Gladiatori, Dylan e Tolstoj, e meno male che la Lega ha Abbruzzese

Miti e simboli da fine campagna elettorale, con il Carroccio che li arruola tutti e li mette assieme sul palco. Ma "Supermario" punta ad altro: al concretismo. Le ingiurie sulla serranda della sede di Alatri. Ed il videogame con Mario verso l'Ue

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

“Per quanto tempo dovranno volare le palle di cannone, prima che vengano bandite per sempre? La risposta, amico mio, se ne va nel vento, la risposta se ne va nel vento”. Cantata in combo con Joan Baetz, anche nella versione stringata a due strofe del 1962, questa è la canzone pacifista per antonomasia. Blowin’ in the wind ha avuto tutto il tempo ed il modo di diventare un inno della Beat generation. Ed ha consegnato un acerbo Bob Dylan alla controcultura mondiale prima della fase “disimpegnata” del suo percorso. Chi canta quelle strofe non invoca la pace, ce l’ha dentro come unica bussola, una bussola che non ammette ossimori perché ha il suo nord magnetico nella guerra in Viet Nam.

Va da sé quindi che se quelle strofe là le declama Matteo Salvini dal palco di Milano non è che vada tutto in vacca, ma qualcosa ovviamente stride. Sono tempi ossimori, per la politica, tempi di campagne elettorali in cui per far presa sulla gente si arruolano totem ed icone polarizzanti, e poco importa che farlo è come grattare una lavagna con un cacciavite.

Patti Smith per il Buongiovanni team

Arturo Buongiovanni

A Cassino per esempio ed in occasione del voto amministrativo che arriva la compagine di destra-centro che fa capo ad Arturo Buongiovanni ha scelto come jingle “People have the power” di Patti Smith. Vale a dire un’altra icona di una certa controcultura che fa palesemente a cazzotti con mood chiericante e battage conservatore del pur civico Buongiovanni, ma tant’è.

I meravigliosi anni ‘60 tirano che è una bellezza e poco importa se chi oggi li evoca da giovane si (e ci) marmellava i cosiddetti con gli 883 e se gli chiedevi chi fosse Grace Slick ti rispondeva che era una marca di torte alla crema.

E c’è un particolare in più: questa dicotomia da Guerra e Pace non fonda affatto su preconcetti, nel senso che oggi la Lega di Salvini è di fatto un partito che invoca la pace in Ucraina e fa il distinguo tra i tagliagole di Hamas ed i civili palestinesi. Solo che deve pescare in ogni angolo del bacino elettorale e capita quindi che sullo stesso palco ci riunisce un segretario “Peace and Love” ed un candidato di Punta che pare Massimo Decimo Meridio in versione kebabbara.

Massimo Decimo Vannacci

Roberto Vannacci (Foto: Giuliano Del Gatto © Imagoeconomica)

Delle uscite ad organo riproduttore di bracco del generale Vannacci hanno parlato un po’ tutti e forse la crasi migliore l’ha fatta un sontuoso Maurizio Lupi. “È vero che la X Mas ha compiuto grandi imprese militari, ma ha scritto pagine terribili nella storia sociale e politica dell’Italia. Perciò non può essere considerata un simbolo nazionale. Vannacci smetta di dire sciocchezze e torni a farsi fotografare ai fornelli, lo preferiamo così”.

La greca con il vezzo delle vestaglie sciantose ha evocato frasi-claim de Il Gladiatore, che era uno che spezzettava Teutoni come se non ci fosse un domani. Ed ha invocato quella X senza tema di equivoco, con il numero cardinale simbolo di un reparto d’assalto legato alla mistica del menare le mani prima ancora che a quella del Ventennio. Senza contare che lui viene dal Nono Col Moschin ed ha spregiato le sue origini per trovare una simbologia più figa.

Guerra e Pace sullo stesso palco, Guerra e Pace nello stesso format, Dylan che non vedeva patrie e Patria mia ti difendo io dai barbari bruttacioni cantati dallo stesso microfono.

La Lega che lega tutto, ma non benissimo

Matteo Salvini (Foto: Alexandros Michailidis © Imagoeconomica)

Cosa li lega oltre che la necessità di prendere voti sia tra gli hoolingans che tra gli elettori più strutturati? Ovvio, li lega la Lega, quella Lega che ha allargato talmente tanto il bacino di pescaggio da dichiarare al mondo intero che oggi può solo puntare al fritto misto, a mettere in guadino cavedani, carpe e lucci. Tutto purché si esca dal cemento del 9%.

E si eviti che uno come Antonio Tajani, dopo il voto Europeo, vada magari in tv a dire che Forza Italia ed il Ppe sono i nuovi mazzieri del tavolo. Perché non scordiamocelo mai: restando in tema di Russel Crowe gli italiani amano il Gladiatore ma poi vogliono vivere come Gino Bramieri. Con il mutuo pagato, la casa di proprietà ed una caterva di nipotini a cui allungare regali e banconote da 50 a Natale.

Supermario “nostro” salvali tu

Mario Abbruzzese

Vivere come li vorrebbe far vivere Mario Abbruzzese, che è della Lega e che corre per Bruxelles ma su una strada che non è quella di Vannacci, ed a pensarci bene non è neanche quella di Salvini. Una strada che non ha il lastrico scivoloso ed unto dei temi etici, dello spirito pop e della mistica da coratella. E che punta a mettere al sicuro i sogni degli elettori spiegando che l’Europa deve diventare quella “dei territori”.

Un posto dove non c’è posto per spade, fiori e cannoni, ma dove abita il filo diretto tra quel che la gente vuole e quel che Bruxelles può fare. Senza Dylan, senza Massimi Decimi Meridii e maiali a mollo nel porto di Alessandria. Senza i cingoli dei carri armati e sui cingoli dei trattori.

Possibilmente anche senza l’odio estremo che porta a tracciare con la vernice scritte ingiuriose sulla serranda del circolo di Alatri della Lega, anziché affrontare di petto l’uomo simbolo della Ciociaria in queste elezioni. Come è accaduto nella notte tra domenica e lunedì, senza nemmeno troppa fantasia: “Fascisti di me… a casa“. E che la pasta sia differente da quella del generale, Abbruzzese lo mette in chiaro commentando “qui siamo in presenza di una campagna d’odio ingiustificata. Parlare oggi di fascismo significa parlare di qualcosa che è superata dalla storia. Siamo una Repubblica democratica e costituzionale: se lo mettano bene in testa coloro che seminano odio facendo credere che il nostro Partito voglia collocarsi fuori dalla democrazia“. Imbrattatori e pure ignoranti.

Supermario nei videogame

Una visione diversa. Senza l’obbligo di dover in seguire le parole d’ordine del momento e doversi sintonizzare su quelle che catturano dio più l’attenzione della gente. Quasi una campagna Anni 80. Come le schermate del videogame creato da un gruppo di ragazzi Cassinati: in stile Arcade, i primi rudimentali giochi che si potevano affrontare su uno schermo nei retro dei bar incrostati di fumo e schiuma di birra Peroni. Ma con il suo fascino.

Nella schermata dalla grafica elementare, un Mario Abbruzzese avanza verso l’Europa e per fargli prendere i voti bisogna indovinare dove far saltare l’immagine che lo rappresenta centrando i bersagli che concedono punti. Elementare, commovente nella sua intramontabile. Come quella dei biliardini da bar a dieci palline per cento lire. (clicca qui per giocare).

Ci sta. Come lo stile diverso da molti della Lega. Perché Abbruzzese vuole fare alla Lega ed agli italiani quel che gli anni ‘80 fecero ai sessantottini: convincerli a buttare via l’eskimo e prendersi un piumino colorato uscendo dal negozio con un bel po’ di resto ancora in tasca. Il che è più brutto magari, ma di certo è più onesto.