La vile intimidazione al prete anti camorra e il vero dato che dovrebbe far riflettere: soprattutto dalle parti di Palazzo Chigi
Don Maurizio Patriciello è un simbolo doppio: della lotta in prima linea contro le male della sua Caivano e di un Governo che su Caivano ci ha scommesso (quasi tutto) per creare un luogo totem dove lo Stato non dà l’impressione di arretrare.
Perciò quando alla messa di ieri un tizio, con rara baldanza e scarso atletismo, si è presentato a ricevere la comunione e gli ha lasciato in mano un plico con dentro un bossolo 9 x 21 sono successe due cose.
Ci si è indignati tutti con la giusta oncia di inquietudine ed è scattata una riflessione. Un’analisi molto semplice che travalica le giuste azioni investigative che hanno portato a stretto giro di posta al fermo di un 75enne del luogo.
Uno sfigato prezzolato

Ed è una riflessione semplice: le male sono (più) vigliacche (del solito). Perché gli inquirenti di Caivano ed i carabinieri di Castello di Cisterna ci hanno messo poche ore a capire che il 75enne Vittorio De Luca altro non era che uno sfigato prezzolato che doveva solo portare un messaggio.
L’uomo ha un passato di problemi psichiatrici, ha 75 anni e e non poteva certo sperare di farla franca con un format così sfacciato.
Presentarsi in una chiesa gremita per la messa delle 10.00, nel momento della Comunione in cui tutti sono in fila, e lasciare qual macabro cadeau avrebbe pregiudicato qualsiasi velleità di fuga.
La vera notizia è un’altra

Molti quotidiani si sono dovuti accodare alla consueta velina dell’Arma che spiegava come l’uomo, dopo il gesto si fosse “allontanato velocemente”, ma , pur vera empiricamente, la spiegazione non regge.
Neanche Usain Bolt sarebbe riuscito a defilarsi con successo in uno scenario simile. Perciò, come spesso accade in questa Italia ammalata di retorica del plausibile, il piano della vicenda si è spostato alla vera notizia.
Cioè al fatto che, presumibilmente, ha innescato l’episodio di intimidazione contro il prete anti-camorra.
La sparatoria di sabato

Alcune testate si sono affrettate a spiegare che quello consegnato a Don Patriciello non è un proiettile, ma un bossolo, si suppone uno dei bossoli di proietti esplosi nel corso di una sparatoria avvenuta a Caivano sabato sera, quando “un gruppo di una decina di persone a bordo di sette-otto scooter ha esploso dei colpi di pistola” (fonte SkyTg24).
Dal canto suo De Luca dovrà rispondere di atti persecutori aggravati dal metodo mafioso, ma intanto – ove mai ce ne fosse stato bisogno – avrebbe già ammesso con gli inquirenti: “Mi ci hanno mandato”.
E qui, al di là della assoluta solidarietà ad un prete coraggioso che pare aver ereditato il coraggio di don Peppe Diana e della valenza penale di un gesto che non può e non deve essere preso sottogamba, una riflessione seconda arriva obbligata.
Luogo simbolo della vittoria dello Stato

Ma Caivano non era il luogo simbolo, additato più e più volte da Giorgia Meloni e Matteo Piantedosi, di un archetipo di nido criminale bonificato dalle sue pulsioni malavitose grazie ad uno Sato finalmente forte?
Non era il posto scelto dall’Esecutivo per far capire che alla fine si può estirpare con successo, ad essere le “persone giuste”, ogni erbaccia da ogni orto?
Non era qual posto, che ha addirittura dato il nome ad un Decreto convertito in Legge, per raggiungere il quale, con altissimo senso del dovere, il ministro Francesco Lollobrigida aveva fatto fermare un Frecciarossa come fosse il landò di un nobile ottocentesco?
Eppure si spara ancora
Eppure, al di là del nesso eziologico tra la sparatoria di sabato e l’intimidazione a don Patriciello, il dato è evidente. Ed è quello per cui nel paese strappato alla peggiore camorraccia periferica si spara ancora.
Si posseggono pistole che camerano munizioni delle forze dell’ordine. E forse si usano gli “scemi del villaggio” per lanciare messaggi intimidatori ai preti coraggio.
“A Caivano abbiamo dimostrato che lo Stato, se ci mette volontà, costanza e determinazione, può rispettare un impegno che si prende con i cittadini”.
Gli spot di Giorgia

“In un territorio complesso, abbandonato e dimenticato per decenni, abbiamo detto alle persone perbene e oneste che dello Stato potevano tornare a fidarsi e che noi saremmo stati al loro fianco“.
Lo disse non senza enfasi Giorgia Meloni lo scorso maggio, precisando che “a Caivano abbiamo dimostrato che le cose possono cambiare”. Non basta certo un singolo episodio per dimostrare una linea pubblicistica e mezza mendace, la camorra è troppo pervasiva e suggente per essere debellata anziché contenuta.
Tuttavia il sospetto c’è: quello per cui (anche) a Caivano lo Stato abbia fatto il suo ennesimo gargarismo di facciata. E per il quale i mostri di oggi siano i mostri di sempre.



