Nel Frusinate e nel Pontino la criminalità straniera non è più manovalanza: comanda, si struttura, si allea o si ritaglia spazi propri. Albanesi e nigeriani controllano droga e prostituzione. I colpi al Caffè Minotti dicono che non è solo la mafia a fare paura, ma chi non ha più bisogno di chiedere.
Quando a Frosinone inizia a sparare anche chi non ha il pedigree mafioso. Quando saltano in aria le vetrate del Caffè Minotti mentre la gente sta ancora fuori sul marciapiedi. Non c’è più bisogno di mandare il pizzino con la richiesta.
Quando i ragazzini albanesi ed i quarantenni di vecchia scuola si danno il cambio davanti al locale per controllare chi entra, chi esce e calcolare in maniera empirica il giro d’affari calibrando di conseguenza la tangente. Quando gruppi di ragazzini arrivati dall’Est puntano un coltello alla gola di un coetaneo nei bagni di una scuola a Frosinone pretendendo che paghi per la sua tranquillità. Allora significa che qualcosa è cambiato. E non in meglio.

Dicono una cosa chiara i tre colpi di pistola dell’altra notte al Minotti, l’incendio nel negozio di outlet appena aperto nella zona a ridosso del casello, le fiamme in altri locali del Capoluogo non troppo lontani. Ma anche le fiamme appiccate per vendetta a Cassino in un bar o le percosse ad un passante capitato lì vicino nel momento sbagliato nel posto sbagliato. Nel Lazio meridionale, tra la provincia di Frosinone e quella di Latina, è in corso da anni una mutazione genetica della criminalità.
Il crimine cambia pelle
Se ne dovrà occupare il nuovo capo provinciale della Polizia Stanislao Caruso che tra qualche ora si presenterà in Questura. Prende il posto del questore Pietro Morelli che appena ventiquattrore prima degli spari al Minotti aveva preso commiato e salutato a cena i colleghi per trasferirsi a Palazzo Chigi.
Non è più solo una questione di infiltrazioni mafiose tradizionali. Camorra, ‘ndrangheta e mafia ci sono ancora. Ma hanno imparato a delegare, a confondersi, a investire. Ed a non interferire con la bassa criminalità locale: quella che un tempo tenevano a bada e finiva massacrata di botte se alzava troppo polverone. Perché la tranquillità è fondamentale per fare il business dei clan.

Oggi invece tutto è diventato più violento. Girano tante armi a Frosinone. Parlano chiaro le relazioni semestrali della Direzione Investigativa Antimafia ed inviate al Parlamento. In quella del II semestre 2023, pubblicata a luglio 2024 si spiega che nel sud del Lazio, “si registra la compresenza di organizzazioni criminali campane e calabresi con gruppi stranieri, prevalentemente albanesi e nigeriani, operanti nel traffico di stupefacenti, sfruttamento della prostituzione e usura“.
Mafiosi e ndranghetisti convivono con albanesi e nigeriani: a Frosinone e Latina gli italiani fanno i manager senza mettere piede sul territorio mentre gli stranieri fanno il lavoro sul terreno, gli albanesi hanno il controllo del mercato della droga ed i nigeriani di quello della prostituzione. Ognuno per fatti suoi, attenti a non invadere il campo altrui per non innescare una guerra tra mafie.
Insediamento non occasionale

Nel rapporto “Mafie nel Lazio 2023“, curato da Avviso Pubblico per conto della Regione, le province di Frosinone e Latina vengono descritte come “aree di insediamento non occasionale ma strutturato di interessi criminali, spesso silenti, che si mimetizzano nel tessuto economico e sociale locale“.
A Frosinone i casi più recenti sono sotto gli occhi di tutti. L’attentato al Caffè Minotti è solo l’ultimo di una serie: quattro episodi in meno di tre anni. Prima bombe, poi pistole. Sempre alla stessa ora, sempre lo stesso obiettivo. Il titolare ha detto no alla richiesta di pizzo. Ha denunciato. E oggi fa i conti con una criminalità che non dimentica e non perdona. E reclama con gli interessi.
Nel Cassinate la situazione non è diversa: incendi dolosi, estorsioni mascherate, intimidazioni. C’è chi parla di “esportazione del metodo mafioso” da parte di gruppi legati alla provincia di Caserta. Nel caso della criminalità urbana non è esportazione: è imitazione. Copiano un modello di violenza nella consapevolezza che lo Stato è debole. Non si arriva a caso a bruciare l’auto di un magistrato della Procura: se è fatto appositamente è un segnale, se è stato un errore rappresenta il livello di rischio quando i clan lasciano una pistola in mano a chiunque.
Visione altalenante

Nemmeno agevola l’atteggiamento ondivago dello Stato. Come dimostrano le interdittive antimafia firmate dall’allora prefetto Ignazio Portelli (sette in due anni) che hanno colpito aziende con sede legale tra il Garigliano ed il Liri. Seguite dal promoveatur di Portelli a Commissario di Governo in Sicilia ed alla simultanea smobilitazione della struttura che quelle interdittive aveva prodotto. Profeticamente, nel suo commiato disse «Qui si faceva finta di niente. Noi abbiamo rotto i giochi, spero che si continui in questa direzione».
C’era indignazione nel momento in cui ricordava «La frase che mi ripetevano sempre era “Qui non ci sono né camorra né mafia”. Era una menzogna. E taluni lo ripetevano come pappagalli, senza avere la minima cognizione. Purtroppo la presenza della criminalità organizata c’è: anche se non spara. È più insidiosa: perché investono, comprano, vendono nel silenzio generale. Un silenzio imbarazzante». (Leggi qui: L’urlo di Ignazio Portelli).
E poi c’è Latina, dove i Casalesi sono di casa da trent’anni. Il clan Di Silvio, autoctono ma in contatto con la Camorra, è diventato sinonimo di potere criminale sul territorio. La Direzione Distrettuale Antimafia ne ha tracciato l’organigramma, con ruoli e gerarchie da manuale.
La vera novità

Ma la novità è un’altra. Accanto a queste strutture, oggi si muovono in maniera autonoma gruppi albanesi (narcotraffico), nigeriani (prostituzione), romeni e bulgari (reati predatori). Non cercano lo scontro con i boss storici. Ma nemmeno chiedono il permesso. A volte collaborano. Altre si spartiscono il territorio. Sempre più spesso fanno da ponte tra la criminalità urbana e quella organizzata.
Un caso da manuale è quello dello Shake Bar di Frosinone, dove nella primavera di un anno fa due gruppi si sono affrontati ed è finita a colpi di pistola in pieno centro cittadino. Un morto e tre feriti. Albanesi contro albanesi. Ma il vero bersaglio era il controllo di un pezzo del mercato della droga.
È una criminalità che non spara in nome dell’onore. Ma per il controllo. Non pretende il rispetto. Lo compra. Non ha bisogno di far saltare in aria le auto ogni giorno. Basta un colpo, ben piazzato, ogni tanto. Il resto lo fa il silenzio.

Ecco perché oggi nel Lazio sud serve più che mai una presenza stabile dello Stato. Non solo auto di pattuglia con le sirene accese. Ma agenti, investigatori, Digos, Dia, procure. Serve gente che conosca il territorio. Che riconosca i volti. Che sappia dove cercare. Servono piedipiatti e sbirri, che non potranno mai essere rimpiazzati da una telecamera. Perché se lo Stato non presidia, lo fanno altri. E chi controlla il territorio, alla lunga, controlla anche il futuro.
Non è (solo) questione di mafia
I primi commenti alla designazione del dottor Stanislao Caruso sono stati tutti improntati alla sua esperienza pluriennale nell’Antimafia. È un errore. L’abilità di Pietro Morelli stava nella sua capacità investigativa che non ha mai voluto mettere sotto i riflettori ma che si è sentita. Quella dell’ulteriore predecessore Domenico Condello stava nell’essersi fatto le ossa nei Commissariati di periferia prima di spiccare il volo, cosa che si è vista nella fase dell’organizzazione e della motivazione. Le carte di Caruso dicono che è un mix tra i due, che è in rampa di lancio e che a Frosinone non deve fallire.

A Frosinone troverà un territorio nel quale la mafia non bussa più alle porte. Le compra. Non spara. Firma contratti. Non minaccia col piombo. Si presenta in giacca e cravatta e ti saluta col sorriso. A Cassino come a Latina, a Sora come a Scauri, la criminalità organizzata ha capito una cosa che la politica ancora fatica ad accettare: che la forza vera, oggi, si misura con la capacità di mimetizzarsi.
Non è un caso se la Direzione Investigativa Antimafia, nella sua ultima relazione semestrale al Parlamento, non ci parla di faide tra clan o di guerre per il territorio, ma di società di comodo, prestanome, appalti truccati, logistica e settori “ad alto tasso di infiltrabilità”. Tradotto: edilizia, trasporti, rifiuti. Settori dove l’unica polvere da sparo è quella sui bilanci.
Il franchising del crimine
La mafia campana – quella dei casalesi in primis – qui non è più un’infiltrata. È una presenza stabile. Un soggetto economico, con una “filiera del crimine” che produce, distribuisce, reinveste. Ha saputo leggere la geografia meglio di molti urbanisti: ha seguito le direttrici della Roma-Napoli, ha studiato l’autostrada del Sole, ha piantato bandierine nei punti strategici tra economia legale e grigia.

E poi ci sono gli “altri”. Gli albanesi, i nigeriani, i romeni. Non più comprimari, ma protagonisti. Specializzati in droga, tratta di esseri umani, prostituzione. Con una struttura fluida, dinamica, capace di cambiare forma a seconda del contesto. Altro che mafia “militare”. Qui siamo al franchising del crimine.
In questo scenario, che cosa può fare lo Stato? Mandare gente. Poliziotti esperti e giovani che si stanno formando. Entrambi motivati e non con un piede e tutta la testa alla meritata pensione. Non bastano più le luci blu delle pattuglie per impensierire il crimine di oggi: serve gente che lo combatta e magistrati che siano disposti a coordinare quella battaglia. Servono indagini patrimoniali serie, procure strutturate, norme efficaci su interdittive e prevenzione.
Ma, soprattutto, serve un cambio di mentalità. Anche da parte dei cittadini. Perché qui, in questa fetta di Lazio troppo a Sud per essere Roma e troppo a Nord per essere Napoli, la criminalità non fa paura perché è invisibile. Eppure è proprio quando non la si vede che è più pericolosa. Perché tutto sembra normale. Tutto sembra possibile. Fino a quando tre colpi di pistola non mandano in frantumi le vetrate del Caffè Minotti.



