L’assessore alla Cultura traccia il bilancio del primo anno: Biblioteca, Castello, MUCE e Antares al centro di una strategia per ridisegnare l’identità culturale di Ceccano. E sul futuro politico frena: «Non mi vedo candidato sindaco».
Alessandro Ciotoli arriva in Giunta con un percorso costruito soprattutto fuori dalle istituzioni. Per oltre vent’anni è stato uno dei volti di IndieGesta, associazione culturale di cui è stato presidente e con la quale ha legato il suo nome soprattutto al Dieciminuti Film Festival ed a numerose iniziative culturali del territorio. Nel 2025 ha lasciato il testimone alla nuova generazione dell’associazione, entrando poi nell’Amministrazione del sindaco di Ceccano Andrea Querqui con la delega alla Cultura.
Il suo nome, però, circolava nella politica ceccanese già da tempo. Nella lunga stagione che portò alle Comunali del 2020, con la sfida tra Marco Corsi, Emanuela Piroli e Roberto Caligiore, Ciotoli era stato indicato da più parti come possibile candidato sindaco del centrosinistra. Quando divenne chiaro che sul suo nome non sarebbe maturata una convergenza, scelse di sfilarsi dalla corsa.

Oggi è uno degli assessori più riconoscibili della Giunta Querqui e ha costruito il proprio lavoro attorno alla Biblioteca, al futuro del Castello dei Conti, al progetto del MUCE e alla riapertura dell’Antares. Nelle sue risposte rivendica una politica culturale più strutturata e una programmazione capace di riportare Ceccano dentro circuiti che negli anni si erano indeboliti.
In sintonia con Sara
Politicamente Ciotoli è considerato vicino alla consigliera regionale del Partito Democratico Sara Battisti, con la quale negli anni ha costruito un rapporto soprattutto sui temi della cultura e dei finanziamenti regionali. Un legame già emerso pubblicamente durante alcune iniziative di IndieGesta e richiamato anche nel dibattito politico più recente.
Nell’intervista affronta il primo anno da assessore, le tensioni fisiologiche dentro la maggioranza, il rapporto con l’opposizione e le critiche sulla programmazione culturale. Sul futuro politico, invece, frena: considera prematuro parlare del dopo Querqui e dice di non vedersi oggi nel ruolo di candidato sindaco.
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Assessore, lei arriva in Giunta dopo oltre vent’anni trascorsi a fare cultura attraverso IndieGesta e il Dieciminuti Film Festival. Quanto è diverso organizzare cultura da assessore rispetto a farlo da fuori delle istituzioni?

La mia fortuna, per l’approccio, è stata aver conosciuto e aver imparato negli anni da un funzionario comunale bravissimo come il compianto Mauro Scarsella, con il quale da ventenne alle prime armi mi sono trovato a confrontare quando tutto era una novità. Quegli insegnamenti mi hanno fatto crescere e soprattutto imparare il funzionamento della macchina amministrativa, quindi il passaggio dalla parte delle istituzioni è stato piuttosto naturale.
Una delle prime sfide è stata quella di dare alla cultura un ruolo centrale nell’Amministrazione Querqui. Dopo più di un anno, pensa che Ceccano abbia davvero cambiato passo su questo terreno?
Pur rispettando il lavoro di chi mi ha preceduto, devo dire che si partiva praticamente da zero. Oggi la politica culturale della città ha un’identità, è riconoscibile, è costante nel tempo e segue una programmazione che punta a crescere e a diventare sempre più centrale nella vita dei cittadini. E questo già oggi nonostante manchino strutture essenziali come l’Antares e il Castello dei Conti ancora.
La Regione ha finanziato con 70mila euro il progetto “Vibrazioni”. Che cosa vuole rappresentare questo progetto e quale modello culturale vuole costruire per Ceccano?

Ceccano nei primi anni duemila visse una stagione d’oro con tanti festival musicali originali e dinamici (Women & Blues, Etnika Rock, L’Imboscata, Mediterranea, IndieJazz) che riempivano le piazze e portavano pubblico da ogni parte della provincia. Poi, per tanti anni, questo movimento, che partiva dalle associazioni, si è fermato. Con Vibrazioni abbiamo deciso di fare un percorso inverso, ossia il Comune ha fatto da “incubatore” di nuove idee e nuovi format di festival e spettacoli dal vivo, per poi lasciarli vivere di vita propria e lanciarne altri. Abbiamo voluto dare una scossa per dare un’identità culturale a Ceccano, che non deve copiare gli altri paesi, deve essere unica e originale portando linguaggi nuovi e adatti alla società di oggi.
Lei è stato eletto all’unanimità presidente del Sistema Bibliotecario della Valle del Sacco. Che ruolo può avere oggi una biblioteca in una città come Ceccano e quale futuro immagina per quella comunale?

Personalmente tengo tantissimo alla biblioteca, la mia prima tessera l’ho avuta a 8 anni e me la fece il mitico Gigino Alviti, che ebbi poi anche la fortuna di avere come responsabile nel 2000 quando feci l’obiettore di coscienza in biblioteca e ci ritrovammo a gestire la grande donazione di Roberto De Sio. La biblioteca ha e avrà un ruolo centrale nella politica culturale della città. Quando ci siamo insediati era ai minimi storici per utenti e prestiti, e per entrare dovevi suonare il citofono. Oggi è un luogo aperto, vivace, dove si svolgono eventi di tutti i tipi, dalle letture per bambini al teatro, dai cineforum ai convegni. Nella mia visione dovrà essere sempre il punto di riferimento culturale della città.
Il Castello dei Conti è tornato più volte al centro del confronto politico. Ci sa dire quando termineranno i lavori e che cosa dovrebbe diventare davvero quel luogo una volta restituito pienamente alla città?
Il direttore dei lavori sta valutando i documenti e l’esecuzione, siamo fiduciosi che l’inverno ci porterà alla riapertura. Attenzione però a vedere questa riapertura come la soluzione a tutto. Il Castello dovrà avere uno scopo, per questo stiamo lavorando al progetto del MUCE, il Museo Civico di Ceccano, dove la storia della nostra città e di queste terre sarà protagonista sia con i reperti della Villa Romana che con contenuti multimediali e interattivi capaci di valorizzare l’enorme patrimonio storico e culturale della nostra città. E anche in questo caso, come detto per la Biblioteca, anche il MUCE diventerà un tassello fondamentale della nostra politica culturale.
C’è poi il Cinema Teatro Antares. Lei ha detto chiaramente che la riapertura richiede fondi e interventi reali. A che punto siamo oggi e quanto pesa per Ceccano avere ancora chiuso uno spazio del genere?

Ho visto il mio primo film al cinema proprio all’Antares, quando ero all’asilo e ci portarono a vedere il Pinocchio della Disney. Amo quella struttura forse più di tutte le altre, anche perché lì è nato il Dieciminuti Film Festival e lì dovrà tornare. Abbiamo risposto a un bando regionale per rifare la copertura, che è ridotta a una groviera a causa delle mancate manutenzioni. Stiamo sbrogliando la matassa della certificazione antincendio, che era poi il motivo per cui durante la gestione del Commissario venne chiuso al pubblico. L’Antares dovrà riaprire prima possibile, ma dovrà farlo in sicurezza e senza i problemi che lo hanno portato alla chiusura. Si tratta (vista la chiusura del Nestor) del più grande teatro del centro-nord della provincia, riaprirlo non è essenziale solo per noi ma per tutto il territorio.
Nei mesi scorsi non sono mancati scontri politici, anche molto accesi. Quanto è difficile difendere le scelte culturali quando ogni evento rischia di diventare terreno di battaglia politica?

Lo scontro politico fa parte del gioco, non mi ci sono mai sottratto. Credo nelle proposte che portiamo avanti, perché partono sempre da un ragionamento, non sono campate in aria, quindi non è difficile spiegarle o difenderle. Certo, se i critici “a comando” ogni tanto venissero pure a vedere di cosa stanno parlando magari si risparmierebbero un po’ di fatica.
Lei ha costruito gran parte del suo percorso culturale fuori dalle istituzioni. Oggi, stando dentro l’Amministrazione, c’è qualcosa che ha capito sulla macchina comunale che prima non vedeva?
Sì, ed è un paradosso, perché con l’associazione non eri mai da solo a fare le cose. Adesso, con l’esiguità della pianta organica comunale, spesso è necessario lavorare molto di più e fare letteralmente di tutto. Però in entrambi i casi sono attività che svolgi per gli altri, e quindi va bene così, perché contano poi i sorrisi delle persone che restano soddisfatte.
Alla fine della consiliatura, quale risultato dovrebbe esserci perché Alessandro Ciotoli possa dire di avere lasciato un segno come assessore alla Cultura?

Una biblioteca che sia la casa di tutti, soprattutto di bambini e ragazzi, un Castello che con il MUCE trovi una sua vocazione e identità apprezzata anche oltre confine, un Antares aperto e vivace con tante attività, il ritorno della Scuola comunale di musica Oreste Sindici, per la formazione dei giovani in una città che ama la musica come poche altre in provincia. Sono obiettivi ambiziosi, ma per lasciare un segno bisogna esserlo.
Sul lavoro e sull’organizzazione di alcuni eventi, in città si è parlato molto anche del contributo della sua ex associazione e del ruolo di Americo Roma. Anche alcuni post e dichiarazioni hanno evidenziato questa collaborazione. Pensa di continuare su questa linea anche in futuro, affidando a loro una parte dell’organizzazione delle iniziative
A me piacerebbe vedere una città plurale e dinamica, dove Comune e associazioni, comitati, Pro Loco, parrocchie, scuole, collaborino per il bene di tutti. Esistono tante realtà che meritano considerazione, tante professionalità valide e prestigiose che dobbiamo mettere nelle condizioni di poter dare il proprio contributo, senza mai creare quel monopolio che si è visto qualche volta in passato e che finiva sempre per creare malumori. Tutti possono dare il proprio contributo, il Comune in questo dovrebbe essere un facilitatore.
C’è chi sostiene che all’interno della Giunta e del Consiglio comunale ci siano piccole frizioni, magari fisiologiche, ma comunque presenti. Lei come risponde?

Credo che sia abbastanza normale, soprattutto in un contesto eterogeneo come il nostro. Siamo tutti abbastanza schietti e ci diciamo tutto, non è quel tipo di amministrazione dove un capo ordina e gli altri eseguono, c’è grande libertà. Questo ovviamente può portare a qualche frizione, ma parlando ci si chiarisce e si va avanti, perché l’obiettivo poi è lo stesso per tutti.
Come giudica il lavoro svolto in questo primo anno del Sindaco, dagli assessori e dal Consiglio comunale? C’è qualcosa che avrebbe voluto vedere fatto meglio o più velocemente e quali sono, secondo lei, i punti di forza e gli aspetti da migliorare?
La situazione di grande difficoltà è chiaro che ha influito su molti aspetti, e tutto si può sempre fare meglio. Il punto di forza è la voglia di impegnarsi tutti per il bene comune, senza distinzioni. Forse dopo questa fase di assestamento e di “presa delle misure”, credo che possiamo migliorare nell’ascolto delle esigenze delle persone, girando le contrade, i quartieri, sentendo le esigenze sul posto, perché ognuno ha esigenze diverse e ovviamente, presi da mille questioni quotidiane, fino ad oggi ci siamo riusciti poco.
Si parla già, forse prematuramente, del futuro politico dopo Andrea Querqui. In città circolano voci su una possibile battaglia per la successione e il suo nome viene indicato da più parti come uno dei possibili candidati, come già accaduto in passato. Ha davvero questa ambizione e restando su questo tema, pensa che dopo i mandati di Querqui si aprirà una vera competizione interna alla maggioranza per la candidatura a sindaco?

Mi sembra eccessivamente prematuro parlare di questo. Andrea è un bravissimo sindaco, ma lo è da poco più di un anno. Davanti a lui, come tutti speriamo, ce ne sono quasi altri nove, un’eternità per parlare già oggi di questo. Le cose da fare sono infinite, e ci dobbiamo concentrare su quelle. Poi, quando arriverà il momento, se ne discuterà con serenità e speriamo forti dei tanti risultati raggiunti. Per quello che mi riguarda, non mi vedo in quel ruolo, è già molto impegnativo fare l’assessore, costa moltissime energie e impegno, ci saranno ovviamente tante persone valide per quel ruolo, ma parlarne adesso è decisamente presto.
Una delle critiche che le viene rivolta riguarda il carattere di alcune iniziative culturali, considerate da una parte della città troppo rivolte a determinati target. Ritiene di stare riuscendo a coinvolgere davvero tutti i pubblici, anche quelli che cercano eventi più popolari e tradizionali?
Questo mi fa sorridere. Alcuni lo hanno detto anche sulla festa del patrono, dove abbiamo proposto uno spettacolo comico in dialetto ceccanese, una cover band di Vasco Rossi e una orchestra che faceva musica e balli popolari, se non è tradizionale questo non so davvero cosa lo sia di più. Ma lo hanno detto anche per gli spettacoli per bambini, forse pensano che facciamo vedere loro Cechov, ma in realtà magari sono burattini o spettacoli divertenti e i bambini ridono dall’inizio alla fine, non è popolare questo?

Poi penso a una cosa: da giugno a settembre sono 120 giorni, a Ceccano ci sono stati circa 84 eventi, una media di 5 giorni su 7 coperti da qualcosa, dove da padrone la fanno le feste di contrada, le feste religiose, quelle dei comitati, le sagre, che propongono in massima parte eventi popolari e tradizionali. Perché lo deve fare anche il Comune? Possiamo noi mostrare al pubblico che esistono anche cose diverse?
Il nostro ruolo è questo, e abbiamo portato spettacoli e concerti che si fanno solo nelle grandi città, dove nessuno andrebbe. Li abbiamo portati qui e i cittadini li hanno potuti vedere gratis. Il ruolo di un’amministrazione è questo, non scimmiottare le cose che fanno i comitati solo per poter dire di avere avuto la piazza piena.
Come giudica l’opposizione in questo primo anno di Amministrazione? Sta facendo un lavoro utile di controllo oppure, secondo lei, prevale troppo spesso lo scontro politico?
Può sembrare paradossale ma, nonostante tante critiche ricevute soprattutto sul patrono, ho un rapporto rispettoso e cordiale con tutti gli esponenti di minoranza. Loro esercitano il ruolo che hanno ricevuto dai cittadini. Alcune volte esagerano o prendono qualche cantonata, ma fa parte del gioco, e poi sono da sempre convinto che una buona opposizione aiuti a governare meglio.
Lei viene spesso indicato come una delle figure politicamente più riconoscibili della maggioranza. Si sente soltanto un assessore con una delega precisa oppure pensa di avere ormai un ruolo politico più ampio dentro questa esperienza amministrativa?

La riconoscibilità all’inizio te la conferisce anche l’esperienza che hai maturato fino a quel momento, e personalmente in ambito culturale sono attivo da 25 anni, quindi era normale che questo potesse influire anche sulla visibilità. Detto questo però credo che ogni delega, se portata avanti con determinazione e con una visione, possa essere importante. La Cultura, a prescindere da me, è sempre stata una delega strategica a cui però molte amministrazioni non credono. Questa amministrazione ci crede, perché è strategica e connette tanti altri ambiti. A mio avviso questo ruolo dovrà crescere ancora di più.



