Giorgia Meloni conferma l'esclusione del Lazio dalle zone Zes. Ma promette semplificazioni e fondi per le aree di crisi industriale. Cassino resta al centro del dibattito sullo sviluppo. Mentre la Procura apre un’inchiesta sulla riqualificazione della Villa Comunale
Niente Zes per Cassino e per il Lazio Meridionale. La doccia fredda arriva direttamente da Roma, con una lettera firmata il 24 settembre dal Capo del Governo Giorgia Meloni in risposta al sindaco Enzo Salera, anche nella veste di presidente della Consulta dei sindaci del Lazio meridionale. Il motivo è giuridico e politico insieme: la Regione Lazio non rientra tra quelle considerate “meno sviluppate” o “in transizione” e dunque, per definizione comunitaria, non può beneficiare della Zona Economica Speciale Unica.
Una risposta netta, che conferma quanto già circolava da settimane: i territori di Frosinone e Latina restano fuori dal perimetro dei benefici fiscali e procedurali che oggi fanno gola alle imprese pronte a insediarsi nel Mezzogiorno.
Non è una sconfitta

Una sconfitta? Non del tutto. Perché il Governo lascia uno spiraglio: si studia un pacchetto di semplificazioni amministrative e procedurali per le aree di crisi industriale complessa, quelle – per intenderci – dove gli insediamenti produttivi si stanno spegnendo e dove la disoccupazione morde di più. E buona parte del Nord della provincia di Frosinone rientra già in quella classificazione, la ottenne quando ci fu il collasso della Videocon. Ora, le difficoltà del polo Stellantis, consentirebbero di allargare quell’area anche al Sud e quindi a tutto il Cassinate. Come aveva sollecitato nei giorni scorsi il presidente di Federlazio Domenico Beccidelli e con lui il Segretario generale della Cisl del Lazio Enrico Coppotelli. (Leggi qui: Da Cassino a Maranello via Bruxelles: la partita dell’automotive si gioca ora).
Qui sta la vera partita politica ed economica. Per Cassino, terra di industria in affanno (dalla crisi Stellantis alle incertezze della filiera Aerospaziale), la prospettiva di un quadro normativo agevolato per attrarre investimenti è vitale.
Ma il documento chiarisce: serviranno nuovi fondi, serviranno strumenti specifici di riconversione, servirà soprattutto il via libera della Commissione Europea. Tradotto: si apre un sentiero stretto, che richiede tempo, capacità di lobbying istituzionale e un’azione corale di sindaci, Regione e governo centrale.
Il pacchetto da 100 milioni

Il messaggio tra le righe inviato da Giorgia Meloni è per adesso no, se il Governo riesce a creare le condizioni attraverso le Aree di Crisi Complessa cambia tutto. Il secondo messaggio è che Palazzo Chigi è pienamente consapevole della situazione: non a caso in settimana ha disposto l’assegnazione di 100 milioni di euro al Consorzio Industriale del Lazio per contrastare il rischio di collasso del suo sistema produttivo. (Leggi qui: Una Zes per il Lazio: 100 milioni per fermare la fuga delle imprese)
In gioco non c’è solo l’etichetta di “Zes” o “non Zes”. C’è la possibilità di evitare che il Lazio meridionale scivoli in un cono d’ombra competitivo, circondato da regioni che invece potranno esibire incentivi e fast track burocratici. Se la promessa di Palazzo Chigi – semplificare, tagliare lacci, accelerare permessi – resterà sulla carta, Cassino rischia di essere ancora una volta la frontiera dimenticata tra Centro e Sud.
La coda giudiziaria

Intanto, a Cassino, un’altra notizia accende i riflettori: la Procura della Repubblica ha aperto un’indagine sulla riqualificazione del Parco del 15 Marzo 1944, riaperto lo scorso 17 settembre dopo lavori da 2,42 milioni di euro. Su disposizione del procuratore capo Carlo Fucci, la Guardia di Finanza ha acquisito documenti e verbali presso gli uffici comunali.
Per ora non ci sono indagati, ma l’inchiesta – nata da un esposto dell’opposizione – mira a verificare la fondatezza delle accuse sulla regolarità tecnica e amministrativa dell’opera. Un controllo preliminare con il quale capire se ci sia materia sulla quale indagare o sia soltanto una schermaglia politica.
Un dettaglio che pesa sul clima politico: mentre Cassino chiede strumenti straordinari per rilanciarsi, si trova a dover impiegare energie per giustificare un intervento emblematico sul proprio patrimonio urbano. E anche questo dice molto di quanto la partita dello sviluppo, qui, si giochi su più tavoli: Bruxelles, Roma, ma anche le stanze della Procura.



