Dieci minuti al telefono, e una vita che riparte

Ad Anagni un operatore del 112 tiene in linea per dieci minuti una donna che, dopo una truffa informatica, aveva manifestato l'intenzione di togliersi la vita. La provincia di Frosinone conta 1.776 denunce per frodi nel 2024.

Angela Nicoletti

Pertinax ut gramen pyxidis

Dieci minuti al telefono possono sembrare pochi. In una situazione estrema, possono essere tutto. È quanto accaduto ad Anagni, dove una donna, dopo essere rimasta vittima di una truffa informatica che le aveva fatto perdere i risparmi di una vita, ha chiamato il 112: l’unico posto dove sfogarsi, chiedere aiuto, gridare la propria disperazione, annunciare la sua intenzione di dire basta e togliersi la vita.

La telefonata

(Foto © Carabinieri)

A fare la differenza è stata la professionalità dell’operatore della Centrale Operativa dei Carabinieri di Anagni. Il militare è rimasto al telefono con la donna, ascoltandola e cercando di tranquillizzarla, mentre nello stesso tempo coordinava l’intervento dei colleghi.

Una conversazione delicata, mantenuta per circa dieci minuti, fino all’arrivo della pattuglia dei Carabinieri e dei sanitari del 118. La donna, rassicurata dalla voce del militare, ha infine aperto la porta. È stata presa in cura dal personale sanitario e accompagnata in ospedale per gli accertamenti e il necessario supporto.

Al di là del risultato finale è il modo in cui è stato condotto l’intervento ad essere importante. In quella telefonata non c’è stata soltanto una risposta a una chiamata d’emergenza: c’è stata capacità di ascolto, lucidità, empatia e coordinamento. Il carabiniere ha compreso che in quel momento la priorità non era soltanto raggiungere rapidamente un indirizzo, ma tenere quella persona ancorata alla realtà fino all’arrivo dei soccorsi. È anche questo, in fondo, il senso più umano di un’uniforme.

Il danno che non si vede

Foto: Wolfgang Moroder © lusenberg.com

Ma questa storia porta con sé un’altra questione, meno visibile e altrettanto importante: quanto possono essere devastanti le truffe online. Perché dietro una cifra sottratta, un conto svuotato o un investimento rivelatosi falso non ci sono soltanto numeri. Ci sono risparmi accumulati in anni, progetti familiari, sacrifici e, soprattutto, persone. In questo caso, la conseguenza psicologica della truffa è arrivata a un livello drammatico.

I numeri restituiscono la dimensione di un fenomeno che non può essere considerato marginale. Secondo l’Indice della criminalità 2025 del Sole 24 Ore, elaborato sulla base delle denunce presentate alle forze di polizia nel 2024, nella provincia di Frosinone sono state registrate 1.776 denunce per truffe e frodi informatiche, pari a 384,11 ogni 100mila abitanti. Il dato è in diminuzione rispetto alle 1.960 denunce dell’anno precedente, ma fotografa comunque una realtà fatta di migliaia di persone che, nel territorio, hanno denunciato di essere state raggirate.

C’è un elemento da non sottovalutare: le statistiche fotografano le denunce, non necessariamente tutte le truffe realmente commesse. C’è chi non denuncia per vergogna, chi pensa di aver perso definitivamente il proprio denaro e chi preferisce non raccontare di essere stato ingannato. Proprio la vergogna rappresenta uno degli aspetti più insidiosi del fenomeno. Una vittima può arrivare a sentirsi responsabile di ciò che è accaduto, quando invece il problema è nella capacità dei truffatori di costruire situazioni credibili e di sfruttare paura, fiducia e senso di urgenza.

Un meccanismo sempre più sofisticato

Frame dal film Tototruffa 62

Il fenomeno, del resto, è ormai diventato estremamente sofisticato. Non siamo più soltanto davanti alle vecchie email piene di errori grammaticali che invitavano a cliccare su un link improbabile. Oggi possono arrivare telefonate apparentemente provenienti dalla banca, messaggi che segnalano un presunto problema sul conto, comunicazioni che imitano quelle di istituzioni e aziende conosciute, proposte di investimento costruite per sembrare credibili. In molti casi il truffatore non chiede semplicemente denaro: prima conquista la fiducia della vittima e poi la induce ad agire rapidamente.

Il meccanismo fa leva proprio sulla fretta: bisogna fare qualcosa subito, comunicare un codice, spostare il denaro, aprire un link, seguire le istruzioni di un presunto operatore. Ed è proprio in quel momento che occorre fermarsi. Nessuna comunicazione improvvisa dovrebbe spingere a consegnare credenziali, password o codici di sicurezza, né a trasferire denaro per presunti motivi di protezione del conto. Quando qualcosa non convince, la regola più semplice resta quella più efficace: interrompere la comunicazione e verificare attraverso i canali ufficiali.

La vicenda di Anagni aggiunge però un elemento che nessuna statistica riesce a raccontare. Una truffa può produrre un danno economico, ma può anche diventare un trauma personale. Per questo è importante che chi viene raggirato non si chiuda nel silenzio. Contattare immediatamente la propria banca o il proprio intermediario e rivolgersi alle autorità competenti può essere fondamentale. Conservare messaggi, email, numeri di telefono, ricevute e conversazioni può inoltre fornire elementi utili per ricostruire quanto accaduto.

Il merito dei Carabinieri, in questa storia, è certamente quello di aver agito con tempestività e professionalità. Ma c’è anche una lezione più ampia: dietro ogni truffa c’è una vittima, e quella vittima non è mai soltanto il suo conto corrente. Questa volta, ad Anagni, una porta si è aperta. E dietro quella porta c’era una vita che poteva ancora ricominciare.