La riforma Nordio-Meloni e la battaglia finale in sede referendaria, dove però gli italiani tendono sempre a bocciare
La vera linea dura sulla Giustizia pare quella di Elly Schlein e di Dario Franceschini: in realtà sembra più un contrattacco dopo i casi Sala-Ricci. Tuttavia il risultato alla fine quello resta. L’orizzonte è quello di una Giorgia Meloni “papeetiana”, che cioè si sta disegnando uno scenario da pieni poteri. La prima ci crede, il secondo – più esperto – ci fa scacchiera e il risultato è solo uno: pitturare il Partito Democratico coi colori di guerra dopo quello che è successo in Senato in settimana.
Con il mantra di una Meloni avviata verso l’autocrazia e di una “democratura tricolore” palese a cui opporsi non per esigenze di bottega ma per necessità repubblicane in purezza. Proviamo a vederci chiaro partendo da un titolo di Libero per il quale le “toghe sono in campagna elettorale referendaria”.
La corrida e le urla

Adesso Viviamoci un flashback recente. Sembrava una corrida dove ogni parte sventolava la sua banderilla. Il toro era la Giustizia così com’è e le fazioni erano le solite frange parlamentari. Tutto giusto in dialettica democratica, tutto sbagliato nel format di una cosa a cui manca il suggello di un popolo riottoso a cambiarla, la sua Regola Madre.
Una regola che, in un certo senso e per parte avversa e modificabile, è stata attribuita in genesi ad un signore che, negli anni ‘50, era il direttore commerciale della Permaflex a Frosinone, dove abitava in via Brighindi 44. In Senato, qualche giorno fa e sulla riforma della Signora con la Bilancia, sembrava tutto ridotto alla più basica delle dicotomie da supporter: chi inneggiava a Silvio Berlusconi e chi riesumava Giovanni Falcone, il che già rende la combo spuria, assai.
Dal Cav a Giovanni Falcone

Tutto questo con l’immancabile claim della Carta Costituzionale esibita dai detrattori dell’iniziativa. La sintesi è semplice e la lettura pratica è stata ostica: alla Camera prima, al Senato poi ed in attesa di altri due passaggi, è andata la riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati.
Poi, come qui da noi accade per le faccende che attengono la Costituzione, toccherà al referendum confermativo, privo di quorum, dell’anno prossimo. Chi ha detto sì e chi ha detto no? Tutto il centrodestra a favore, (quasi) tutto il centrosinistra contro ed Italia Viva (posto che sia ancora incasellabile nel centrosinistra) che ha fermato le bocce.
Cosa non è piaciuto a Renzi

Lo ha fatto perché a Matteo Renzi non piace il sorteggio per l’elezione dei due Consigli superiori della Magistratura. Sì, ce ne saranno due ma questo non ha impedito ad Azione di votare a favore della creatura di Giorgia Meloni che, con Carlo Nordio in veste di albero a camme, ha sancito che requirente e giudicante debbano essere due “razze a parte”.
Probabilmente con la seconda sotto scacco dell’Esecutivo e tanti saluti all’obbligatorietà dell’azione penale. Insomma, si tratta di una faccenda palesemente divisiva, e non perché lo sia nell’ambito della politica parlamentare, ma perché divide il “non più tanto motore” delle Camere, cioè gli italiani.
Qualcuno ha già lanciato polpette avvelenate, su entrambi i fronti. Una delle quali rimanda proprio a quel domicilio ciociaro: come Roberto Scarpinato, che ha scomodato il vecchio progetto di Licio Gelli con i verbali della P2 rinvenuti a Castiglion Fibocchi nel settembre dell’81.
Da Frosinone a Scarpinato

Lui la separazione delle carriere l’aveva teorizzata molto prima della calza sulla telecamera dell’imprenditore di Arcore che diceva di amare l’Italia. Sì, ma il senso della questione intera qual è?
Il Paese sarà chiamato a scegliere con lo strumento di massima democrazia diretta. Scegliere tra “se la separazione delle carriere sia un elemento decisivo per la famosa terzietà dei giudici e quindi una garanzia per i cittadini o un progetto per assoggettare i giudici al potere politico di governo” (fonte, Mario Lavia su Linkiesta).
E veniamo a Francesco Boccia, che in aula ha giocato a fare il purista indignato. La domanda è una sola: le circostanze mutate giustificano il cambio di rotta di un partito radicato come quello che oggi abita al Nazareno?
Boccia che… boccia a vuoto

Pare di sì, almeno da un punto di vista fattuale di una vexata quaestio che di fatto, era sempre stata in agenda di Silvio Berlusconi. Il Cav non portò mai il risultato a casa, ma nei suoi tentativi plurimi ebbe fior di sparring. Come Massimo D’Alema con la famosa Bicamerale poi abortita.
O come Maurizio Martina, segretario dem in modalità Umberto II dopo il “lascio” di Renzi nel 2018. Cioè colui che durante il Congresso del 2019 propose… la separazione delle carriere. E chi sottoscrisse, tra gli altri dem, quella mozione? Debora Serracchiani, che oggi è, guarda caso, responsabile Giustizia del Nazareno.
A questo punto è facile capire come al Pd convenga più che a tutti il suggello referendario, visto che da un punto di vista parlamentare emergono ambiguità evidenti.
Qualcuno che non ti aspetti
Così, di fronte ad una eventuale volontà pop, nessuno potrà prestare troppa attenzione alle famigerate ossa nell’armadio. La deadline è quella di un voto referendario che per l’ennesima volta al Nazareno vedono come una possibile torpedine letale sotto il palazzo Chigi “di” Giorgia Meloni.
Perché storicamente gli italiani sono refrattari alle modifiche della Costituzione, non tanto perché la amino e/ la conoscano, ma perché “giolittianamente” la considerano intoccabile. Il che oggi è la vera speranza del Nazareno.
Eppure qualcuno volle toccarla già quasi dieci anni fa, e non aveva la direzione a Via della Scrofa.




