Discarica Mad, San Giovanni Incarico porta la battaglia al Parlamento europeo

Il sindaco Fallone protocolla la petizione e prepara il dossier tecnico-scientifico in italiano e inglese. L'obiettivo è costruire una posizione istituzionale unitaria della provincia contro la riapertura della discarica Mad. Ma per capire perché questa mossa vale, bisogna capire cosa c'è in gioco

La provincia di Frosinone ha una discarica che non usa più. La SAF nell’ultimo anno ha ridotto a zero i rifiuti che una volta venivano interrati in quell’impianto. E adesso qualcuno vuole riaprirla. Il sindaco di San Giovanni Incarico Paolo Fallone ha deciso che la risposta non si dà in piazza ma a Bruxelles: petizione al Parlamento europeo, dossier tecnico-scientifico in due lingue, appello a tutti i 91 Comuni della provincia. La Ciociaria non torna a fare l’immondezzaio. O almeno, questo è quello che intende dire.

Al centro della polemica c’è la discarica di Cerreto a Roccasecca. Fin dalla sua apertura, una trentina di anni fa, l’ha gestita la società Mad: metà dei volumi sono destinati ai rifiuti della provincia di Frosinone, l‘altra metà agli altri clienti. I primi pagano un prezzo più basso: lo stabilisce la Regione Lazio.

Cosa c’è dietro

L’ingresso della discarica Mad a Roccasecca

Per capire cosa sta accadendo bisogna fare qualche passo indietro. La provincia di Frosinone ha una storia lunga e dolorosa con le discariche. Trent’anni fa finì letteralmente sommersa dalle sue stesse immondizie: fino a quel momento le portava a Roma scaricandole nella più grande discarica a cielo aperto in tutta l’Europa: Malagrotta. Dopo tanti avvertimenti, alla fine quell’impianto venne chiuso. E fu il collasso per una provincia che non si era organizzata fino a quel momento.

La soluzione fu la nascita della Saf, la società composta da tutti i 91 Comuni in parti uguali a prescindere dalla popolazione e dalla quantità di immondizie prodotte. In pratica tutti mandavano i rifiuti nello stabilimento di Colfelice: una percentuale veniva riciclata (non molto alta, all’epoca le tecnologie non consentivano moltissimo) il resto veniva interrato. Per questo serviva una discarica. Venne realizzata accanto allo stabilimento Saf ma in territorio di Roccasecca: se ne occupò un privato, la società Mad.

Giuseppe Conte

Quel primo invaso di rifiuti si riempì in pochi anni. Ne venne realizzato un secondo, poi un. terzo ed infine un quarto: l’allora consigliere regionale Mauro Buschini assicurò che sarebbe stato l’ultimo. Invece vennero disposto gli ‘abbancamenti’: esaurite le buche, metteteli sopra e fateci delle colline. A disporlo furono due riunioni della Presidenza del Consiglio dei Ministri guidate dal premier Giuseppe Conte. Che fu costretto a riunire i ministri a Palazzo Chigi perché il sindaco di Roccasecca Giuseppe Sacco aveva ottenuto ragione in tutti i tribunali ai quali si era rivolto.

La chiusura e la beffa

Perché quegli invasi si riempivano in fretta? Per il fatto che Roma Capitale dichiarava l’emergenza e Frosinone veniva chiamata a farsi carico di una parte dell’immondizia romana. Esaurendo così in poco tempo la capacità del proprio territorio. L’attuale presidente della SAF Fabio De Angelis aveva trovato una via d’uscita: il recupero energetico al termovalorizzatore di San Vittore, che consente di portare i rifiuti a produrre energia elettrica invece di interrarli. Zero tonnellate in discarica era il risultato di questa scelta.

Poi è arrivata una norma regionale che ha ridotto la quota di accesso al termovalorizzatore riservata alla SAF: da 100mila a 36mila tonnellate, mentre Latina manteneva la sua quota piena. Un taglio che, nella lettura di chi si oppone, costringerebbe i Comuni ciociari a tornare alla discarica. SAF ha fatto ricorso al TAR. E nel frattempo la questione si intreccia con la battaglia sulla governance della società: chi la presiederà, chi controllerà le decisioni sullo smaltimento. Mentre è ancora in piedi la querelle per la ripartizione dei 14 milioni di conguagli che i Comuni attendono dalla Regione dal 2007 e che ancora non sono arrivati.

La mossa di Fallone

In questo scenario, Fallone ha scelto di portare la questione fuori dal perimetro provinciale e regionale. Ha protocollato la petizione al Parlamento europeo. Ha predisposto un dossier tecnico-scientifico — in italiano e in inglese, dettaglio non secondario — che documenta la situazione e le ragioni dell’opposizione alla riapertura. E ha scritto a tutti i 91 Comuni della provincia chiedendo di deliberarne l’approvazione e la sottoscrizione.

Paolo Fallone (Foto © Stefano Strani)

«Abbiamo deciso di promuovere questa iniziativa perché riteniamo che su temi di tale rilevanza non possano esistere divisioni territoriali o appartenenze politiche», ha dichiarato il sindaco. «La difesa del nostro territorio e della salute dei cittadini rappresenta una responsabilità che accomuna tutti gli amministratori locali. Una provincia che, dati alla mano, ha già dimostrato di non avere bisogno di una nuova discarica».

La petizione potrà essere sottoscritta anche dai cittadini residenti in provincia e dalle associazioni del territorio.

Perché il Parlamento europeo

La scelta della sede non è casuale. Il Parlamento europeo ha una Commissione per le Petizioni che esamina le segnalazioni dei cittadini e degli enti locali in merito a violazioni del diritto comunitario in materia ambientale. Portare la questione a Bruxelles significa due cose: alzare il livello istituzionale del confronto, rendendo più difficile ignorare la posizione dei Comuni; e invocare il quadro normativo europeo sulla gestione dei rifiuti (la gerarchia che mette il recupero energetico al di sopra dello smaltimento in discarica) come argomento di merito contro la riapertura dell’impianto.

(Foto © DepositPhotos.com)

È una strategia che richiede tempo ma che, se trova l’adesione dei 91 Comuni, produce una pressione istituzionale difficile da ignorare. «La forza di questa iniziativa dipenderà dalla capacità dei novantuno Comuni della provincia di Frosinone di parlare con una sola voce», ha concluso Fallone. «Solo attraverso un’azione istituzionale condivisa potremo rappresentare con autorevolezza le ragioni del nostro territorio».

La domanda che resta aperta

Novantuno Comuni, colori politici diversi, interessi non sempre coincidenti. La partita sulla governance SAF divide già il centrodestra tra chi vuole cambiare tutto e chi vuole mantenere l’attuale gestione. La questione dei 14 milioni di conguagli avvelena i rapporti tra Comuni e Regione. In questo contesto, trovare una posizione unanime non è semplice.

Fallone ha messo sul tavolo uno strumento concreto, con un dossier tecnico che parla all’Europa ed ha chiesto agli altri di scegliere. Chi firma dice che il territorio della Ciociaria non è e non deve tornare a essere un immondezzaio. Chi non firma, in qualche modo, dice il contrario. È una scelta scomoda da evitare.