A Ceccano esplode lo scontro sul finanziamento da 1,9 milioni per il centro minorile di Di Vittorio. Rino Liburdi attacca la giunta, Andrea Querqui replica con una ricostruzione degli atti. La partita ora è tutta sulla responsabilità.
A Ceccano sta prendendo forma un nuovo genere. Non è più la vecchia liturgia “comunicato – replica – nota stampa”. È qualcosa di più moderno, più diretto, più da serie tv: quando la trama si complica, i protagonisti smettono di parlarsi tra loro e cominciano a parlare alla telecamera, guardando negli occhi il pubblico. Tipo House of Cards, dove i corridoi di Washington vengono sostituiti da quelli di Palazzo Antonelli, ma con lo stesso obiettivo: prendersi la regia del racconto.
La scintilla è l’ultima: il Comune rinuncia a un finanziamento da 1,9 milioni per il centro socio-educativo per minori nel quartiere Di Vittorio e deve restituire 128mila euro spesi per la progettazione. Un colpo grosso. Uno di quelli che non restano nel perimetro dell’ufficio: finiscono nel cortile della politica. E lì diventano subito domanda pubblica: chi ha sbagliato? chi doveva fare cosa? chi paga? (Leggi qui: Ceccano, 1,9 milioni che evaporano: il centro per minori rimasto sulla carta).
A quel punto arrivano i video. Prima Rino Liburdi, presidente del circolo cittadino di Fratelli d’Italia. Poi Andrea Querqui, sindaco. Stesso strumento, stessa platea, due narrazioni opposte. Ma, ed è la cosa interessante, entrambi rivendicano la stessa parola chiave: responsabilità. Solo che ognuno la colloca in un tempo diverso. Liburdi la vuole nel presente. Querqui la inchioda nel passato.
Liburdi: “basta bugie”. Scarno il comunicato, pesante la realtà

Liburdi parte contestando la forma. Non gli piace il tono istituzionale “asciutto” del comunicato comunale: lo definisce scarno, quasi insufficiente rispetto alla dimensione del danno. Per lui, quel testo è costruito per far passare un’idea semplice e comoda: colpa di prima, noi prendiamo atto. E invece no: secondo Liburdi qui non si prende atto, qui si dovrebbe rispondere.
Il suo è un affondo politico, ma punta a vestirsi da controllo: “è ora di dire basta alle bugie”, l’amministrazione Querqui deve smettere di raccontarla e cominciare a prendersi le proprie responsabilità. Dentro il video c’è anche un sospetto che non è solo tecnico: la frase finale del comunicato comunale sull’impegno per “trasparenza e correttezza” gli suona sibillina, quasi una chiusura di rito. Lui la prende e la usa come leva: se devi promettere trasparenza, significa che qualcosa non torna.

Poi entra nel merito. Ammette che nel comunicato comunale viene richiamata la presenza di tecnici coinvolti nell’inchiesta del 24 ottobre (Rup, progettista, direttore lavori) ma contesta il nesso: “che vuol dire?”. E la frase che sintetizza il tono è quella: mi cadono le braccia. Perché, sostiene, se un tecnico ha un impedimento, lo si revoca e lo si sostituisce. Non si perde un finanziamento da 1,9 milioni. E soprattutto, aggiunge, quei tecnici “c’erano” anche nella fase Caligiore 1: quindi non può diventare oggi il motivo per cui si butta tutto.
Non basta. Liburdi allarga il quadro e fa intendere che non sarebbe un caso isolato: parla di altre opere e altri finanziamenti che rischiano di “tornare indietro”. È il passaggio in cui prova a trasformare l’episodio in una tendenza. Perché se passi da “errore” a “metodo”, vinci già metà della battaglia del racconto.
E dopo il capitolo Di Vittorio riapre anche la partita delle scuole: torna sui verbali ASL e sulle ispezioni legate alla vicenda Mastrogiacomo, chiede di sapere cosa è emerso, se ci sono prescrizioni, se i bambini sono al sicuro nelle sedi provvisorie. Qui l’attacco non è più solo su un finanziamento perso: diventa un colpo multiplo sul tema che in città pesa più di tutto: la sicurezza dei figli. (Leggi qui: Ceccano, i dossier si parlano da soli: Arsial, aria, Mastrogiacomo sotto la lente).
Querqui: “facciamo chiarezza”. Cronologia, atti, domande secche

La risposta del sindaco arriva con lo stesso linguaggio del tempo: un video. Ma con un’impostazione completamente diversa. Querqui apre così: “Buongiorno, facciamo un po’ di chiarezza: ci è stata richiesta, giustamente”. È la frase che mette subito il tono: non è una replica nervosa, è una ricostruzione punto per punto.
Querqui parte dal cuore del caso:
- finanziamento ottenuto nel 2021;
- lavori che dovevano chiudersi a dicembre 2023;
- fino a quel momento, sostiene, non si fa niente;
- arriva una proroga concessa fino a dicembre 2024;
- ma i lavori vengono affidati solo il 23 ottobre 2024: il sindaco lo sottolinea con forza, il giorno prima del blitz e soprattutto a due mesi dalla data in cui i lavori avrebbero dovuto essere già conclusi.
Poi arriva il commissario prefettizio e “giustamente”, dice Querqui, chiede un’ulteriore proroga perché altrimenti non sarebbe stato possibile proseguire. Proroga che non viene concessa. A quel punto “noi arriviamo a giugno 2025” e il sindaco pone la domanda frontale: “ditemi voi che cosa avremmo dovuto fare?”.
La scelta rivendicata è quella di rinunciare al finanziamento per evitare di dover restituire altri soldi oltre 130 mila euro già spesi e aggravare il danno.
Dissesto idrogeologico: 2,5 milioni e titoli mancanti

Querqui allarga poi il campo: parla di un contributo ministeriale 2022 da 2,5 milioni con due interventi. In uno mancava il titolo perché si trattava di terreno privato e servivano esproprio o accordo: senza, sostiene, non puoi operare. Nel centro storico mancavano pareri paesaggistici e altre autorizzazioni indispensabili. Anche qui dice: abbiamo chiesto una proroga, altrimenti si rischia la rinuncia.
Poi l’affondo più duro: la caserma di via Carlo Alberto dalla Chiesa. Querqui sostiene che la precedente amministrazione aveva ottenuto un finanziamento regionale, ma quando loro si insediano scoprono che il progetto non prevedeva l’ultimazione della caserma, mentre quel finanziamento prevedeva che con quelle risorse si dovesse arrivare a consegna “chiavi in mano” ai Carabinieri. E qui la frase è pesante: esempio di inefficienza, incompetenza e inadeguatezza della precedente amministrazione. “Stiamo lavorando duramente” per recuperare una strada percorribile.

Infine la scuola. Sul verbale ASL, Querqui dice che non c’è alcuna conclusione: l’ASL ha richiesto documenti e loro sono in attesa. Aggiunge che c’è un’interrogazione e risponderanno a brevissimo: “vedrete che è così”. E poi il passaggio più tagliente: “noi parliamo con le carte”. Se qualcuno parla così, o non ha letto gli atti o “ha la faccia di bronzo”.
Chiude con un appello ai cittadini: “adesso è troppo… contestare anche le carte, da parte di chi dovrebbe contribuire anche dall’opposizione alla crescita della città, è troppo”. E la domanda finale è quella che lascia la miccia accesa: “chi sono gli incapaci, i dilettanti, gli inadeguati? Giudicate voi.”
Due regie, un’unica arena
A questo punto la partita è chiara: non è più solo una disputa sul centro socioeducativo. È una guerra sul metodo e sul racconto.
- Liburdi prova a inchiodare la maggioranza al presente: se governi adesso, rispondi adesso.
- Querqui prova a riscrivere la scena con la cronologia: se le scadenze erano già saltate, la responsabilità è già scritta.
E nel mezzo ci finiscono le parole che pesano di più: trasparenza, carte, proroghe, titoli mancanti, pareri, sicurezza, verbali. Tutte cose che, in un Comune in piano di riequilibrio, valgono doppio: perché ogni errore non è solo politico, è finanziario. E lo pagano i cittadini.
La voce che ancora manca

C’è un dettaglio che pesa: a parlare è Liburdi, a rispondere è Querqui. Ma al momento non si sente la voce di chi, nel “prima”, aveva le Politiche sociali e quel progetto nel quartiere Di Vittorio lo avrebbe voluto davvero vedere nascere. Federica Aceto. Se arriverà una risposta di merito, su tempi, atti, scelte e responsabilità amministrative, molti se l’aspettano da lì.
Perché quel centro non era solo un’opera: era un segnale sociale. E quando salta un segnale sociale, la politica non può pensare di cavarsela solo con il montaggio.
Una cosa è certa: Ceccano è entrata nella stagione del video. E quando la politica passa dalla carta alla telecamera, significa che la partita è viva, nervosa, decisiva. La domanda vera, adesso, è semplice e cattiva: chi avrà in mano le carte giuste quando finirà il rumore?



