Il discorso della premier al Meeting e la perfezione di un lessico che riesce perfino a mascherare le zoppie del Governo
Innanzitutto il lessico: obiettivamente splendido, a volte ridondante di sacche emozionali, altre stridulo e puntuto di una fattualità tanto ben esposta quanto a volte “caricata”. Parlare dell’intervento della premier Giorgia Meloni al Meeting di Rimini senza tener conto della sua straordinaria capacità di potenza di fuoco argomentativa sarebbe un atto monco. Quindi o volutamente partigiano oppure incompleto rispetto al dettame dell’obiettività.
La caratteristica principale della Meloni è quella di una donna che, a furia di sentirsi una “underdog”, ogni volta che vede davanti a sé platee di rango sente il dovere tiranno di essere impeccabile. Di sciorinare un lessico degno dei grandi discorsi che una volta andavano a finire sui libri di storia. La commozione di Meloni di fronte agli applausi è sincera, come sincera è la consapevolezza tremula e proletario-vendicosa di dove sia riuscita ad arrivare.
Verve e concetti

E lo sente talmente tanto, quel bisogno di perfezione, Meloni, che coniuga una naturale verve scenica con un’esposizione di concetti la più ficcante possibile.
Sembra naturale ma dietro quello charme non c’è solo un innato talento all’affabulazione di pancia. Ci sono ore di studio, con la fedelissima Patrizia Scurti che sigilla come una camerlenga le porte del suo studio a Palazzo Chigi e perfino con la sorella Arianna interdetta da ogni comparsata.
Una volta il grande oratore greco Demostene volle dimostrare ad un suo allievo che il principale nemico di un affabulatore è la soggezione della folla. Perciò salì sul palco subito prima dell’atterrito giovanotto e, di punto in bianco, mollò un peto fragorosissimo che zittì tutti. A Meloni non serve l’aerofagia sborona per mettersi in sintonia con le platee, a lei basta il suo mood, quello che abbiamo imparato a conoscere in questi anni.
Il mood su due canali

La formula è collaudata: frasi ad effetto, molte verità obiettive ed una bella dose di bugie mezze bianche, di quelle che però abbisognano di un cuore artico per involarsi verso le folle ammantate di verità.
E’ una soluzione mediata che la premier sperimenta da tempo. La sua bravura nell’esporre e soprattutto il suo genio temporale nel distribuire le parti più vulnerabili della sua propaganda in mezzo a dati difficilmente confutabili ne fanno un animale politico di razza. Con tutti i pregi e i difetti che ne conseguono.
Persa da quasi tre anni fra sovranismo spinto ed ortodossia Ue con tanto di endorsement a Mario Draghi, Meloni deve dire la sua sempre in equilibrio sul precipizio dell’incoerenza dimostrabile. Perciò spiega che il governo andrà “avanti con le tre grandi riforme, a partire da quella del premierato, fondamentale per garantire stabilità”. Ma non dice he lei per prima aveva abbandonato quella riforma per dare la precedenza alle “cambiali” della Lega di Matteo Salvini.
Imprese, Irperf e ceto medio

Oppure giura che “intendiamo sostenere le imprese, dove l’obiettivo principale che mi pongo è l’abbassamento strutturale del costo dell’energia che pesa come un macigno sull’economia italiana”. Ed ovviamente ignora che con il suo Esecutivo la produzione industriale è al palo da circa 26 mesi. O ancora, spergiura che “abbiamo avviato la riforma dell’Irpef, ora è tempo di fare di più e concentrare la nostra attenzione sul ceto medio”.
E tuttavia non ammette che proprio con il suo governo il lento processo di estinzione del ceto medio ha toccato abissi epocali e spesso colposi. Ovviamente poi scattano le reprimende di pancia, quelle della Meloni a metà fra sovranismo ed eredità furbetta del Cav Silvio Berlusconi.
Guerra alle toghe

Ed in un clima nel quale la premier ha raggiunto l’akmé della claque proclama la sua Battaglia Prima. “Andremo avanti con la riforma della giustizia nonostante le invasioni di campo di una minoranza di giudici politicizzati che provano a sostituirsi al Parlamento e alla volontà popolare”.
Meloni ha la pelle traslucida e l’occhio da poianessa dei tempi migliori quando chiosa: “La giustizia va liberata dalla malapianta delle correnti della magistratura”. Applausone e via con l’altro Grande Nemico, d’altronde tra poco si voterà in Regioni chiave e una bella stoccata a Giuseppe Conte (che Meloni considera il suo avversario più temibile) ci sta.
Conte stai preoccupato…

“Per troppo tempo chi ha governato ha confuso il diritto al lavoro con il diritto a un reddito, rifugiandosi nell’assistenzialismo pur di non esercitare il faticoso dovere in capo allo Stato cioè il compito di creare le condizioni perché il diritto al lavoro sia garantito”.
Senza dimenticare il Piano casa messo su carta con l’aiuto di Matteo Salvini, cioè di uno che a Meloni sta facendo sgambetti da due anni e mezzo.
Perché alla fine la premier è così: è brava, tanto brava da riuscire a disegnare un idillio, tra lei e il popolo e tra lei ed i suoi sparring, anche dove i coltelli spuntano da dietro la schiena ed i guai all’orizzonte.



