Fate presto: la realtà corre più veloce del nuovo Piano industriale del Lazio

Il Piano Operativo del Consorzio Industriale del Lazio è solido, accurato, ambizioso. Ma già rischia di invecchiare: i dati stanno cambiando, gli investimenti sono mutati, gli scenari modificati. Ora la politica deve fare ciò che il documento non può: aggiornare, decidere, agire. Perché senza velocità – non soldi – l’industria del Lazio resterà ferma ai blocchi.

Alessio Porcu

Ad majorem Dei gloriam

Fate presto” strillò Il Mattino di Napoli tre giorni dopo che il terremoto aveva sgretolato l’Irpinia: fu un grido di disperazione, un urlo di speranza, un ‘invocazione a chi poteva fare qualcosa per una terra e la sua popolazione che si stava dissolvendo. Fate presto” gridano ora le righe le 65 pagine del Piano Operativo messo a punto dal Commissario del Consorzio Industriale del Lazio Raffaele Trequattrini su input della vicepresidente della Regione Roberta Angelilli. Le ha scritte per tracciare una rotta precisa e concreta alle strategie per la nuova Legge 46 per il comparto Automotive. (Leggi qui: Stellantis, il ritorno della legge 46. E adesso il Lazio guarda in faccia il futuro).

Quelle pagine dicono che c’è il rischio di partire bene e di arrivare però in ritardo. Mai come questa volta è vero che siano due orologi diversi a scandire i tempi di questa crisi: quello delle industrie e quello della politica che non viaggiano allo stesso ritmo.

La responsabilità della politica

Raffaele Trequattrini

La partenza è con il piede giusto perché quel Piano approvato nei giorni scorsi dalla Giunta ribadisce che per affrontare un problema, il primo passo sia conoscerlo. Ma se gli orologi non verranno sincronizzati il rischio è di restare incollati ad uno studio. Il Piano Operativo del Consorzio Industriale del Lazio è un documento ben scritto, ben rilegato e ben pensato. Ma, come capita ai bravi studenti che sanno tutto del programma ma non riescono a salire sul treno il giorno dell’esame, rischia di arrivare tardi. E forse con le domande sbagliate.

Il professor Raffaele Trequattrini è rimasto fedele al suo mandato e non si è lasciato tentare dalla brama di salire in cattedra ed indicare una rotta alla politica: è rimasto nella sua parte ed ha compiuto un’analisi scientifica lasciando alla politica l’onere delle scelte. Ne consegue che ¾ del Piano siano di analisi. E fin qui, nulla di male. Il guaio è che l’analisi, benché accurata, se la politica non farà presto rischia di invecchiare entro brevissimo tempo.

La bella foto che si sta sbiadendo

I contorni del documento Trequattrini – Angelilli si stanno già sgranando: il Piano cita ancora l’investimento da 2,5 miliardi di Novo Nordisk su Anagni che però è già sfumato, scrive che la Jaramafarà” l’investimento milionario sulla ex Saxa Gres di Anagni trasformandola nel secondo polo nazionale della produzione di Auto quando invece l’operazione tra le due società è già conclusa e proprio la capofila DR Automobiles sta aspettando che il Piano venga messo a terra. Lo stesso Governo Meloni sta progressivamente abbandonando il Piano Draghi per virare su altri approdi: se la politica del Lazio non farà presto si ritroverà a navigare verso le Indie ma sfruttando ancora le mappe di Colombo: romantico ma poco utile.

Una delle prime scelte politiche da fare è quella di fornire al Consorzio gli strumenti per aggiornare una rotta assolutamente interessante. Che però è stata calcolata sulla base di quello che il Consorzio aveva a disposizione: lo scheletro della proposta è ancora lo studio Laziomotive di Unindustria, elaborato negli anni scorsi. Quei dati ora vanno aggiornati e se non viene data una bussola ben tarata al Consorzio si rischia di continuare a disegnare il presente con i colori del passato.

I 100 volti del Lazio

Il secondo passo è più politico. La Regione deve avere il coraggio di dire che il Lazio non è uno ma è tante regioni. Roma non è Frosinone. Civitavecchia non è Latina. La Capitale vive di turismo, cultura, commercio. È un motore che brucia carburante diverso da quello delle imprese manifatturiere. C’è la Roma delle grandi aziende pubbliche, galassia a sé. E poi c’è il quadrilatero industriale – Pomezia, Latina, Cassino, Frosinone – con due pilastri: Automotive e Farmaceutico. Ed è qui che si gioca la vera partita dell’industria.

Farmaceutico ed Automotive rischiano di condividere lo stesso destino. Cassino Plant ha avuto una stagione gloriosa quando Fiat ha smesso di considerarla un’officina nella quale montare le macchine e l’ha dotata di un polo di sviluppo nel quale migliorare i progetti delle sue auto che finivano sulla linea di montaggio. Lo stesso vale per il polo farmaceutico: oggi ha i piedi d’argilla. Vanno favoriti i grandi progetti di ricerca transnazionali (e la Regione deve diventare un vagone di un treno che va dal Giappone all’America passando per la Cina, l’Asia e l’Europa).

Se non mettiamo contenuti di ricerca e sviluppo (R&D), il farmaceutico rischia di essere una declinazione della logistica integrata, ma nulla di più: confeziono, stocco e distribuisco ciò che è pensato/progettato/prodotto altrove.

Il Lazio trascurato

Il Piano si concentra su quei due settori. E mette in evidenza che c’è molto altro finora trascurato per decenni: c’è il comparto Aerospaziale che si interfaccia direttamente con Boeing ed Arianne, tiene a galla gli aerei e manda in orbita i satelliti. Il Piano denuncia il silenzio sull’Agroindustria che nel Lazio muove miliardi e dà lavoro a decine di migliaia di persone. Dice che è ora di riconoscere il ruolo trainante con cui sostituire il silenzio atavico sull’Edilizia ed i Lavori Pubblici, forse l’unico comparto realmente trasversale tra tutte le province.

E per non sconfinare nelle competenze della politica non entra nei possibili supporti alla manifattura: manca del tutto un focus sull’Economia circolare, vero potenziale motore della competitività produttiva che prende gli scarti e li trasforma in nuova materia prima. Nel Nord Europa è un obbligo già in fase di progetto di ogni nuova industria.

Il lavoro del professor Trequattrini non può restare a lungo così: deve innestarsi l’azione politica altrimenti resterà una splendida analisi dettagliata ma settoriale, priva di uno sguardo d’insieme che il Commissario ha voluto fosse la politica a tratteggiare.

Il convitato di pietra

Foto: Domenico Mattei © Pixabay

Sullo sfondo, il vero convitato di pietra resta la burocrazia. Il nemico numero uno dell’impresa laziale non sono i costi ma i tempi. Il tempo che si perde dietro ad una conferenza dei servizi, ad un’autorizzazione, ad un parere, ad un visto. Questo piano non poteva contenere e non contiene una parola – una sola – su questo nodo strutturale. Perché è una competenza della Politica che deve avere il coraggio di metterla sul campo. E non completare la parte politica con quella accademica sarebbe un’assenza grave. Perché le aziende del Lazio ed in particolare quelle del Sud oggi non chiedono fondi, ma velocità. Non sgravi ma esecuzione. Non titoli ma permessi.

Il Consorzio Industriale, con il garbo accademico che gli è proprio, lascia intendere al presidente Francesco Rocca, alla vicepresidente Roberta Angelilli ed all’intera Giunta, che l’idea di costituire un grande “tier 1” industriale (una rete strutturata di imprese fornitrici integrate che si interfacciano con Stellantis senza timori, considerata la loro dimensione), come proposto da Laziomotive, per candidarsi a commesse globali, è affascinante. Ma se poi ci vogliono 18 mesi per ottenere un certificato, nessun player internazionale si fermerà ad aspettarci.

L’ora di agire

(Foto © IchnusaPapers)

Va detto: l’intento c’è. La voglia di approfondire pure. C’è consapevolezza che la transizione industriale non si improvvisa. E lo sforzo di lettura del territorio è da premiare. Ma a patto che non resti nei cassetti. Perché i dati vanno bene ma senza aggiornamenti ed azione politica diventano reliquie. E le proposte, se non sono accompagnate da strumenti reali, rimangono esercizi accademici.

Il Lazio ha bisogno di un’agenda, più che di un altro dossier. E di un cambio di passo culturale: capire che uno splendido Piano Operativo non deve essere lasciato come un saggio universitario da poter esibire durante i prossimi convegni per dire di essersi mossi. Ma deve essere un manuale per l’azione. Meno note a piè di pagina, più gambe. Il futuro industriale non aspetta.