Il congresso di Frosinone, dedicato all'elezione di Dino Iannarilli come nuovo segretario, è stato molto di più di un passaggio organizzativo. Il partito ha mostrato la sua idea di classe dirigente che non gioca allo sfascio ma punta su temi concreti come sicurezza, imprese, infrastrutture, sanità e Zona Economica Speciale. Un programma che non è una lista di desideri, ma una rotta precisa
No al gioco allo sfascio, no alla tattica del logoramento tra alleati. La Lega manda un segnale a Fratelli d’Italia e lo fa da Frosinone. Punta a ritrovare la sintonia, una visione comune, un punto di massima chiarezza politica. I rapporti tra alleati sono tesi: colpa di una città difficile, con problemi ambientali seri, soluzioni non semplici che i Fratelli d’Italia non condividono. Il Bus elettrico su corsia agevolata (BRT) è il caso più emblematico.
Tra due anni si vota per scegliere se dare al sindaco Riccardo Mastrangeli (civico ma di espressione leghista) un secondo mandato. La Lega non ha dubbi e lo stesso Matteo Salvini un anno fa dalla convention di Pasquale Ciacciarelli a Castrocielo ci mise la caparra. FdI punta a prenderne il posto, l’ex vicesindaco Fabio Tagliaferri (oggi presidente della partecipata ALeS SpA) non ha mai nascosto che gli piacerebbe: nel 2022 aveva posto la sua disponibilità alla candidatura ma al tavolo nazionale del Centrodestra il gioco degli incastri portò a scegliere Riccardo Mastrangeli.
Il logoramento di queste settimane sembra la preparazione del terreno per uno scontro interno FdI – Lega. (Leggi qui: Mastrangeli vs Fratelli d’Italia, Guerra Fredda 3.0 a Frosinone).
Il nuovo ambasciatore

In questo clima, la Lega si riunisce e sceglie di affidarsi alle capacità di mediazione di Dino Iannarilli: sarà lui a dover riallacciare i fili del dialogo, stemperare il clima. La sua designazione a nuovo Coordinatore Cittadino della Lega ha finito per diventare molto più di un passaggio organizzativo.
Il segnale dato dall’assemblea è chiaro: una linea tra chi vuole costruire e chi invece si accontenta di giocare allo sfascio.
La giornata si è accesa quando il vice sindaco di Frosinone Antonio Scaccia ha preso la parola. In un clima politico che negli ultimi giorni aveva respirato qualche fruscio di malumore, la sua è stata una dichiarazione netta: la maggioranza è unita, il sindaco Riccardo Mastrangeli ha pieno sostegno e nessuno pensa di rimettere in discussione l’assetto amministrativo della città.
L’applauso scattato al termine delle sue parole non è stato di cortesia ma di liberazione. Perché quel chiarimento serviva, e Scaccia lo ha offerto nella forma più politica possibile: quella della responsabilità. Non sarà Scaccia (coordinatore regionale di Noi con Salvini) a fare la guerra interna a Mastrangeli, anzi gli conferma totale lealtà politica.
L’arringa di Ottaviani tra ZES e lealtà politica

Poi, come spesso accade nei momenti chiave, è arrivato l’intervento che ha spostato l’asse del dibattito su un’altra dimensione. Nicola Ottaviani, oggi deputato ma ancora fortemente percepito come figura di riferimento del territorio dove è stato sindaco per due mandati, ha riportato la discussione su ciò che davvero conta: la partita per l’ingresso di Frosinone nella Zona Economica Speciale.
Una sfida che Ottaviani ha definito non solo amministrativa ma identitaria. “Senza la ZES — ha detto — la provincia rischia di restare schiacciata da decenni di ritardi infrastrutturali e di essere esclusa dalle catene produttive e logistiche che in altre zone d’Italia stanno creando sviluppo. Con la ZES, invece, il territorio può riaprire i suoi scenari industriali”.

È stato in quel momento che Ottaviani ha pronunciato le parole più dure della giornata: chi oggi immagina di utilizzare la politica come arma di ritorsione, per minare la stabilità della maggioranza o ottenere vantaggi personali, verrà giudicato dalla storia. Non dalla Lega, non dagli alleati: dalla storia. Perché in una fase così delicata, destabilizzare significa colpire gli interessi reali del territorio.
Dal palco emerge con chiarezza una distinzione tra due modi di concepire la classe dirigente: da un lato chi immagina di esserlo e pratica il gioco allo sfascio; dall’altro chi lo è realmente e con senso di responsabilità costruisce percorsi di sviluppo e stabilità. Una linea politica che la Lega ha voluto rivendicare con forza.
Una classe dirigente scelta per capacità

Da lì in avanti, il Congresso ha preso la forma di una narrazione: quella di una classe dirigente che vuole dimostrare di essere tale non per auto-proclamazione, ma per capacità di governare i processi.
Lo ha ribadito il consigliere provinciale Andrea Amata, capogruppo della Lega in Provincia, che ha ricordato come oggi esista un allineamento istituzionale quasi irripetibile: il Governo, la Regione e molte amministrazioni locali stanno finalmente remando nella stessa direzione.
Una condizione che può sbloccare anni di immobilismo infrastrutturale e restituire competitività a un territorio che paga ancora il prezzo di collegamenti carenti e investimenti frammentati. “La nostra forza è calibrare il messaggio sugli interessi del territorio – ha detto Amata – Questa è la nostra identità”.
“Standing ovation” per Abruzzese

A chiudere idealmente il cerchio della dimensione locale è stato il riconoscimento del lavoro svolto da Mario Abruzzese, responsabile regionale Organizzazione, cioè l’uomo che sta cucendo la trama del Partito non solo in provincia di Frosinone ma in tutto il Lazio.
Abruzzese, in completa sintonia con il coordinatore regionale Davide Bordoni ed il vicesegretario federale Claudio Durigon, sta ricostruendo un modello di presenza territoriale capillare, essenziale in vista delle partite che attendono il centrodestra regionale, dalla gestione delle amministrazioni locali alla lunga marcia verso le elezioni comunali di Roma.
Ma la vera cornice politica del congresso di Frosinone si trova a qualche chilometro più a nord, a Tivoli, dove la Lega ha celebrato la sua Conferenza Programmatica regionale. Lì c’erano tutti i pesi massimi del Carroccio: oltre ad Abruzzese e Bordoni, il Sottosegretario Claudio Durigon e l’assessore regionale Pasquale Ciacciarelli, che ha ricordato i successi amministrativi di Frosinone ottenuti prima con Ottaviani e ora con Mastrangeli.
Da Tivoli a Frosinone le idee per lo sviluppo

Da Tivoli è partito un messaggio che ha raggiunto, e rafforzato, il congresso di Frosinone: la Lega vuole essere il motore politico del centrodestra nel Lazio. E per farlo ha messo sul tavolo il Patto per il Lazio, un documento che fissa le coordinate dei prossimi anni: sicurezza, imprese, infrastrutture, sanità, ZES. Un programma che non è una lista di desideri, ma una rotta precisa.
Durigon ha insistito sul drammatico indice natalità/mortalità delle imprese fermo a 0,46, definendolo un campanello d’allarme che impone una ricostruzione urgente del tessuto produttivo. Ciacciarelli ha tracciato la rotta sulle infrastrutture e sulla sanità, indicando le priorità immediate: dal Roma–Latina all’anello ferroviario, dalla Cisterna–Valmontone al potenziamento di Fiumicino, fino alla necessità di abbattere le liste d’attesa nelle province più penalizzate.
La sfida dell’unità da trasformare in azioni concrete

È dentro questa cornice regionale che si comprende anche il Congresso di Frosinone. E infatti, alla fine della giornata, l’impressione è stata quella di un Partito che scommette sulla compattezza della coalizione, puntando sulla direzione politica e la crescita organizzativa. La Lega ha voluto dimostrare non solo di avere una linea ma di saperla tenere.
La sfida ora sarà trasformare questa unità in azione concreta. E capire come reagiranno gli alleati di coalizione, perché nel centrodestra del Lazio gli equilibri sono sempre mobili e nessuno regala spazi. Ma due cose sono chiare: la ricandidatura di Mastrangeli è faccenda da tavolo nazionale; la battaglia sulla ZES è diventata il simbolo di una Lega che non vuole più giocare a difendersi. Vuole attaccare. Vuole incidere. E vuole guidare. Ed è da qui, da Frosinone, che ha iniziato a farlo.



