Cassino ON: quando l’opposizione smette di dire no e prova a dire come

Davanti al Teatro Manzoni prende forma un’opposizione diversa: con Cassino ON, il confronto si sposta dalla critica alla costruzione. Al centro, il metodo dell’urbanistica tattica proposto da Paola Polidoro e una rete trasversale di competenze che prova a ridisegnare Cassino partendo da interventi concreti, inclusivi e verificabili.

I dettagli. Sono loro a raccontare più di tutto il senso di Cassino ON. Non è la partecipazione, che pure c’è stata. Non sono nemmeno gli interventi, tutti allineati su una visione green, digitale e inclusiva. È il cambio di postura.

Davanti al Teatro Manzoni, in uno spazio contenuto ma attraversato in maniera continua e trasversale — cittadini, professionisti, imprenditori, amministratori ed ex amministratori — non è andato in scena il solito copione dell’opposizione che contesta. È successo qualcosa di diverso. L’opposizione ha provato a costruire. E lo ha fatto partendo da un’intuizione precisa, quella di Paola Polidoro, che ha scelto di aprire un confronto non su uno slogan, ma su un metodo.

Il cambio di postura

Per anni, a Cassino, il ruolo era chiaro: da una parte chi governa, dall’altra chi critica. Spesso anche con argomenti fondati. Ma quasi sempre senza un’alternativa strutturata, senza un’idea capace di stare in piedi. Cassino ON rompe questo schema. Non perché rinunci alla critica ma perché prova a superare quella sterile.

Lo si capisce già dall’impostazione data da Vincenzo Marrone, nel ruolo di moderatore, che mette subito un paletto: non un progetto ideale ma una Cassino ideale. Non un modello calato dall’alto ma un percorso costruito ascoltando. E soprattutto: una città che non si limita a rincorrere, ma che prova a ripensarsi.

Urbanistica tattica e incroci pericolosi

È qui che si innesta la proposta di Paola Polidoro. Non una grande opera, non un intervento simbolico pensato per lasciare un segno immediato. Ma un metodo: quello dell’urbanistica tattica. Interventi piccoli, reversibili, verificabili. Si prova, si osserva, si corregge. E solo dopo si consolida. È una scelta tecnica, certo. Ma prima ancora è una scelta politica. Perché significa dire che la città non si decide nelle stanze, ma si costruisce nei luoghi e con le persone. Che il cambiamento non passa per i progetti «blindati», ma per processi aperti. Che l’ascolto non è una concessione, ma una condizione.

La declinazione concreta arriva subito. Il caso degli incroci tra via Pascoli, via Cimarosa, via Bellini e via Donizetti — dove ogni settimana si registrano incidenti più o meno gravi — non è un esempio a caso. «È un problema reale, quotidiano», dice Polidoro. E la soluzione proposta — allargamento dei marciapiedi sul concetto delle «Curb Extensions», miglioramento della visibilità, riduzione della velocità — è semplice, misurabile, replicabile. Le curb extensions riducono la larghezza della carreggiata a quel tanto che basta per far passare un’auto per volta, inducendo la moderazione della velocità e impedendo che troppi veicoli occupino l’incrocio contemporaneamente. Non è una rivoluzione. Ma è una risposta.

Lo stesso vale per piazza Labriola: non più terreno di scontro tra progetti alternativi, ma banco di prova per un’idea diversa. L’isola verde digitale: meno costosa, più flessibile, adattabile nel tempo. Un luogo che può cambiare insieme alla città, senza irrigidirsi in un disegno definitivo. (Leggi qui: Piazza Labriola, l’idea che ritorna: ora l’Isola Verde è il terreno comune delle opposizioni).

Una platea non casuale

Attorno a questa impostazione si muove una platea che non è casuale. Ci sono figure politiche e già amministratori come l’ex assessore all’urbanistica Alberto Borrea, gli ex consiglieri Armando Russo e Gianrico Langiano, fino ad arrivare a Renato De Sanctis e al consigliere comunale Silvestro Petrarcone. C’è il mondo delle imprese con Guido D’AmicoFlorindo Buffardi e l’imprenditore del settore alberghiero Danilo Evangelista, oltre a diversi commercianti del centro. Ci sono rappresentanti istituzionali e sociali, da Gabriele Picano a Vincenzo De Nisi, fino alla presenza simbolica di Peppino Petrarcone ed Emilia Ferraro.

Non è un’alleanza. Ma è un segnale. Perché mette insieme pezzi diversi della città su un terreno comune: quello della responsabilità. Gli interventi di Maria Palumbo e Maria Vittoria Andreotti, anche loro padrone di casa dell’iniziativa, spostano ulteriormente il baricentro: accessibilità, inclusione, sport diffuso. Non temi di bandiera, ma elementi strutturali di una città che vuole funzionare davvero.

Ed emerge così il filo rosso dell’intera iniziativa: superare le appartenenze per concentrarsi sulle competenze. Cassino ON prova a trasformarlo in metodo. Un metodo che si regge su tre parole: osservare, proporre, testare. Senza progetti faraonici, senza scorciatoie, senza la tentazione di accontentare qualcuno per forza.

I cortigiani del Re

Nel finale, Polidoro lo dice in modo netto: basta con i progetti pensati per soddisfare i «cortigiani del re»Serve visione, ma serve soprattutto la volontà di costruire passo dopo passo.

Non è ancora un’alternativa di governo. Non è ancora una proposta compiuta. Ma è qualcosa che a Cassino mancava: un’opposizione che non si limita a dire no, ma prova a dire come. E in una città che da tempo fatica a trovare una direzione condivisa, non è poco.