Nato da una condizione inserita quindici anni fa nella vendita di Palazzo Martino Filetico, il nuovo Museo Archeologico di Ferentino apre con un'opera donata da Jago, un sarcofago romano e il sogno del sindaco Fiorletta ormai realizzato.
Quindici anni fa un sindaco pose una condizione che allora poteva sembrare un dettaglio notarile. Nell’atto con cui il Comune cedeva Palazzo Martino Filetico alla Provincia, fece inserire una clausola precisa: i locali del piano inferiore sarebbero rimasti al Comune. Oggi quella clausola ha una porta, un nome sull’ingresso e, dentro, un museo. Perché quel sindaco era Piergianni Fiorletta, e mercoledì — di nuovo sindaco — ha inaugurato quello che allora era solo un’idea: il Museo Archeologico di Ferentino.

Tra la clausola e il taglio del nastro sono passati tre lustri. Il primo finanziamento, 100mila euro, arrivò dal compianto Bruno Astorre, all’epoca assessore Regionale ai Lavori Pubblici, che diede al progetto la spinta iniziale. Da lì l’iter si è allungato attraverso variazioni di bilancio, progettazioni e cantieri, fino a un conto finale che supera i 700mila euro per 600 metri quadrati di superficie.
Un tempo lungo, se misurato in anni; un tempo minimo, se si guarda a quanto materiale tra reperti romani, un’intera acropoli da raccontare, c’era da mettere in ordine.
Sindaci vicini, un vescovo e un ex sindaco in prima fila
All’inaugurazione la Ciociaria si è presentata quasi al completo: amministratori arrivati da Anagni, Alatri, Veroli, Frosinone, Ceccano e Supino, insieme a una giunta ferentinate praticamente al gran completo. Il vescovo Santo Marcianò ha benedetto i nuovi spazi. In prima fila l’ex sindaco Antonio Pompeo, oggi vicesegretario regionale del Pd, accanto ai tecnici della Sovrintendenza e al progettista dell’opera. A raccontare per immagini la storia della città ha pensato Giorgio Capaci, autore di un video proiettato per l’occasione.

Ma il nome che ha attirato più curiosità non apparteneva a nessun organigramma comunale. È Jago, lo scultore di origini anagnine diventato un caso internazionale, ad aver firmato l’opera collocata su una porta all’ingresso, sul lato destro del museo, con lo sguardo puntato lungo l’enorme corridoio interno.
Non un lavoro nuovo: Jago l’aveva donata a Ferentino dodici anni fa, durante una festa provinciale dedicata alle vittime degli infortuni sul lavoro. Avevano l’opera d’arte ma non avevano il museo nel quale esporla. Un volto, spiega l’artista, «dedicato ai lavoratori. Un’opera che guarda al passato ma si proietta al futuro per conservare le radici di un popolo».
Cosa custodisce il museo

Dentro le sale, insieme all’opera di Jago, trovano posto un sarcofago romano, monete di epoca romana di notevole valore storico, un segnale stradale risalente allo stesso periodo e altri reperti del territorio.
Il museo sarà aperto tutti i giorni, mattina e pomeriggio, tranne il lunedì; la domenica pomeriggio sarà riservata alle visite su prenotazione. L’ingresso è gratuito per i residenti di Ferentino, cinque euro per chi arriva da fuori.
Non è mancata la polemica. Nel suo intervento istituzionale, Luca Zaccari ha rivendicato la conclusione di un’incompiuta. Occhi sgranati e bocche storte tra chi ha i capelli bianchi: all’epoca loro, nel vocabolario politico, le incompiute erano opere pubbliche inutili iniziate e mai finite perché il vero scopo era piazzare le consulenze per le progettazioni preliminari ed al massimo iniziare ad alzare qualche muro. Della serie: prendi i finanziamenti e scappa.
In quel senso, il Museo non era un’incompiuta: semmai un’opera che ha richiesto tempo per essere completata, passando per le mani di sindaci come Francesco Scalia, Piergianni Fiorletta ed Antonio Pompeo. Cioè la storia recente della città.
Città turistica

Per Piergianni Fiorletta l’apertura del museo chiude un cerchio aperto quindici anni fa ma non chiude l’ambizione. Il progetto complessivo di «Ferentino Città Turistica» prevede altre tappe: un museo di arte contemporanea, l’apertura di una nuova porta sulle mura cittadine e nuovi scavi sull’Acropoli. Il museo appena inaugurato, in questo senso, non è un punto d’arrivo. È la prima sala di un percorso più lungo, che la città ha appena cominciato a rendere visibile.



