Frosinone nel caos. Nello Scalo si moltiplicano risse, aggressioni, vandalismi, spaccio. Non è solo un problema di Ordine Pubblico, con gli organici che potevano andare bene negli Anni 90. È un problema sociale: è una città che cambia sotto la spinta di una migrazione che così non funziona
La città di Frosinone vive un’emergenza senza precedenti sul piano dell’Ordine Pubblico: in particolare lo Scalo è ormai teatro, pressoché quotidiano, di violenze, risse, aggressioni. Ma il disagio è diffuso.
Nel fine settimana una giovane barista è stata aggredita e colpita al volto da un uomo di nazionalità straniera, all’interno di un bar nella zona della stazione: la sua colpa è stata quella d’avere rifiutato di tenere aperto il locale. Sempre sabato sera, nei pressi del casello autostradale si è consumata una violenta rissa tra cittadini extracomunitari e persone di Frosinone, conclusa con 3 feriti in ospedale, 5 arrestati in carcere a via Cerreto, 2 arrestati messi in casa. Tra le persone ferite anche due poliziotti intervenuti per ristabilire l’ordine.

Pochi giorni prima, sempre allo Scalo, la polizia è intervenuta per una rissa che ha visto tra i protagonisti cittadini stranieri, con un accoltellato e due arresti. Ancora prima un autista Cotral è stato insultato, spintonato e raggiunto da sputi: protagonista in negativo un extracomunitario sprovvisto di biglietto, proprio al capolinea dei bus in via Piazza Sandro Pertini. Ancora più grave quanto accaduto il mese scorso durante la festa della Sacra Famiglia: una rissa tra quindici persone ha seminato il panico tra famiglie e bambini, costretti a fuggire terrorizzati.
Non sono casi isolati
Risse, spaccio, degrado, aggressioni ed episodi di violenza urbana sono all’ordine del giorno nel quartiere. Non si tratta più di episodi isolati, come troppo semplicisticamente sono stati liquidati: sono la punta dell’iceberg di un problema, grave e sistemico che sta avvolgendo il capoluogo.

Frosinone è cambiata. Si è trasformata sotto la spinta delle ondate migratorie che sono state organizzate male e gestite peggio. Non c’è stata alcuna selezione all’ingresso, ha funzionato a singhiozzo il filtro fatto dalla rete che doveva assistere sul piano piscologico i migranti ed aiutarli ad inserirsi, accompagnarli nell’integrazione. Ci sono ragazzi che hanno imparato la lingua, appreso uno dei mestieri che gli italiani non vogliono più fare, si sono inseriti. Ma ce ne sono decine di altri abbandonati a se stessi e che per sopravvivere si aggrappano ogni ad una bottiglia di vino da due euro presa al supermercato. O finiscono nella rete delle nuove mafie: manovalanza a basso prezzo per lo spaccio.
Un quartiere in particolare — quello dello Scalo — è diventato così crocevia di illegalità, dove le forze dell’ordine intervengono, fanno il loro, ma in modo oggettivamente episodico: le pattuglie passano alla stazione ma sono quelle che bastavano negli Anni 90. Oggi la città è diversa, la sua malavita è diversa, le sue sacche di povertà sono diverse. Ed è che attecchisce il seme della violenza.
Più di così è difficile

I controlli ci sono stati, è vero. Ed hanno ottenuto il massimo che era possibile. Ma non si può chiedere al più eroico degli avamposti di arrestare da solo un intero Corpo d’Armata. Il rischio è quello di ripetere l’epopea della Divisione Ariete lasciata da sola in Africa contro le truppe di Montgomery
Il Comune Capoluogo più di questo non può fare. Il sindaco Riccardo Mastrangeli se le è inventate di ogni tipo per tentare di arginare il fenomeno. Ma non ha né le forze, né gli strumenti normativi per fronteggiare una criticità così grande, impossibile da gestire da solo. L’unico a comprendere la serietà del problema è stato il deputato Aldo Mattia, con la sua lettera aperta che è stata un segnale per il Governo, richiamandone l’attenzione.
Proprio per questo il malessere persiste, l’insicurezza si diffonde e i cittadini non si sentono tutelati. E non è un problema solo di Frosinone. Per le stesse ragioni, le centinaia di periferie tranquille di questo Paese stanno diventando il nuovo fronte della lotta al crimine urbano.
Le nuove bande

Il problema è che la città di Frosinone rischia di essere lasciata in mano a bande criminali, soprattutto di cittadini extracomunitari, ma non solo, che si contendono la gestione violenta del territorio.
Serve allora un intervento forte da parte degli organi centrali. Non è solo una questione di Polizia: quel setaccio all’ingresso, quell’opera di mediazione culturale e di integrazione che non ha funzionato prima deve essere fatta dopo. Altrimenti tutto resterà com’è e peggiorerà.
A questo va aggiunta una normativa che finalmente si renda conto che è in atto un radicale cambiamento sociale. Nel quale anche la “presenza dello Stato” deve adeguarsi: qualitativamente e quantitativamente. Non può restare solo uno slogan: deve tradursi in una presenza costante, pattuglie visibili, turni stabili, telecamere collegate e funzionanti, interventi mirati e una certezza della pena che finora è troppo poco percepita. Deve essere l’equivalente di ciò che trent’anni fa era il maresciallo che passeggiava a piedi per le strade del paese, la pattuglie della polizia di quartiere che andava in giro e si faceva vedere dalle persone.

Le solite riunioni, i tavoli, le promesse, le dichiarazioni di intenti, non bastano più. Serve altro. Serve concretezza. Soprattutto serve la presa d’atto di una realtà che è in rapido cambiamento
Albert Camus diceva: «La violenza non è solo un’azione, è un fallimento». Le scene che troppo spesso si vivono allo Scalo – risse con coltelli o bastoni, scontri frontali tra gruppi di cittadini stranieri, aggressioni a chi lavora o transita – sono l’espressione di un fallimento. Non dell’Ordine Pubblico. Ma di un modello che è troppo vecchio e deve essere adeguato con urgenza. Partendo dalla situazione di Frosinone.



