Il PAT chiude il 1 luglio senza che l'Ospedale di Comunità sia ancora aperto. Il patto con la Regione si è sciolto come neve al sole. Dal 15 luglio presidio permanente alla Casa della Salute. E Querqui allarga il fronte: chiama a raccolta i sindaci della Valle del Sacco.
La Regione Lazio regala una trincea a Ceccano, al suo giovane sindaco, all’intero fronte del centrosinistra. Una linea sulla quale attestarsi, coma una ridotta del Piave sulla quale combattere una battaglia politica che in apparenza può apparire di retrovia. Invece rischia di essere la battaglia per la vita: per la sopravvivenza del centrosinistra. Come un’ultima bandiera intorno alla quale riunire le truppe, divise e lacerate.
La trincera di Ceccano e del centrosinistra si chiama Pat, il presidio ambulatoriale che era l’ultima presenza della Sanità pubblica in una città che fino a trent’anni fa aveva sul suo territorio ben due ospedali. La Asl di Frosinone lo ha chiuso venendo meno agli impegni presi.
La linea del fronte

Perché è una linea del fronte? Perché un territorio privato della sua Sanità di prossimità è un territorio a cui viene sottratta la dignità. I servizi sanitari locali non sono mai semplici voci in un bilancio regionale o fastidiose bandierine da spostare su una mappa aziendale: sono il polso vitale di una comunità. Sono il filtro indispensabile che salva i grandi Pronto Soccorso dal collasso e, soprattutto, garantiscono ai cittadini il diritto di essere curati vicino casa e con tempestività.
Quando si taglia la sanità periferica, a pagare il prezzo più alto sono sempre gli ultimi. Per un’Amministrazione, la difesa di un presidio medico non è una semplice battaglia politica di campanile. Se poi aggiungi che quell’amministrazione è di centrosinistra in una città che era la Stalingrado di Ciociaria e che a tagliare è un’amministrazione regionale di centrodestra, la linea del Piave è servita su un piatto d’argento. Difenderla è un imperativo morale: perché allontanare i servizi essenziali significa infliggere un colpo diretto e spietato alle famiglie più vulnerabili, a chi non ha i mezzi per spostarsi e a chi vive quotidianamente situazioni di fragilità.
Il cortocircuito politico e il patto tradito

Il filo di fiducia con la Regione Lazio si è spezzato bruscamente il primo luglio, nel momento esatto in cui la ASL ha certificato la chiusura improvvisa del Presidio Ambulatoriale Territoriale (PAT), il punto nevralgico che fino a quel momento aveva gestito i codici bianchi e verdi.
La rabbia che serpeggia a Palazzo Antonelli non è dettata solo dalla gravità della perdita del servizio, ma dalle rassicurazioni politiche che si sono sciolte come neve al sole. Una delegazione ceccanese, guidata dal sindaco Andrea Querqui, si era seduta al tavolo istituzionale con Alessia Savo, presidente della Commissione regionale Sanità. L’accordo, almeno a parole, era parso blindato: il PAT sarebbe stato ricollocato presso la Casa di Comunità di Frosinone soltanto nel momento in cui a Ceccano fosse stato inaugurato il nuovo Ospedale di Comunità nell’ex «Ala Mosconi».

La logica era ferrea: far assorbire il servizio dalla nuova struttura, garantendo la continuità assoluta delle prestazioni. Nessun vuoto assistenziale, nessun cittadino lasciato indietro.
Invece la spina è stata staccata in anticipo. Dei tempi di attivazione del nuovo Ospedale di Comunità non ci sono certezze, ma nel frattempo il PAT è stato smantellato senza fornire scadenze chiare sulle modalità di sostituzione.
L’ultimatum e i picchetti alla Casa della Salute
Davanti a una sanità territoriale impoverita, l’Amministrazione non ha alcuna intenzione di incassare il colpo in silenzio. Ha scelto la linea dura, quella di chi sa che arretrare sui servizi essenziali significa condannare la propria città.

Il Comune ha protocollato un’istanza formale alla ASL di Frosinone, chiedendo nero su bianco l’autorizzazione per occupare uno spazio della Casa della Salute dal 15 luglio. Se dalla Pisana non arriverà una conferma formale e scritta della salvaguardia dei servizi attuali (o il ripristino immediato del PAT) partirà il presidio permanente.
Una mobilitazione «civile e ordinata», ha precisato la Giunta, studiata per non intralciare le attività mediche in corso. Ma il segnale politico è inequivocabile: sui diritti basilari, Ceccano si mette di traverso.
La chiamata alle armi di un comprensorio intero
«Ceccano non può tollerare più tagli alla Sanità locale», ha tuonato il primo cittadino. Una dichiarazione che suona come un monito, perché la partita non si giocherà solo all’ombra del Castello dei Conti. Il bacino d’utenza che gravita sulla struttura sanitaria ceccanese conta oltre 50mila cittadini: un peso specifico vitale, una fetta enorme di provincia che rischia di trovarsi sguarnita.

Per questo Querqui ha deciso di allargare il fronte, avvertendo che — in assenza di risposte — la Giunta valuterà «ulteriori azioni in collaborazione con i sindaci dei Comuni vicini della Valle del Sacco e dei Monti Lepini». Perché la salute non ha colore politico né confini.
A Ceccano si preparano i picchetti per difendere una trincea di civiltà. Le trincee, nella storia, raramente vengono abbandonate per convinzione. Di solito qualcuno cede quando il costo di tenere la posizione supera il costo di mollare. Per il centrosinistra allo sbando, una trincea sulla sanità pubblica nella sua città storica è il posto dove resistere fino all’ultima cartuccia. La Regione sa che Ceccano non mollerà. Ceccano sa che la Regione non ama le sconfitte pubbliche. Il risultato dipenderà da chi ha meno fretta di perdere la faccia. Per i cinquantamila del bacino d’utenza, è un criterio bizzarro su cui misurare il diritto alla salute.



