Ceccano, l’assistenza domiciliare che divide: la guerra delle fasce ISEE

A Ceccano l’assistenza domiciliare diventa terreno di scontro politico: tra compartecipazione, fasce ISEE rimodulate e accuse incrociate, il tema della fragilità si intreccia con equilibri di bilancio, consenso e futuro della governance cittadina.

Il tema dell’assistenza domiciliare non si è fermato. Per un motivo semplice: non è un argomento da talk show, è un servizio che entra nelle case. E quando una scelta tocca la fragilità, la politica smette di ragionare a bassa voce e comincia a parlare con i megafoni. (Leggi qui: Fragilità, ISEE e politica: a Ceccano la risposta che sposta il confronto).

Tutto parte nei primi giorni di gennaio, quando gli uffici dei Servizi Sociali di Ceccano inviano una lettera alle famiglie che usufruiscono dell’assistenza domiciliare. Parliamo di un servizio essenziale: supporto a domicilio per persone anziane, disabili, nuclei fragili. In pratica, una rete che evita alla fragilità di diventare abbandono. Dentro quella lettera, però, c’è la frase che cambia la temperatura: per la prima volta viene comunicato che chi usufruisce del servizio dovrà iniziare a pagare, con una quota di compartecipazione.

La destra va all’attacco: “si fanno pagare i più deboli”

Ugo Di Pofi con Alessia Macciomei e Ginevra Bianchini

La risposta non si fa attendere. Ad intervenire sono i consiglieri Ginevra Bianchini, Alessia Macciomei e Ugo Di Pofi. E se c’è un volto che, nelle indiscrezioni, viene indicato come il motore politico dell’operazione, quello è proprio Di Pofi: uno dei principali promotori della battaglia, almeno nel racconto che gira in città.
La linea è dura: la destra sostiene che si fa pagare per la prima volta un servizio rivolto a chi ha fragilità e, secondo loro, questo mostrerebbe una sinistra “lontana” proprio dalle categorie che dovrebbe difendere. Non solo: chiedono una Commissione per portare il caso dentro un confronto ufficiale.

A quel punto arriva la controreplica dell’assessore ai Servizi sociali Mariangela De Santis. La sua risposta prova a rimettere la questione nel perimetro degli atti: la compartecipazione deriva da un provvedimento del Commissario prefettizio, e l’amministrazione avrebbe lavorato per intervenire dove può: rivedere le fasce ISEE, rimodulando l’impatto sulle famiglie. (Leggi qui: Ceccano, il Consiglio del bilancio con le sedie vuote).

“Merito nostro”: la destra rivendica la svolta e rilancia

Il sindaco Andrea Querqui e la vice Mariangela De Santis

Ma l’opposizione non si accontenta. Anzi: rivendica che il cambio delle fasce è arrivato dopo la loro protesta, e che senza quella polemica nessuno avrebbe corretto nulla e “la gente avrebbe dovuto pagare e basta”. È qui che la partita diventa politica al 100%: perché quando una modifica arriva dopo uno scontro pubblico, ognuno si prende la paternità e la trasforma in prova di forza.

In Commissione, voluta con insistenza soprattutto da Ugo Di Pofi, la destra insiste: le fasce andavano cambiate, ma non basta. Perché — è il loro punto — anche con le fasce aggiornate resta una scelta amministrativa che obbliga comunque a pagare.

Le nuove soglie, infatti, vengono ricostruite così:

  • 0–10.000 euro esenti,
  • 10.000–15.000 euro 5%,
  • 15.000–20.000 euro 10%,

e poi a salire con gli scaglioni successivi sempre in base all’ISEE.

Per l’opposizione il punto politico resta intatto: non c’è ritorno alla gratuità come in passato.

Le voci dal passato: “la toppa peggio del buco”

Federica Aceto con il consigliere regionale Daniele Maura

Nel frattempo interviene anche l’ex vicesindaco con delega ai Servizi sociali Federica Aceto, che rivendica come durante il suo assessorato una cosa del genere “non sarebbe mai accaduta”. E dopo la Commissione arriva anche l’ex assessore Riccardo Del Brocco: in un commento liquida la soluzione con una sentenza che sui social funziona come un timbro: “la toppa è peggiore del buco”. E rincara: “mai nella storia della città” — dice lui — si sarebbe arrivati a colpire così i più deboli, “mettendo le mani in tasca a chi soffre”.

Poi torna Ginevra Bianchini, che alza ulteriormente i toni: scrive che quanto accaduto in Commissione “dovrebbe far riflettere chi governa”, e accusa l’assessore De Santis di essere pronta a intervenire su tutto, anche su ciò che non le compete, mentre su questioni sociali delicate — che invece sono di sua competenza — si mostrerebbe impreparata e si procederebbe “mettendo pezze”. E aggiunge un dettaglio che diventa accusa politica: in diversi Comuni del distretto la compartecipazione non sarebbe stata applicata, quindi non sarebbe un obbligo inevitabile ma una scelta precisa. E conclude con la stoccata: “per puro puntiglio non si ha nemmeno il coraggio di tornare indietro”.

De Santis: “Fasce ISEE rimodulate, nessun allarme”

La replica dell’Assessore ai Servizi Sociali Mariangela De Santis, nei giorni scorsi, ha provato a chiudere il cerchio con un messaggio doppio: rassicurazione e cornice politica. Rassicurazione, perché l’amministrazione Querqui — ha spiegato — aveva già strutturato una riarticolazione delle fasce ISEE, con innalzamento della soglia di esenzione, nel rispetto degli equilibri di bilancio e della normativa. Cornice politica, perché respinge al mittente l’accusa di “insensibilità” e rilancia: il regolamento del SAD era un atto adottato dal Commissario, inserito in un quadro che prevedeva la compartecipazione ai costi per i servizi a domanda individuale; e la nuova Giunta, appena insediata, dovette prima prendere atto della regolamentazione e dei dati tecnici prodotti dagli uffici, senza “storici” consolidati su cui calibrare subito ogni scelta.

Poi l’affondo: Ceccano era in piano di riequilibrio finanziario pluriennale, figlio — ha sostenuto — della gestione precedente, la stessa che avrebbe previsto un taglio annuo di 90 mila euro sui servizi sociali senza che allora si alzasse lo stesso coro d’indignazione. 

Il Sociale come trincea

(Foto © DepositPhotos.com)

C’è poi un livello che va oltre la lettera, oltre le percentuali, oltre la polemica social. Perché l’assistenza domiciliare è un servizio sentito, sì. Ma è anche politica pura: la delega ai Servizi Sociali è la più pesante di tutte, quella che ti tiene in mezzo alla gente ogni giorno, tra bisogni reali e richieste che non aspettano. È la delega che ti fa “aiutare” davvero, ma proprio per questo ti rende anche più esposto e più attaccabile. E oggi quella delega sta in mano a Nuova Vita e a Mariangela De Santis, insieme al ruolo di vicesindaca: una combinazione che significa centralità, e la centralità — in politica — è un magnete, perché porta consenso.

Basta guardare al “prima” per capire quanto quel pacchetto conti anche come prospettiva: nella giunta Caligiore quel terreno era presidiato da Federica Aceto e, non a caso, all’inizio il profilo che veniva indicato come “naturale” per guidare la città era proprio quello di chi aveva in mano vicesindaco e politiche sociali. Perché è un ruolo che costruisce presenza, rete, riconoscibilità.

E allora la domanda — quella che nessuno scrive nei comunicati ma che gira nei ragionamenti — è inevitabile: qui si sta discutendo solo di compartecipazione, o anche del futuro politico della città e delle possibili ambizioni di De Santis? Chi lo sa: la politica smentisce a parole e conferma nei fatti. Ma una cosa resta: chi tiene in mano il Sociale non gestisce solo un servizio, si gioca anche un pezzo di domani.

Il punto vero: non solo la scelta, ma il racconto

Palazzo Antonelli

Alla fine, questa storia ha un cuore politico chiarissimo: una lettera è partita prima di una comunicazione politica ufficiale. Su un tema delicatissimo. E quando il messaggio arriva “in busta” prima che arrivi “in conferenza”, succede quello che succede sempre: qualcuno occupa lo spazio, si prende la scena, si prende anche il merito delle correzioni.

De Santis aveva spiegato che l’atto nasce dal Commissario e che le fasce sarebbero state riviste. Le fasce sono state riviste. Ma la destra non si ferma. Sostiene che, anche dopo la Commissione, l’assessore avrebbe confermato il servizio a pagamento e che, con le fasce proposte, “non ci sarà nessuna gratuità”: una scelta giudicata “ingiusta” e lontana da ciò che un Comune dovrebbe garantire a chi è in difficoltà. Chiusura con il ritornello che ormai accompagna ogni polemica: “noi diciamo no, il servizio deve tornare gratuito, come lo è sempre stato”. E la frecciatina finale: paladini dei diritti… e poi ecco i risultati.

Ecco perché non si è fermato. Perché qui non c’è solo una percentuale. C’è una domanda che resta appesa, pesante: quanto vale, davvero, la parola “sociale” quando arriva il momento di firmare un atto?