Lo scudo erariale già prorogato diventa strutturale e viene fissato un termine breve oltre il quale vigerà il “silenzio-assenso”
“Se l’obiettivo è il futuro del Paese e dei figli è auspicabile ristabilire un rispettoso e corretto rapporto tra politica e magistratura”: parole e concetti cristallini a cura di Tommaso Miele, Presidente aggiunto della Corte dei Conti, originario di Aquino, dove è nato a febbraio del 1956. Una toga di rigore ma che applica da sempre lo stesso senza mai disarticolare il Diritto dal sistema complesso sulle dinamiche del quale deve agire.
In sintesi: Miele è tra le figure che meglio incarnano la capacità buona della magistratura di calarsi nell’immanente. Dentro una realtà coessenziale cioè in cui Legge e regole sociali devono incontrarsi; possibilmente senza mai confliggere, con l’una che si avvantaggi a discapito dell’altra.
Quelle parole sul “corretto rapporto tra politica e magistratura” ne sono prova regina, e Miele le aveva pronunciate nella sua relazione a febbraio di quest’anno. Quando si era tenuta la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario presso la Corte dei Conti del Lazio.
L’apertura dell’anno giudiziario

Un momento topico, nel quale le toghe tirano le somme di quanto già statuito e tracciano il quadro di come, dove e con quale criterio si applicherà la Legge nei mesi a seguire. E nella sua relazione il giudice aquinate aveva fissato un concetto gigante. Questo: “Nell’esercizio delle sue attribuzioni di controllo e giurisdizionali la Corte dei conti costituisce un presidio di legalità, oltre che un presidio di democrazia”.
Che significa? Che senza la magistratura contabile o con la magistratura contabile depauperata delle sue attribuzioni l’illegalità trova humus. E prospera in un contesto nel quale le regole democratiche rischiano di essere surclassate dalla prevaricazione per singoli interessi o settori.
Saltiamo a pie’ pari di qualche mese ed arriviamo ad aprile di quest’anno. Quando cioè il governo in carica aveva confermato la proroga del cosiddetto “scudo erariale”, un’anticamera della standardizzazione attuale. Si tratta infatti di un provvedimento adottato originariamente in maniera emergenziale dall’esecutivo guidato da Giuseppe Conte.
L’emergenza e il governo Conte

Il Covid ed una congiuntura planetaria straordinaria avevano spinto quel Palazzo Chigi là a stabilire che, per mettere a terra i soldi del Pnrr e adottare provvedimenti eccezionali, bisognasse allentare un po’ controlli e burosaurese sulle pubbliche amministrazioni. Ma era provvedimento transitorio, legato alla delicatezza del momento e affatto strutturale. Ora non più.
Il Disegno di Legge presentato alla Camera a fine 2023 dall’allora capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Tommaso Foti, che statuiva la proroga dell’omologo contiano, è sfociato in questi giorni proprio nella strutturalità che si paventava. E la riforma del danno erariale oggi è legge.
Cioè? Semplice ed inquietante, a considerare i corollari. Il Senato ha infatti approvato in via definitiva il disegno di legge proposto da Fratelli d’Italia.
Esorcizzare la “paura della firma”

Una bozza – ormai testo accasabile in Gazzetta Ufficiale – che “modifica le competenze della Corte dei Conti. E che nelle intenzioni dei proponenti contrasta la ‘paura della firma’ da parte dei pubblici ufficiali e degli amministratori, rallentando l’attuazione del Pnrr”. Particolare interessante: le opposizioni hanno contestato tutto ma non hanno fatto ostruzionismo d’aula.
E la Corte dei Conti? Non ha gradito, e per ovvi motivi, legati all’affievolimento “dei controlli sul denaro pubblico”. L’associazione Libera poi ci vede un cadeau nero alle male. Ma cos’è nel merito lo scudo erariale, o meglio, la sua versione prorogata diventata poi legge con qualche piccolo-gigantesco aggiustamento? Si tratta di una limitazione della responsabilità per danno erariale attribuibile ad amministratori e dipendenti pubblici.
Che non dovranno risarcire relativamente “ai soli casi di dolo o di inescusabili condotte omissive, escludendo, quindi, le contestazioni per colpa grave per le condotte commissive”.
Scudo erariale, a noi…
Quindi esisteva una doppia casella: la prima, in cui da parte dei giudici contabili era lecito non procedere, la seconda, in cui la procedibilità per circostanze gravi era invece proceduralmente fattuale. In buona sostanza si era realizzato quell’equilibrio tra esigenze di governo e doveri di controllo citato da Tommaso Miele ad inizio anno. Lo aveva ribadito nella parte centrale della sua relazione.

“Nell’attuale contesto strutturale e funzionale della pubblica amministrazione, dopo il passaggio da una amministrazione fondata sulla mera legittimità formale, di stampo liberale, alla amministrazione di risultato, occorre maggiormente valorizzare le funzioni di controllo e consultive della Corte dei conti”.
Controllo e di consultazione dunque. Tuttavia c’è un “però”, ed è un “però” grosso come una casa. Con la solita manina che ha infilato nel testo diventato Legge una scriminante temporale che rompe l’equilibrio.
Massimo 90 giorni per recepire
Lo snellimento auspicato è diventato una cura dimagrante drastica, cioè una cosa che non fa bene alla società, né alla legalità. Vero è che le procedure sono più agili, ma ci sono voci preoccupanti. Come l’abbassamento al 30% del danno erariale del risarcimento che ricade sul funzionario, e comunque su non più di due anni di retribuzione.
Poi un meccanismo atroce. Quello del silenzio assenso per le richieste di un parere preventivo di legittimità, da parte delle amministrazioni, alla Corte dei conti. Che vuol dire? Che se la Corte dei Conti non risponde entro un mese prorogabile a tre l’atto – qualunque sia la sua natura e con qualsiasi illegittimità in nuce – è valido.
Quindi automaticamente e senza verifica si esclude il danno erariale. Disegnare uno scenario ipotetico ma plausibilissimo non è dunque un’iperbole, ma un atto informativo quasi dovuto. Trenta giorni e poi sulle verifiche in ordine ai soldi pubblici scatterà il silenzio-assenso.
Difficile chieder conto
Che vuol dire che anche se nel merito il funzionario pubblico avrà commesso danno erariale profilabile (nei tempi giusti) con dolo o colpa grave, dopo 4 settimane nessuno potrà più chiedergli conto e risarcimento per i dane’ (nostri) sperperati in maniera facilona e illegittima. Anzi, illegale.

Tutto questo senza intervenire strutturalmente su organici e metodo, e sapendo benissimo che in un mese (prorogabile a tre) e allo stato dell’arte per molti casi complessi nimmanco arrivi a metà faldone.
Il che legittima un allarme incasellato nella relazione di apertura dell’Anno Giudiziario nel Lazio con perfetta cognizione di causa dal giudice Miele. Che solo 10 mesi fa enunciò quel di cui l’Italia e gli italiani avrebbero bisogno. “Istituzioni efficienti e ben funzionanti, un’economia sana e una società radicata su quei valori che ci hanno consegnato i nostri padri costituenti”.




