Grossi e l’arte della non-risposta. Ovvero: come fare politica senza dirlo

Dietro le risposte democristiane di Danilo Grossi si legge con chiarezza la fine di una frattura politica che aveva segnato l'avvio del Salera bis. I due si sono ritrovati: il sindaco porta i cavalli, Grossi gli spiega come guidarli. Resta però aperta una domanda più grande: logorare De Angelis, Battisti e Pompeo — che insieme rappresentano il 95% del voto Pd sul territorio — è una strategia o un istinto? La storia di Renzi insegna che la rottamazione, senza una visione, si ritorce contro chi la pratica.

C’è un’antica tradizione nella cultura politica italiana — che affonda le radici almeno nella Prima Repubblica, nella stagione in cui Aldo Moro trasformò l’ambiguità in sistema di governo — secondo cui il politico accorto non dice mai ciò che pensa, ma fa capire ciò che intende. Sembra aver assorbito quella lezione fino in fondo Danilo Grossi, componente della Direzione Nazionale del Partito Democratico, ex assessore alla cultura del Comune di Cassino, cantautore per vocazione, democristiano per temperamento, come gli viene bonariamente rimproverato da Alberto Simone nel corso dell’intervista per il suo sito LeggoCassino.it

Interrogato su tutto — le correnti, le candidature future, gli avversari interni, il segretario di circolo — risponde sempre. Ma raramente su ciò che gli viene chiesto.

Danilo Grossi e Marta Bonafoni

Colpa (o merito) forse delle sue radici politiche: Danilo Grossi non è cresciuto in un Circolo di Partito, non ha mai impastato la colla per attaccare i manifesti, non ha mai dovuto attendere che finissero i grandi prima di prendere la parola. Viene dalla generazione successiva: che i Partiti ed il loro sistema di potere l’hanno sempre osservato con sospetto. Infatti, dal Pd si è quasi sempre tenuto alla larga, fino a quando la sua amica Elly Schlein non è stata eletta Segretario Nazionale ed ha cooptato figure come la sua e quella della Consigliera regionale del Lazio Marta Bonafoni dentro la Direzione Nazionale abbattendo in una notte gli steccati.

Il metodo: dire senza dire

Finge di essere digiuno di strategia. È possibile. Ma la tattica sul campo è materia sua. C’è la sua regia dietro la campagna elettorale che ha portato Enzo Salera a conquistate il Comune di Cassino, togliendolo al centrodestra. C’è la sua assenza da Cassino in questi mesi nei quali il sindaco si è mosso come un Polifemo privato del suo unico occhio. Il fatto che sia tornato a sussurrargli all’orecchio è stato evidente: nasce da lì la tattica che ha portato Salera a candidarsi alle recenti Provinciali ed a sbaragliare i piani messi a punto dal Segretario Regionale Daniele Leodori e dal responsabile Regionale Enti Locali Claudio Mancini. Ed è solo l’inizio.

Enzo Salera con Marta Bonafoni e Matteo Orfini

L’apoteosi del moroteismo Danilo Grossi la raggiunge quando, durante l’intervista, Alberto Simone gli si chiede se anche Enzo Salera si sia avvicinato all’area di Marta Bonafoni: risponde che è contrario alle correnti. Quando gli si domanda chi tra Maria Concetta Tamburrini, Pierluigi Pontone e Barbara Di Rollo sia il candidato migliore alla successione del sindaco Enzo Salera, risponde che mancano tre anni e che sarebbe un errore ragionarci adesso. Quando gli si chiede di Fernando Cardarelli come possibile segretario cittadino del PD, risponde che non vuole litigare con nessuno, che Cardarelli è un amico, e che l’ultima parola spetta al sindaco Salera.

È un metodo collaudato, quasi un’estetica. Non è evasione: è posizionamento. Ogni non-risposta dice qualcosa di preciso su dove Grossi si colloca e, soprattutto, su dove non vuole essere collocato.

Dietro il formato ludico

Antonio Pompeo, Luca Fantini, Sara Battisti

L’unica eccezione è il gioco della torre, il momento in cui l’intervistatore riesce a strappare qualche giudizio netto. Antonio Pompeo viene buttato giù per il mancato impegno sul referendumFrancesco De Angelis per non essere andato al suo concerto di esordio come compositore musicale. Sara Grieco perché Barbara Di Rollo ha saputo fare un passo indietro ed ha rinunciato alla candidatura alle Provinciali spianando la strada al sindaco Enzo Salera.

Sono risposte fulminee, quasi liberatorie — come se il formato ludico autorizzasse una franchezza che il formato politico impedisce.

Le risposte su Francesco De AngelisSara Battisti e Antonio Pompeo dimenticano un dettaglio non secondario: i tre rappresentano circa il 95% del voto PD sul territorio. Liquidare così Pompeo sul referendum crea solo tensione con l’ala regionale dei Riformisti, proprio nel momento in cui Elly Schlein avrebbe più bisogno di unità. Una tensione che non porta cartucce: toglie solo polvere da sparo. E che nasconde la vera strategia.

Il nodo Cassino

Luca Fardelli (Foto © Michele Di Lonardo)

Sotto la superficie democristiana, emerge infatti una lettura politica precisa del quadro locale. Grossi riconosce che la candidatura di Luca Fardelli alle Provinciali — sostenuta dall’area di Sara Battisti (Rete Democratica di Claudio Mancini) — ha creato una ferita nell’unità dell’amministrazione Salera. Lo dice con la cautela di chi non vuole aprire nuovi fronti, ma lo dice: «se si fosse evitato, sicuramente oggi il clima sarebbe stato migliore».

È un giudizio severo, formulato con garbo. Il garbo è lo stile; il giudizio è la sostanza. L’assenza di un pezzo della storia però è deformazione della rappresentazione. Perché la candidatura di Luca Fardelli era stata concordata da settimane tra i vertici regionali ed il sindaco si Cassino: è stato Salera ad essere entrato in partita quando la distinta era già compilata; senza questo pezzo sembra che la candidatura di Fardelli servisse a boicottare Salera. In realtà è più vero il contrario.

Barbara Di Rollo e Arianna Volante

Sul futuro del Partito a Cassino, Grossi auspica rinnovamento generazionale, continuità di spirito, apertura verso nuove energie. Parole che in politica significano tutto e niente — ma che, nel contesto, suonano come un messaggio abbastanza chiaro a chi, dentro il PD locale, tende ad arroccarsi su posizioni acquisite. Se occorressero conferme sarebbe sufficiente ricordare che fine è stata fatta fare all’assessore Arianna Volante, espressione dei Giovani Democratici Pd Achille Migliorelli (poi diventato Segretario provinciale) e Luca Fantini (Segretario prima di lui, proveniente dai GD).

Il democristiano che non si arrende

Accusarlo di democristianesimo, come fa con affetto Alberto Simone, non è del tutto ingiusto. Ma ridurlo a questo sarebbe ingeneroso. Grossi conosce bene le regole del gioco: sa che in politica il momento della ricomposizione richiede prudenza, che bruciare un nome vale quanto perdere un alleato, che il silenzio strategico è spesso più potente di una dichiarazione.

Resta sullo sfondo una domanda che l’intervista non formula esplicitamente ma lascia aleggiare: in un PD che a Cassino deve reinventarsi dopo quindici anni di ciclo Salera, chi guiderà la transizione? Grossi non risponde. Ma la risposta, forse, è già nella domanda.

La Ferrari e le cartucce

Enzo Salera (Foto: Erica Del Vecchio © Teleuniverso)

C’è però un dato politico che l’intervista lascia trasparire con chiarezza, al di là delle cautele diplomatiche. La frattura tra Danilo Grossi e il sindaco Enzo Salera — aperta all’avvio del Salera bis, quando il sindaco non volle Grossi in giunta per non essersi candidato — appare oggi sostanzialmente superata. Ognuno dei due è mancato all’altro. Non tanto sul piano umano, quanto su quello politico e organizzativo.

Salera senza Grossi è potenza senza controllo: come mettere in mano una Ferrari da Formula 1 senza freni. Il problema è che in questi mesi — da Tazio Nuvolari — Salera l’ha guidata lo stesso. Al tempo stesso, a Grossi è mancato Salera: senza i suoi voti, il suo consenso, la sua capacità di aggregare su base amministrativa, Grossi si è ritrovato tra le mani solo bei principi politici — quelli che fanno riferimento all’area di Marta Bonafoni — ma per vincere le battaglie occorrono cartucce, e in politica le cartucce sono i voti.

Ora i due hanno ritrovato sintonia. Salera corre a tutta velocità su una Ferrari che finalmente sa frenare in curva e accelerare in uscita. Grossi ha i cavalli da spingere nel turbo.

Il vero problema resta però — in entrambi — l’assenza di una strategia di lungo periodo. L’impressione è che la loro missione comune sia soprattutto quella di logorare la parte più strutturata e solida del Partito Democratico locale. Lo stesso gioco che provò a mettere in campo Matteo Renzi con la sua rottamazione. Com’è andata a finire, è storia nota: il rottamatore finì rottamato.