Alle Officine Farneto la Lega chiude la due giorni "A tua difesa": Salvini fa da paciere con i governatori del Nord, Lorenzo Fontana parla di Iran e Germania. Ma i numeri della manovra li porta il Lazio, con Claudio Durigon.
C’è sempre, nei Partiti che si vogliono bene a fatica, un momento in cui qualcuno deve tirare fuori la calcolatrice mentre gli altri discutono di identità, popoli e destino dell’Occidente. Alle Officine Farneto oggi quel qualcuno portava la cravatta di un senatore laziale e si chiamava Claudio Durigon.
Il palco delle emozioni
La due giorni «A tua difesa – Verso la Finanziaria 2027» si è chiusa con Matteo Salvini nei panni che gli riescono meglio: il capo che detta la linea ma dialoga con la propria tribù. Ai governatori del Nord, che per tutta l’estate avevano scalpitato chiedendo più collegialità, il vicepremier ha riservato la battuta pronta per l’occasione: appuntamento tutti insieme sul palco di Pontida, il 20 settembre, «alla faccia di alcuni uccelli del malaugurio». Poi l’affondo ironico, per chi sussurrava di un Partito diviso: «Ho visto pure dei sindaci, dei parlamentari e persino dei ministri». Come dire: la crisi, semmai, l’avete inventata voi cronisti. E ha promesso di «condividere le mie responsabilità» con chi porta il nome della Lega nei territori, governatori compresi, ma «senza formule che riportano al pentapartito»: la collegialità sì, l’assemblearismo no.

Accanto a lui, sul fronte identitario, il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha alzato l’asticella ideologica: l’America ha fallito in Iran perché non capiva l’Iran, l’Europa non deve sorprendersi dell’avanzata dell’estrema destra in Germania, «è la rivolta di chi è stato sconfitto dalla globalizzazione» e la politica deve pensare a vent’anni, non alle prossime elezioni.
Il presidente lombardo Attilio Fontana, per la sua parte, ha rivendicato il «forellino» apertosi nel muro del centralismo grazie all’autonomia differenziata. Bel repertorio, per una kermesse che doveva ricompattare il partito attorno a un’unica narrazione.
Il palco dei numeri
Ma è quando si scende dalle grandi narrazioni alla materia grezza della manovra, pensioni, fisco, conti pubblici, che la voce che parla di più, e con più dettaglio, non arriva dal Nord. Arriva dal Lazio. Durigon, sottosegretario al Lavoro e vicesegretario nazionale del Partito, ha passato la giornata a maneggiare cifre come un contabile che non si fida delle sensazioni: la spesa previdenziale italiana è di 326 miliardi, le entrate 296, «ha ragione la Fornero, la stabilità non c’è», se non si scorpora il fatto che quei 326 miliardi sono al lordo, e che 76 miliardi sono in realtà versati dallo Stato in quanto datore di lavoro dei propri pensionati.

Sottratti quei 76, dice Durigon, il sistema torna sostenibile. Sulla pensione anticipata a 64 anni, altra cifra pronta: 80mila persone potenzialmente interessate, 1,5 miliardi di costo annuo, sperimentazione possibile per tre anni. E sul fisco giovani, la proposta di una flat tax al 5% legata al datore di lavoro, per frenare la fuga dei ragazzi che studiano e poi se ne vanno.
Nessuna bandiera del Nord, nessuna bandiera identitaria. Solo numeri, il tipo di numeri che poi finiscono davvero dentro una legge di bilancio.
Il sud che chiede la sua Zes

E se Durigon fa il ragioniere della previdenza, c’è un altro laziale che gioca la stessa partita sul terreno industriale. Nicola Ottaviani, ex sindaco di Frosinone e oggi segretario della commissione Bilancio alla Camera, ha usato il palco delle Officine Farneto per riportare la Ciociaria al centro del discorso nazionale: le Zone Economiche Speciali, ha detto, devono includere anche «i territori del sud del Lazio». Escluderli, ha argomentato, significa penalizzarli «proprio da Roma Capitale», dove i finanziamenti statali destinati alla metropoli finiscono per generare «ulteriori squilibri territoriali». Una diseconomia, l’ha chiamata, capace di isolare le province del basso Lazio dal resto del centro-sud che invece la Zes ce l’ha.
Ottaviani ha rivendicato per la Lega l’etichetta di «vero Partito sindacato dei territori», impegnato, dice, a evitare che sia lo stesso intervento pubblico, con le sue regole di concorrenza sbandierate e poi disattese, a produrre gli squilibri che dovrebbe correggere.
Chi ha vinto la scommessa (e chi lo dice)

A consuntivo dei lavori è arrivato Mario Abbruzzese, Segretario Regionale all’Organizzazione della Lega Lazio, che ha fatto ciò che i Segretari organizzativi fanno sempre a fine evento: distribuire ringraziamenti e, tra i ringraziamenti, lasciare scivolare la lettura politica vera.
Il merito della due giorni, ha detto, va alla «struttura del comitato regionale», a partire dal coordinatore Davide Bordoni e da Angelo Valeriani, per «una macchina organizzativa, forse la migliore a livello nazionale». Ma, ha aggiunto, «la scommessa è stata vinta non solo grazie» all’organizzazione, «ma soprattutto sui contenuti».
E qui Abbruzzese ha confermato dall’interno esattamente la lettura che si può dare dall’esterno: «Durigon ha dimostrato ancora una volta di aver avuto un intuito geniale nella scelta dei tempi, dando anche la possibilità alle varie anime del Partito di incontrarsi e chiarire alcuni punti su cui in questo mese si è discusso». Tradotto: l’evento romano non era solo una vetrina sulla Finanziaria, era il luogo scelto per far sbollire le tensioni estive.

E il segretario regionale Organizzazione non si è fermato alla constatazione generica, ha messo in fila anche i nomi giusti: «La presenza di Fontana come relatore e Romeo come spettatore lascia presagire una distensione positiva nel Partito». Un relatore sul palco e un capogruppo in platea, silenzioso: nella semiotica di un Partito, due posizioni che dicono più di un comunicato.
Perché il contrappeso ha l’accento romano
Non è un caso isolato, se si guarda a qualche giorno indietro. Era stato lo stesso Durigon a organizzare la due giorni romana invitando al tavolo Attilio Fontana e Luca Zaia: un segnale di dialogo interno tra le diverse sensibilità del Carroccio.
Detto e fatto: il dialogo c’è stato, i governatori sono arrivati, Salvini ha fatto il generoso sul palco, e il Segretario organizzativo regionale del Lazio è arrivato persino a certificarlo per iscritto. Mentre il Nord recitava la parte della riconciliazione plateale, pacche sulle spalle, battute sugli «uccelli del malaugurio», a tenere in piedi l’ossatura tecnica e diplomatica dell’evento sono stati, ancora una volta, i laziali.
La morale, se ce n’è una

Nei Partiti, si sa, chi urla non sempre comanda, e chi tace i numeri non sempre li capisce. Alle Officine Farneto la Lega ha messo in scena due spettacoli paralleli: quello dell’unità ritrovata, tutto governatori e palchi di Pontida, e quello, più silenzioso, di chi la Finanziaria dovrà poi scriverla per davvero, e di chi ha lavorato perché le due cose, i contenuti e la pace interna, accadessero nella stessa stanza.
Il primo lo si vede nei titoli dei giornali. Il secondo, questa volta, lo ha raccontato lo stesso Lazio, con nome e cognome.



