Frosinone: il deserto dei Tartari a Palazzo Munari

Question time deserto ieri nel capoluogo: cosa significano gli appena 9 presenti su 33 Consiglieri. Come va letta un’Aula semivuota. Certifica la crisi del dibattito politico cittadino, tra opposizioni rituali, maggioranza silenziosa e cittadini sempre più lontani dal Comune.

Roberta Di Domenico

Spifferi frusinati

«Dieci piccoli indiani» è un capolavoro del giallo scritto nel 1939 da Agatha Christie, dove dieci estranei, invitati su una remota isola, vengono uccisi uno dopo l’altro da un misterioso assassino. Ognuno è accusato di un passato crimine impunito e muore seguendo una macabra filastrocca infantile. Ieri pomeriggio a Frosinone, nel Consiglio Comunale dedicato al question time, è andato in scena invece «c’erano 9 consiglieri comunali»Nove su 33 eletti: il 27% dei consiglieri del capoluogo. Un dato imbarazzante. (leggi qui: Consiglio deserto: in Aula solo 9. Ma fuori è già campagna elettorale).

L’immagine plastica di una politica che, a Frosinone, ha ormai tirato giù la serranda per cessata attività. In una città capoluogo che per rango dovrebbe rappresentare il centro politico e amministrativo dell’intera provincia, l’Aula consiliare è apparsa semivuota, quasi sospesa: un colpo d’occhio così desolante da raccontare la situazione meglio di cento comunicati stampa.

Per la maggioranza sedevano tra i banchi soltanto i consiglieri Francesca ChiappiniCorrado Renzi e Sergio Verrelli (Lista per Frosinone), Marco Sordi (Lega), Marco Ferrara (Identità Frusinate) e Claudio Caparrelli (Polo Civico). Per l’opposizione presenti i consiglieri Vincenzo Iacovissi e Angelo Pizzutelli. A presiedere i lavori Massimiliano Tagliaferri. Assente il sindaco Riccardo Mastrangeli, sostituito dal vice Antonio Scaccia.

Il question time è clinicamente morto

I banchi vuoti

Una scena che certifica due verità che ormai sono impossibili da smentire. La prima: l’istituto del question time è clinicamente morto. Non è più il luogo del confronto tra maggioranza e opposizione, ma una sorta di «ufficio informazioni a sportello», come alle Poste centrali di Piazza della Libertà. La dinamica è diventata un rito stanco: il consigliere interroga la Giunta, la struttura comunale — spesso nemmeno l’assessore — risponde in modo asettico, a volte senza fornire risposte approfondite su date, riscontri, interventi. Dopodiché il consigliere interrogante si alza e se ne va, senza nemmeno ascoltare gli interventi dei colleghi, per inviare il comunicato stampa alle agenzie o postare il reel sui social: «durante il question time di oggi ho chiesto…». Fine delle trasmissioni.

Foto © Stefano Strani

Nessun dibattito vero. Nessuna scintilla politica. Nessuna visione alternativa della città. Un rituale stanco, meccanico, asfittico. Di fatto un dialogo tra sordi, un esercizio di stile che non appassiona più nessuno — men che meno i cittadini di Frosinone, ormai distanti anni luce dalle dinamiche di un Consiglio Comunale che sentono autoreferenziale e a volte anche noioso.

Anche ieri nessuno in aula ad assistere ai lavori, pochi addetti ai lavori a seguire lo streaming. Non c’è partecipazione, non c’è pathos, non c’è nemmeno stupore. C’è indifferenza. Ed è forse il dato più grave. Perché quando la politica smette di appassionare, significa che ha smesso anche di incidere.

La politica è finita da un pezzo

Riccardo Mastrangeli e Max Tagliaferri (Foto © Massimo Scaccia)

Ed è qui che si arriva alla seconda circostanza oggettiva. La politica — quella con la P maiuscola — a Frosinone è finita da un pezzo. Non esiste un vero confronto dialettico tra maggioranza e opposizione. Non esiste un dibattito strategico sulla città. Non si discute di modello urbano, di identità amministrativa, di prospettive economiche, di trasformazione sociale. Tutto si riduce a polemiche e critiche, affidate sempre agli stessi consiglieri di opposizione, che denunciano criticità sul governo della città spesso con i toni di Gino Bartali«L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare». Critiche anche legittime in alcuni casi, ma che quasi sempre cadono nel vuoto. Non approdano mai a un confronto costruttivo, nemmeno per individuare soluzioni alternative.

A difendere l’azione amministrativa resta, sempre e solo, il sindaco Riccardo Mastrangeli, che dal suo punto di vista giustamente replica «Va tutto bene Madama la Marchesa». Fine del dibattito. Gli assessori? Non pervenuti. Non entrano mai nel confronto politico. I consiglieri di maggioranza? Silenzio assordante. Nessuno difende l’operato dell’amministrazione, nessuno argomenta, nessuno spiega, nessuno entra nel merito. Non c’è una narrazione corale dell’azione amministrativa. Non c’è una squadra che illustri, motivi e difenda le scelte della Giunta. Come se il governo della città fosse un fatto esclusivamente tecnico e non politico.

Il question time di ieri non è stato solo un passaggio burocratico: è stato il certificato di morte del dibattito cittadino. Quando mancano i numeri, mancano le idee e manca persino la voglia dei consiglieri di farsi vedere in aula, significa che la politica ha smesso di essere servizio ed è diventata, nel migliore dei casi, routine. Se l’aula consiliare diventa il «Deserto dei Tartari», i cittadini non possono che sentirsi, a loro volta, stranieri in casa propria.