Dopo mesi di inchieste e riflettori sugli appalti Pnrr, Fratelli d’Italia sceglie di parlare di Giustizia proprio a Ceccano. Non una sfida ai magistrati, ma uno scatto d’orgoglio politico e una battaglia per la separazione delle carriere.
A Ceccano Fratelli d’Italia toglie la testa da sotto la sabbia. Senza timori, senza giri di parole. Senza il complesso di chi teme di pronunciare la parola “Giustizia” nella città dove la Giustizia è entrata con i lampeggianti accesi.
Per un anno e mezzo Ceccano è stata raccontata come un terreno giudiziario. Indagini sugli appalti del Pnrr, intercettazioni, perquisizioni, faldoni, arresti. Il sindaco finito ai domiciliari. Tecnici sotto inchiesta. Un’intera amministrazione messa sotto la lente. E un’intera comunità sospesa, come se il sospetto fosse diventato clima. Poi il tempo, che è l’unico giudice davvero imparziale, ha fatto il suo corso. Due anni di carte rivoltate come calzini. Conti correnti passati al setaccio. Conversazioni ascoltate al microscopio. E alla fine, l’elenco degli indagati non si è allargato: nessun assessore, nessun consigliere. Solo il sindaco. Punto.
Lo scatto d’orgoglio politico

È su questo che si è innestato il convegno di oggi, organizzato dal circolo locale di Fratelli d’Italia a sostegno del referendum sulla riforma della giustizia . Non una provocazione. Non una sfida alla magistratura. Piuttosto uno scatto d’orgoglio politico.
Perché parlare di giustizia a Ceccano, oggi, significa dire che il garantismo non è un’invenzione quando tocca agli altri. Significa rivendicare che le indagini servono a trovare responsabilità, non a costruire teoremi collettivi. Se dopo anni di accertamenti restano in piedi solo determinate contestazioni personali, vuol dire che il sistema ha funzionato nella sua parte istruttoria. E allora il tema non è demolire la giustizia, ma perfezionarla.
Il convegno di oggi non è stato una sfilata né una prova di forza muscolare. È stato, semmai, un messaggio: non confondere l’inchiesta con la colpa collettiva, non trasformare un’ombra giudiziaria in una condanna politica “per interposta città”. E soprattutto: non lasciare che siano gli altri a raccontare Ceccano come un luogo di colpe indistinte.
La sala piena

Ecco perché la cornice non è stata la difesa d’ufficio di qualcuno. La cornice è stata la riforma: separazione delle carriere, autonomia, regole più nette tra chi accusa e chi giudica. Non a caso ad aprire i lavori, dopo i saluti istituzionali delle consigliere Alessia Macciomei (capogruppo Grande Ceccano) e Ginevra Bianchini (capogruppo FdI) e il messaggio del consigliere Ugo Di Pofi (capogruppo Sempre con Ceccano), è stato l’onorevole Alessandro Palombi, in Commissione Giustizia: impostazione normativa, richiamo all’articolo 104 della Costituzione, tono da “architettura”, non da comizio.
Poi la politica ha ceduto il passo a una cosa più potente: la cultura del dubbio e della prova. Fernando Riccardi, giornalista e scrittore, ha fatto l’excursus storico e l’aggancio simbolico (il caso Tortora), dicendo in sostanza che la separazione delle carriere non è un’eresia ma la normalità delle democrazie liberali.

Quindi gli avvocati: Davide Salvati, Pietro Polidori, Davide Bruni. Qui il convegno ha cambiato ritmo: meno bandiere, più nervo. Salvati ha insistito sul paradosso dei giovani magistrati e dei condizionamenti delle correnti; Polidori ha legato la riforma al completamento della riforma Vassalli e al passaggio al sistema accusatorio; Bruni ha intrecciato politica e diritto ricordando che, nella storia italiana, il rapporto tra potere e magistratura è un pendolo che non smette mai di oscillare.
24 marzo e 25 aprile
E in quel pendolo è entrata una frase destinata a restare: citando il giudice Giuseppe Cioffi, Bruni ha richiamato l’immagine di una data-simbolo: “il 24 marzo sarà il 25 aprile della giustizia”, una “liberazione” — ha detto — dalle dinamiche correntizie. È retorica? Sì. Ma è retorica utile: perché costruisce una narrazione “alta” per un elettorato che, a Ceccano, ha vissuto la giustizia anche come trauma politico.
A chiudere, l’onorevole Massimo Ruspandini: soddisfazione per l’evento, ringraziamenti al Circolo e al direttivo, ma soprattutto un messaggio di disciplina e mobilitazione. E, in filigrana, l’idea più politica di tutte: non è un referendum “pro o contro il governo”. È un passaggio identitario su cui il Partito chiede ai suoi di metterci la faccia senza complessi.

Il moderatore, l’avvocato Rino Liburdi, presidente del Circolo, lo ha detto senza giri di parole, portando la questione sul terreno che a Ceccano conta davvero: reputazione e appartenenza. “Noi siamo persone perbene!” e ancora: “ci impegneremo sempre a farci portavoce dei diritti e dei problemi dei cittadini, chiedendo sempre, a testa alta, trasparenza a chi governa la Città”. Non è solo una chiusa. È una linea politica: rivendicare il diritto di parlare di Giustizia proprio nel luogo dove la giustizia ha inciso più a fondo.
La partita in Controluce
In controluce, la partita è semplice e durissima. Ceccano è stata un laboratorio di crisi: amministrativa, giudiziaria, di fiducia. FdI prova a trasformare quel laboratorio in un argomento: non la rimozione dell’inchiesta, ma la richiesta di regole più chiare; non il vittimismo, ma la distinzione netta tra responsabilità e tifo; non il silenzio, ma la ricostruzione di una postura pubblica.
A volte la politica, per sopravvivere, deve scegliere se restare curva o rialzarsi. A Ceccano oggi ha scelto di rialzarsi. E ha scelto di farlo parlando della cosa più delicata: chi decide, chi accusa, chi giudica. Non una sfida alla magistratura. Semmai — ed è qui il punto — una sfida a quella comoda abitudine italiana per cui, quando le cose si complicano, si preferisce tacere. Qui, invece, si è scelto di parlare. E di farlo a testa alta.



