Dopo il congresso di domenica le correnti dem già ieri hanno ripreso a combattersi. Senza unità vera e un’alleanza solida con il PSI di Vincenzo Iacovissi, il voto tra un anno può diventare un’altra occasione persa
Il congresso della pace (apparente)
Se c’è una cosa che il Partito Democratico non perderà mai è la capacità di proclamare la pace mentre, sotto traccia, prepara la “guerra”. Domenica scorsa, alle Terme di Pompeo di Ferentino, il congresso provinciale si è chiuso con l’elezione di Achille Migliorelli a segretario e di Sara Battisti a presidente della Federazione. Applausi e selfie. (Leggi qui: Pd, congresso col freno a mano: la svolta nell’ultimo vertice. E qui: Al Congresso Pd scoppiano i casi Salera, Grossi e Alfieri. E qui: Il Pd secondo Migliorelli: meno correnti, più territorio).

Un accordo unitario, costruito tra le principali correnti dem, salutato dai relatori come l’alba di un “new deal”provinciale. Fine delle ostilità, superamento di una stagione congressuale durata oltre un anno, ricomposizione delle anime interne, partito pronto a guardare avanti. Facile a dirsi, molto più difficile da realizzare.
Già poche ore dopo la proclamazione ufficiale, le tensioni sono riemerse con la puntualità di un Rolex. È cambiata la location – dalle assemblee alle bacheche social – ma la musica è rimasta la stessa. AreaDem, Rete Democratica, Riformisti e Parte da Noi hanno ripreso a punzecchiarsi. Un PD formalmente unito nelle cariche non coincide con un partito realmente coeso nella visione. (Leggi qui: Pd, congresso finito ma guerra aperta: scintille tra Fantini e Grossi).
Il nuovo terreno di scontro è la vicesegreteria provinciale, rimasta fuori dall’accordo congressuale. Un dettaglio? Tutt’altro. È il simbolo di una pace dichiarata ma non metabolizzata.La “fine della guerra” annunciata dal tavolo dei relatori assomiglia più all’inizio di una guerriglia di posizione. A quel “fine guerra” qualcuno avrebbe dovuto aggiungere un avverbio: “mai”. La sensazione, per chi osserva le dinamiche del PD locale, è quella di un déjà-vu. Il partito sembra aver elevato a sistema l’incapacità di fare una sintesi vera. (Leggi qui: Il Congresso che non chiude: nel Pd è resa dei conti a poche ore dal voto).
Il rischio grandine su Frosinone

L’irrisolto – lo sarà mai? – regolamento di conti tra le correnti rischia di avere conseguenze pesantissime su Frosinone. Peggio della grandine. Mentre il PD continua a dividersi guardando il proprio ombelico, il tempo passa. E in politica corre. Domenica prossima si vota per le elezioni provinciali, appuntamento strategico per tutti i Partiti, dunque anche per il PD che rischia il sorpasso di Fratelli d’Italia. E poi c’è la madre di tutte le battaglie :le Comunali di Frosinone del 2027. Sedici mesi, in politica, sono un soffio.
Nel capoluogo le strategie del centrosinistra sono già differenziate. Il PSI ha annunciato da tempo il proprio candidato sindaco, il consigliere Vincenzo Iacovissi. Ha messo in campo una narrativa, un progetto, una visione di città. Il PD, invece, è fermo. Pur avendo un segretario e una presidente ufficialmente in carica, continua ad arrancare tra correnti e polemiche. E questo ritardo non è neutro.

La consiliatura che si avvia alla conclusione ha mostrato tutte le fragilità del partito proprio a Frosinone. Il gruppo consiliare – Angelo Pizzutelli, Norberto Venturi e Fabrizio Cristofari – ha svolto opposizione a Riccardo Mastrangeli, ma spesso senza una strategia coordinata con la segreteria cittadina.
Un’opposizione rimasta sospesa, non sostenuta da una struttura capace di trasformarla in proposta alternativa credibile di governo.
Leadership, alleanze e la lezione di Weber
In questo contesto, l’assenza di una pacificazione duratura non è un dettaglio. È un problema strutturale. Senza una leadership riconosciuta da tutte le componenti e senza una linea condivisa, ognuno finisce per muoversi per conto proprio. Come ricordava Max Weber, “la politica è la lenta perforazione di tavole dure”. Ma se ognuno punta il trapano in una direzione diversa, il tavolo resta intatto e l’unità si dissolve.

Per essere competitivo nel 2027 e rendere il Comune contendibile a Riccardo Mastrangeli, il centrosinistra ha bisogno di due condizioni imprescindibili: un’alleanza solida tra PD e PSI – oggi tutt’altro che scontata – e un PD coeso, riconoscibile, capace di guidare la coalizione. Non di inseguirla.
La legittimazione formale degli organismi provinciali non basta. Achille Migliorelli e Sara Battisti sono stati eletti regolarmente, ma il sistema di pesi e contrappesi serve a riempire caselle. Non costruisce automaticamente una strategia vincente. L’unità non si ritrova con gli organigrammi.
Per Frosinone 2027 serve altro
Una direzione politica chiara, un progetto credibile, un gruppo dirigente che parli con una sola voce. Un PD frammentato a livello provinciale indebolisce inevitabilmente anche il PD cittadino. E un PD debole nel capoluogo rende fragile l’intero centrosinistra. È un effetto domino che la storia locale ha già dimostrato.

Se la segreteria Migliorelli (o chi gli sta alle spalle reggendo l’intera architettura che lo sorregge) non imporrà presto un vero “patto di non belligeranza” operativo e sostanziale, il rischio è presentarsi tra sedici mesi senza una proposta forte, senza un candidato autorevole da affiancare a Vincenzo Iacovissi, e senza una coalizione realmente unita.
In un capoluogo governato dal centrodestra da vent’anni, significherebbe iniziare la partita sotto di due gol. E allora il 2027 rischia di trasformarsi nell’ennesima cronaca di una sconfitta annunciata.



