FdI marca Mastrangeli, Marzi gioca da avvocato d’aula

Il Consiglio comunale dell'altra sera a Frosinone fotografa due dinamiche chiare: la tensione controllata tra Mastrangeli e Fratelli d’Italia in vista del 2027 e il ruolo sempre più centrale di Domenico Marzi come oppositore tecnico e chirurgico.

Roberta Di Domenico

Spifferi frusinati

Le dinamiche del Consiglio Comunale di Frosinone dell’altra sera hanno restituito due istantanee piuttosto nitide, che non hanno bisogno di particolari ingrandimenti o messe a fuoco. (Leggi qui: Frosinone, maggioranza compatta ma tra Mastrangeli e FdI resta il gelo).

La prima. Tra il sindaco Riccardo Mastrangeli e Fratelli d’Italia è in corso ormai da tempo una guerra di logoramento, che ricorda la crisi dei missili a Cuba del 1962. A Palazzo Munari è la stessa fattispecie, c’è guerra fredda tra i meloniani ed il sindaco per decidere chi esprimerà il candidato nel 2027. Al posto dell’embargo navale c’è la pratica per la nuova sede dell’Archivio di Stato. Invece delle testate nucleari, si agitano minacce di dimissioni che hanno la stessa gittata di un tappo di spumante a Capodanno.

Nessuno spara, nessuno vuole davvero farlo, tutti si studiano, si misurano, si “provocano” e si mandano segnali.

Un messaggio per due destinatari

(Foto © Massimo Scaccia)

FdI si è presentata al completo giovedì in Aula, un fatto non scontato, visto tutto quello che era accaduto nei giorni precedenti. Ma ha scelto l’astensione sulla pratica urbanistica più delicata, quella del permesso a costruire in deroga per ospitare l’Archivio di Stato. (Leggi qui: Il Consiglio si riunisce dopo la Realpolitik di Trancassini piena di sottintesi).

Non un voto contrario alla delibera, non una dichiarazione di guerra a Mastrangeli.
Piuttosto un messaggio. Che ha due destinatari ben precisi: uno evidentemente il sindaco, l’altro gli elettori di Frosinone.
Il messaggio, neppure troppo cifrato, dice: “quando le delibere non ci convincono pienamente non le votiamo. Non siamo appiattiti su nessuno, anche se governiamo insieme“.

Un promemoria politico, una marcatura stretta, una pressione costante. Di fatto un posizionamento tattico da manuale. Come nelle grandi manovre tra USA e URSS, l’obiettivo non è distruggere l’avversario (perché sotto le macerie ci finirebbero tutti), ma capire fin dove ci si può spingere prima che il sistema collassi.

Il telefono rosso di Trancassini

Paolo Trancassini (Foto: Andrea Panegrossi © Imagoeconomica)

L’intervento “chiarificatore” del segretario regionale di FdI di queste ore l’onorevole Paolo Trancassini è il classico “telefono rosso” che squilla tra il Cremlino e la Casa Bianca: un modo per dire che la tregua regge ma che la pressione resta alta.
Normale dialettica politica. Puntiamo all’arricchimento del programma“: un capolavoro di diplomazia. 

Trancassini ha confermato che non c’è alcuna intenzione di far cadere l’amministrazione.  E infatti FdI, se avesse voluto, nel corso di questi mesi avrebbe avuto decine di occasioni per farlo. Ma non lo ha mai fatto. Perché? Perché la crisi è un’arma, non un obiettivo.

Potrebbe astenersi sul Bilancio che dovrà essere approvato entro fine febbraio, o addirittura votare contro. Ma è una ipotesi solo teorica. Mastrangeli tutto questo lo sa perfettamente. Anche lui ha agitato più volte, o fatto veicolare, lo spettro delle dimissioni ma senza mai arrivare al punto di non ritorno. Le dimissioni, come disse una volta il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, “Non si annunciano, né si minacciano: si danno“.  Altrimenti diventano solo tattica. E a Frosinone ormai la tattica, tutta, è stata sgamata da tempo, da tutti.

Marzi il protagonista

Domenico Marzi

Se la tensione tra FdI e Mastrangeli è la cornice politica, il contenuto tecnico-giuridico della seduta ha un protagonista indiscusso: l’avvocato Domenico Marzi.
Ed è la seconda istantanea del Consiglio comunale dell’altra sera.

L’ex sindaco Pd di Frosinone, oggi consigliere “ufficialmente” di opposizione, è diventato in Aula il censore delle delibere più delicate. Il suo approccio alle delibere “complesse” ricorda da vicino l’avvocato Harvey Specter della famosissima serie “Suits” trasmessa da Netflix. Come dimostra la linea tenuta nel caso della sede del nuovo Centro per l’Impiego, valutata dal Comune quanto un attico a Manhattan dopo essere stato venduto da un privato come un monocale a Ladispoli. O come dimostra il caso del permesso a costruire in deroga per ospitare l’Archivio di Stato. Elegante, chirurgico, implacabile.

Marzi non urla, studia. Non attacca frontalmente al volto ma colpisce duramente ai fianchi, con rilievi puntuali sotto l’aspetto normativo, economico e procedurale delle delibere che mettono in difficoltà la struttura comunale.

Domenico Marzi

È l’avvocato che trova il vizio di forma, mentre gli altri discutono del colore della cartellina dove sono custoditi i documenti. Ma, come Harvey Spectre, non è uno che rovescia i tavoli: non firmerà mai una mozione di sfiducia verso Mastrangeli, né si unirà a (improbabili) dimissioni di massa. Il suo ruolo è un altro: mostrare le crepe, non far crollare il palazzo. E se proprio sta crollando, mettere un puntello al muro portante.

La situazione

La situazione a Palazzo Munari, in ogni caso è abbastanza chiara. FdI vuole arrivare al 2027 con le mani libere, soprattutto in proiezione prossime elezioni comunali. Senza rotture, ma senza subalternità.

Mastrangeli vuole governare fino alla fine (è stato eletto per questo), evitando scossoni ma mostrando di non essere ostaggio di nessuno. Marzi vuole fare opposizione di qualità, senza assumersi la responsabilità di far cadere l’amministrazione.

È un equilibrio sulla carta instabile, però funziona.