Il nuovo presidente del Consiglio comunale finisce all'ultimo punto dell'ordine del giorno e, salvo sorprese, l'elezione slitterà dopo l'estate. La maggioranza evita il voto segreto senza una maggioranza certa e sceglie la linea del rinvio.
Riccardo Del Turco nel 1969 cantava «Luglio col bene che ti voglio, vedrai non finirà». A Frosinone invece la partita dell’elezione del nuovo presidente del Consiglio Comunale rischia di finire prima ancora di cominciare. Se ne riparlerà, probabilmente, a data da destinarsi.
Prima i fatti. Il Consiglio Comunale del capoluogo è stato convocato in prima convocazione il 2 luglio e il giorno successivo, il 3 luglio, in seconda alle ore 18. Un primo dato politico è già scritto: l’Aula si riunirà direttamente il 3 luglio, quando per aprire i lavori basteranno 12 consiglieri. Non è una questione di calendario. È matematica politica. È l’unica soglia numerica che la maggioranza Mastrangeli può garantire in questo momento.

Il sindaco, che ormai vede il traguardo della consiliatura a un anno esatto dalla fine, non vuole correre rischi di alcun genere: niente numeri ballerini della Prima chiama, ma la certezza della Seconda.
Mastrangeli, novello Sebastiano Barisoni di Radio 24, fa come il piccolo risparmiatore che sceglie la linea della massima prudenza, investendo sui BTP Italia di prossima emissione. Rischio zero, capitale garantito e rendimento modesto ma sicuro. Poco ma certo, piuttosto che comprare azioni alla Borsa di Singapore, considerata tra le piazze più volatili del momento.
Scelta chirurgica, studiata a tavolino
L’ulteriore prova della strategia prudenziale è certificata dall’Ordine del Giorno dei lavori d’Aula: l’elezione del nuovo presidente del Consiglio Comunale è stata messa all’ultimo punto. Una scelta che non è né casuale né tecnica ma è politica, chirurgica, studiata a tavolino.

Una decisione presa nonostante la linea scelta dai capigruppo di opposizione: Anselmo Pizzutelli (Lista Mastrangeli), Maurizio Scaccia (Forza Italia), Giovanni Bortone (Lega), Angelo Pizzutelli (PD), Giovanni Martino (Gruppo Futura) e Pasquale Cirillo (Frosinone Capoluogo). Hanno formalmente e piuttosto animatamente, richiesto alla Presidenza l’inversione dell’ordine dei lavori, chiedendo di anticipare il punto relativo all’elezione del presidente dall’ultimo al primo posto dell’Ordine del Giorno. Ma non c’è stato verso.
Il presidente facente funzioni Marco Ferrara, che conosce a memoria lo Statuto comunale meglio dei babilonesi con il Codice di Hammurabi, ha ribadito ai Capigruppo che il calendario dei lavori d’aula, una volta stabilito dall’Ufficio di Presidenza, può essere modificato solo dal Consiglio Comunale e certamente non dal voto della Conferenza dei capigruppo. Fine delle trasmissioni. Dura lex sed lex.
I 17 voti e i franchi tiratori come lupi sui Monti Ernici

Al di là delle norme e dello Statuto, il messaggio politico che arriva è piuttosto chiaro. La maggioranza non ha ancora trovato la sintesi sul nome del successore di Massimiliano Tagliaferri. I 17 voti necessari per eleggere il nuovo Presidente del Consiglio (peraltro a scrutinio segreto, dove i franchi tiratori individuano il loro habitat naturale come i lupi sui Monti Ernici) sono ancora lontani. O quantomeno, costituiscono una scommessa troppo alta.
E quando non si riesce a decidere, la politica fa ciò che sa fare meglio: decide di non decidere. Come diceva il presidente francese François Mitterrand: «In politica, bisogna sempre lasciare che i problemi si sviluppino da soli; la maggior parte finisce per marcire da sola». È esattamente ciò che sta accadendo a Frosinone. La maggioranza Mastrangeli ha scelto di lasciare decantare la questione della Presidenza d’aula, sperando che il tempo faccia ciò che la politica non riesce a fare: ricomporre, ammorbidire, raffreddare.
Si approvano le delibere, poi si abbandona l’Aula

E così, il 3 luglio dopo aver approvato le altre delibere (alcune particolarmente importanti come una serie di riconoscimenti di debiti fuori bilancio e l’aggiornamento del programma triennale dei lavori pubblici) quando si tratterà di discutere l’elezione del presidente del Consiglio, è molto probabile che la maggioranza abbandoni i lavori e faccia mancare il numero legale. Per riparlarne poi a settembre o ottobre. Alla rifrescata, si dice a Frosinone.
A meno che, in questi ultimi giorni di giugno, non si riesca a trovare un nome capace di mettere tutti d’accordo e superare i vari veti e controveti che tengono ingessata l’elezione del notaio dell’aula. Difficile ma non impossibile. Si vedrà.
Prescindendo da come andranno le cose, l’istantanea di Palazzo Munari descrive una situazione piuttosto nitida: la maggioranza Mastrangeli governa la città, ma non governa i processi politici. Li subisce. Tiene i numeri solo quando lo consente il TUEL il Testo Unico degli Enti Locali che raccoglie tutte le regole sul funzionamento dei lavori. Evita le situazioni rischiose. Rinvia (o almeno ci prova) quello che è potenzialmente dirompente. E spera che il tempo faccia il lavoro sporco. Confidando in quello che scriveva il filosofo spagnolo Baltasar Gracián: «Il tempo è il miglior autore: trova sempre il finale perfetto».



