Frosinone 2027, elezioni sempre più social: ma i like non sono voti

La prossima campagna elettorale nel capoluogo sarà dominata da social e comunicazione digitale, ma il rischio è confondere popolarità online e consenso reale. Tra strette di mano, incontri nei quartieri e fiducia personale, resta decisiva la dimensione umana: a Frosinone il voto si conquista ancora dal vivo, non con un algoritmo.

Roberta Di Domenico

Spifferi frusinati

Dimenticate i vecchi tabelloni elettorali piazzati nei punti strategici della città, i faccioni sorridenti dei candidati — il più delle volte a braccia conserte — sui manifesti 6 metri x 3 metri sulla Monti Lepini, o montati sulle vele che girano per le vie del capoluogo. La campagna elettorale del prossimo anno per le comunali di Frosinone sarà un’altra cosa. 

Niente più plance, i vecchi rettangoli di lamiera che ospitavano i 70×100 dei candidati. Sarà una campagna marcatamente social: digitale, rapida, aggressiva, costruita a colpi di reel, stories, dirette Facebook, gruppi WhatsApp, TikTok e Instagram.

Sarà però una competizione dove il rischio più grande sarà uno solo: confondere i like con i voti. Non sarà solo una gara tra coalizioni per eleggere il sindaco e i consiglieri comunali: sarà una sfida tra due modi diversi di intendere la politica. Tra chi pensa che basti essere popolari sui social — tanti follower, tanti commenti, tante condivisioni, ergo sarò eletto in Consiglio Comunale — e chi invece conosce bene la grammatica vera delle elezioni comunali. Come recita una frase ormai iconica: «essere famosi su Facebook è come essere ricchi al Monopoli».

La grammatica vera del voto

(Foto: Vince Paolo Gerace © Imagoeconomica)

Chi confonde un follower con un elettore rischia di schiantarsi contro la realtà la sera dello scrutinio. La grammatica vera delle elezioni comunali è fatta di contatto umano: gli incontri nei quartieri, la stretta di mano, il caffè o l’aperitivo al bar, la pizza con il condominio — che il più delle volte non ti vota — il giro al mercato, i contatti con la parrocchia, il comitato elettorale, la telefonata agli amici, anche a quelli di scuola che non senti da una vita, la piccola cortesia chiesta e quella mantenuta.

Una elezione comunale non è una gara di popolarità digitale. È qualcosa di molto di più e richiede tempo, pazienza, sacrificio e una buona dose di empatia. Il like è un atto impulsivo, gratuito, immediato, spesso distratto. È un’approvazione estetica o empatica che dura il tempo di uno scroll. Il voto invece, specialmente a Frosinone, è un investimento di fiducia e spesso di aspettativa, che richiede una vera e propria liturgia molto più complessa. Il voto chiesto a casa dell’elettore, ad esempio, ha un peso specifico decisamente superiore rispetto a quello chiesto casualmente per strada.

La «Regola del Tre»

Foto: Sergio Oliverio © Imagoeconomica

Sui social si costruisce la notorietà, che certamente non guasta. Ma è solo nel rapporto fisico che si costruisce il consenso. Un post con 500 interazioni può dare l’illusione di avere l’elezione in tasca:ma se quei 500 «amici» non si sentono coinvolti personalmente, quel numero rimarrà confinato nel cloud. Nelle urne di zone come Colle Cottorino, il centro storico, i Cavoni, lo Scalo, il Campo Sportivo, il voto lo prendi — forse — se hai parlato personalmente con la gente e hai stretto mani vere.

A Frosinone in campagna elettorale vale la «Regola del Tre», dove il caffè batte sempre l’algoritmo. Per essere «abbastanza» certi del voto di una persona — la certezza non te la dà nemmeno la moglie o il marito, forse solo i figli — la devi incontrare almeno tre volte. Il primo incontro serve a rompere il ghiaccio e a presentarsi, dicendo «guarda che sono candidato, non prendere impegni con altri»Il secondo serve ad ascoltare, spesso la lamentela: le buche sotto casa, l’illuminazione che manca, il parcheggio che non si trova, il degrado del quartiere, le criticità della mobilità sostenibile. Il terzo è quello del «patto»: il sigillo notarile sulla promessa del voto, basata spesso sulla credibilità reciproca. Se uno dei due è «buciardo», è la fine.

Zazzà l’imbattibile

Mauro Buschini (Foto: Sara Minelli © Imagoeconomica)

L’esempio che racconta meglio la regola del tre è il primo voto passato attraverso le Primarie per scegliere il candidato sindaco di Piglio. Il Partito Democratico era nato da poco e le regole interne erano ancora un dogma. Quindi: anche se il sindaco era uscente la sua ricandidatura doveva passare attraverso il vaglio delle Primarie. A Piglio il sindaco era un pragmatico Nazareno Gabrielli, omonimo del celebre stilista che per tutti gli Anni 70 è stato un’icona della moda nazionale. Per evitare fraintendimenti, preferiva che lo chiamassero on il soprannome che si portava dietro sin da bambino: Zazzà.

Il Giovane Segretario Provinciale Pd Mauro Buschini dovette prendersi l’ingrato compito di spiegare a Zazzà che ora c’era questa novità: se voleva la ricandidatura occorreva che gli iscritti al Pd andassero il sabato successivo in Sezione a votare il suo nome.

Dubbioso, grattandosi la barba ispida che aveva sempre in volto, Zazzà si mise all’opera. Sparito. Per giorni nessuno ne seppe nulla. Lo video riemergere, un po’ claudicante, all’alba del sabato mentre si dirigeva verso la sezione. Vedendo il Segretario Provinciale già nella casa del Partito, Zazzà si diede un contegno e disse con voce non proprio limpida “Segretà, la Primaria è vinta: oggi viene la gente e mi vota”.

Buschini domanda che fine avesse fatta in quei giorni. “Segretà ho girato tutte le case del Piglio per tre volte: la prima ho preso un bicchiere di vino e gli ho detto che era buono e non prendessero impegni che ero candidato alla Primaria. La seconda sono tornato, ho chiesto un bicchiere perché il loro vino era buono, e gli ho confermato la candidatura. La terza gli ho chiesto sempre un bicchiere e gli ho detto che oggi devono venire e ci siamo stretti la mano. Sta fatta”.

Per fortuna dei candidati nel capoluogo, a Frosinone non sono tutti vignaioli e non c’è la sana competizione a chi faccia il vino migliore. Ma il tour da fare è lo stesso che fece l’imbattibile Zazzà.

I social servono, ma non sostituiscono

Eppure, nonostante questi tre passaggi, il voto non è mai garantito. Per questo, chi pensa di costruire una candidatura e una elezione esclusivamente su Facebook, Instagram, TikTok o WhatsApp ha proprio sbagliato i calcoli. E rischia di perdere prima ancora di cominciare.

I social servono, eccome. Sono diventati fondamentali per presidiare il dibattito pubblico, per imporre temi, per orientare l’agenda, per raccontare una presenza costante. Sono il nuovo megafono della politica. Hanno sostituito le macchine che giravano per Frosinone con gli altoparlanti montati sul tettuccio per annunciare un comizio. Ma non sostituiscono il contatto personale. Perché la politica comunale è ancora profondamente fisica.

A Frosinone conta sapere chi c’è, chi risponde al telefono, chi ci mette la faccia, chi prende posizione, chi mantiene la parola. Conta la credibilità personale, non l’algoritmo. E quella si costruisce solo guardando negli occhi il proprio interlocutore.

Promesse sì, ma solo quelle mantenibili

E qui entra in gioco un ulteriore elemento che probabilmente caratterizzerà la campagna elettorale del prossimo anno. Non basterà solo promettere, come sempre avviene in questi casi. Bisognerà promettere solo ciò che, realisticamente, si potrà mantenere. L’elettore di Frosinone sta avanti: le promesse alla Cetto La Qualunque ormai non incantano più nessuno. Il voto è ancora estremamente importante per la gente di Frosinone — figuriamoci se si farà intortare dalle chiacchiere e dalle assurde promesse populiste. Che inevitabilmente qualche «buontempone», come Cetto, penserà comunque di fare: «2.000 euro a persona, imbiancatura gratuita delle case, eliminazione di tasse e il ritorno dei pesci spada sulla costa».

Dal punto di vista sociologico, si assiste a una trasformazione interessante: la politica locale si è digitalizzata nella forma, ma resta profondamente analogica nella sostanza. L’elettore vuole vedere il candidato online, ma pretende ancora di incontrarlo di persona. Vuole il reel ben fatto, ma anche la sua presenza alla festa di San Silverio e Ormisda, i patroni del capoluogo. Guarda quello che posta, ma poi valuta se quel candidato si è mai speso per il quartiere Selva Piana o per la zona di Madonna della Neve. Il consenso non nasce online. Nasce nella fiducia e nella credibilità. E la fiducia non si compra con i giga.

La campagna elettorale del 2027 a Frosinone sarà probabilmente la più social di sempre. Ma chi penserà di vincerla soltanto lì rischia di scoprire troppo tardi una verità semplice: i follower non ti portano in Consiglio Comunale.Perché, alla fine, nella cabina elettorale non si «clicca»: si scrive un nome. E quel nome deve evocare una faccia vista dal vivo, non un avatar filtrato da un’app.