Hicham si stende davanti al Pronto Soccorso: il sistema non chiude il cerchio

Un uomo steso davanti all’ingresso dell’ospedale blocca l’emergenza senza protestare. Dietro il gesto, una vicenda complessa tra assistenza rifiutata, vuoti normativi e un sistema che si attiva ma non riesce a intervenire davvero.

C’è un uomo che da giorni si stende a terra davanti all’ingresso del pronto soccorso di Cassino. Non protesta, non urla, non chiede. Si sdraia. E basta. Il risultato però è concreto: le ambulanze rallentano, le auto che trasportano feriti si fermano, il flusso dell’emergenza si inceppaIn un luogo dove il tempo è tutto, anche un ostacolo silenzioso diventa enorme.

Si chiama Hicham, è di origini marocchine, arriva da un lungo periodo in una casa di accoglienza e da settimane vive lì, dentro e fuori il Pronto Soccorso. Rifiuta aiuto. Rifiuta soluzioni. Rifiuta qualsiasi percorso gli venga proposto. E non è vero che lo Stato non ci abbia provato. Il sindaco di Villa Santa Lucia, Orazio Capraro, non è solo un amministratore che osserva da lontano: è il suo tutore, nominato dal tribunale. Ha tentato più volte di trovare una soluzione, di costruire un percorso, di convincerlo ad accettare assistenza. Senza successo.

Dietro quella nomina c’è un lavoro della magistratura: il giudice Trovini, l’interessamento del procuratore capo Carlo Fucci. Non disattenzione, dunque. Non abbandono. Ma un sistema che, pur attivandosi, si scopre impotente. Anche il garante regionale per i diritti dei disabili e delle persone fragili, l’onorevole Anna Teresa Formisano, aveva sollecitato un intervento ma il muro di gomma della burocrazia ha legato le mani all’ASL.

Il nodo giuridico: i protocolli non bastano

Hicham a destra prima ed a sinistra dopo le cure

Il problema non è solo umano. È giuridico. Oggi, togliere una persona dalla strada — o anche solo da un Pronto Soccorso — e obbligarla a un percorso di cura è possibile solo in condizioni molto precise. Serve una certificazione chiara, serve un quadro clinico definito, serve che quella persona rientri in parametri codificati. Ancora una volta: i protocolli.

Hicham, in quei parametri, non entra. Non abbastanza per un trattamento sanitario obbligatorio. Non abbastanza per un ricovero coatto. Non abbastanza per una presa in carico forzata. Ma abbastanza, evidentemente, per vivere una condizione che sfugge a ogni equilibrio.

È qui che la storia smette di essere solo cronaca e diventa domanda. Perché questo vuoto ha una radice precisa. La riforma Basaglia ha cancellato i manicomi, ed è stato giusto. Ha chiuso luoghi che erano diventati, in troppi casi, veri lager. Ha restituito dignità, diritti, umanità. Ma quella rivoluzione si è fermata a metà. Alla chiusura non è seguita, in modo uniforme e adeguato, una rete alternativa altrettanto forte. Strutture capaci di accogliere, contenere, curare senza annullare. Luoghi intermedi tra la libertà totale e il ricovero coatto. Spazi dove i casi «di confine» potessero essere gestiti con continuità e dignità.

Il pronto soccorso non può essere una casa

Il sindaco Orazio Capraro con Hicham dopo le cure

Oggi quei casi restano sospesi. Il peso cade sulle famiglie, quando esistono. Sugli enti locali. Su figure come un sindaco che si ritrova a essere tutore, amministratore, mediatore, senza avere strumenti reali per incidere fino in fondo. Oppure accade che tutto si sposti sul Pronto Soccorso, che diventa il contenitore improprio di ciò che altrove non trova risposta. Ma il Pronto Soccorso non può essere una casa. Non può essere una soluzione.

Hicham, steso a terra davanti a quell’ingresso, è l’immagine plastica di questo cortocircuito. Da una parte lo Stato che c’è, che prova, che nomina tutori, che attiva magistratura e servizi. Dall’altra, un sistema normativo e sanitario che non riesce a chiudere il cerchio. Nessuno può prenderlo davvero in carico. Nessuno può obbligarlo davvero a curarsi. Nessuno può ignorarlo. E così resta lì.

Non è solo un uomo che blocca le ambulanze. È una domanda aperta su cosa siamo stati capaci di costruire dopo aver abbattuto ciò che non funzionava più. Perché cancellare i manicomi è stato un atto di civiltà. Non aver costruito fino in fondo ciò che doveva sostituirli, oggi, rischia di diventare una nuova forma di abbandono. Più silenziosa, più invisibile. Ma non per questo meno ingiusta.