui vivono.
Una città in trasformazione
Il problema, più volte evidenziato, è che il numero dei minori accolti non sempre coincide con la capacità effettiva di controllo da parte delle strutture che li ospitano.
Per questo, già nei mesi scorsi, i consiglieri di opposizione Giuseppe Sebastianelli, Arduino Incagnoli e Franco Evangelista avevano avanzato la proposta di valutare un’ordinanza sul modello di Casal di Principe, dove è stato introdotto l’obbligo di rientro in comunità entro la mezzanotte. Una norma pensata per garantire sicurezza e responsabilità, non per criminalizzare i minori. (Leggi qui: Coprifuoco no, educazione sì: il Consiglio accende il dibattito sui giovani).

Cassino non è una città violenta. È una città in trasformazione, che osserva da vicino fenomeni nuovi – sociali, giovanili, migratori – e li affronta con gli strumenti che ha. La mala movida non è un mostro da abbattere ma un processo da capire: nasce nei vuoti urbani, cresce nelle ambiguità, si alimenta quando mancano regole chiare, responsabilità precise e spazi veri dove incontrarsi.
Il dossier racconta proprio questo: una città che non vuole scivolare negli allarmismi ma nemmeno rimanere indifferente. Una città che prova a ritrovare un equilibrio tra sicurezza, accoglienza, tutela dei minori e vivibilità.
E che oggi, più che mai, è chiamata a decidere come immaginare il proprio centro: un luogo da difendere, non da temere. Una piazza davanti al Tribunale che torni a essere simbolo di legalità, non teatro della sua negazione.



